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Grecia - Vino e simposio

di Eugenia Salza Prina Ricotti

IL VINO –

Bevanda di elezione del banchetto antico in epoca classica era naturalmente il vino. Euripide nella sua Bacchica scriveva "Il vino, antidoto di ogni dolore, venne donato ai mortali: senza vino l'amore non vive ed ogni altra gioia muore". Tutti gli altri poeti annuivano limitandosi a suggerire una certa moderazione perché, come diceva Antifane "Se un uomo beve continuamente si istupidisce. Solo se beve moderatamente si riempie di nuove idee".
Anticamente si pensava che il vino andasse sempre diluito perché puro avrebbe portato alla distruzione del corpo. Nonostante questo c'era chi lo beveva cosí e ne beveva anche molto. Alessandro Magno ad esempio lo aveva sempre fatto ed era uso a straviziare. Si sussurrava anzi che questa fosse la ragione di quella sua frigiditá che sempre tanto aveva preoccupato i suoi genitori, ma che non doveva poi essere tanto terribile visto che nelle sue campagne si era sempre portato appresso la famosa Thais e con quello che un'etera di lusso costava a quell'epoca doveva pur in qualche modo sfruttarla. Sempre per il vino puro si diceva che fosse impazzito Cleomene, lo Spartano il quale, essendo vissuto molto con gli Sciti, aveva da loro presa l'abitudine di berlo cosí. Questa abitudine degli Sciti era tanto nota nell'antichitá che i Greci con "bere alla scita" indicavano il bere vino puro ed a questo attribuivano ogni male. Perció tutti lo bevevano annacquato.
Quando si doveva annacquare il vino si usava prima mettere l'acqua e poi aggiungere il vino (Xenofane, Anacreonte, ecc.). Nella sala del triclinio vi era sempre una tavola sulla quale veniva disposta tutta la suppellettile del simposio: le brocche per il vino dette oinochoe, quelle per l'acqua, gli attingitoi, i misurini, le coppe ed il grande recipiente nel quale si preparava la mistura. Questi corredi per il simposio erano a volte ricchissimi e foggiati in materiale prezioso
Le proporzioni nelle quali bisognava mescolare l'acqua con il vino venivano stabilite volta per volta da uno dei convitati eletto dai suoi commensali alla carica di simposiarca. Questo direttore del simposio fissava anche il numero e la modalitá dei brindisi. Le diluizioni preferite, dopo aver scartato quella metá acqua e metá vino, che era ancora giudicata pericolosa pwe la salute, erano quelle che venivano chiamate a cinque ed a tre. La proporzione di cinque era formata da tre parti d'acqua e due di vino; quella a tre era invece formata di due parti di acqua per una di vino. Esisteva anche quella a quattro, ma questa mistura, molto annacquata, veniva da Plutarco definita come buona soltanto per saggi magistrati. D'inverno il vino veniva diluito con acqua calda; d'estate con quella fredda. Quando faceva molto caldo si usava la neve che Simonide diceva raccolta sulle pendici dell'Olimpo.
Si consigliava pure di non bere molto. Eubulo fa dire a Dioniso che le persone morigerate bevevano soltanto tre coppe: una per il brindisi, una per l'amore ed una per il sonno. A questo punto il saggio doveva terminare la serata ed andare a casa. Se restava infatti e continuava a bere avrebbe fa
talmente scoperto che la quarta coppa apparteneva alla violenza, la quinta al chiasso, la sesta all'allegria dell'ubbriachezza; la settima alla rissa (agli occhi neri, come si diceva in greco); l'ottava al tribunale; la nona all'attacco di fegato e la decima alla follia ed alla distruzione del mobilio.
Dati gli effetti su elencati che si avevano nonostante la forte diluizione, il vino prodotto a quelle epoche doveva avere una forte gradazione alcoolica. Quello che é certo é che il vino greco era considerato il migliore del mondo antico e spesso si cercó di imitarlo. Catone, Varrone e Columella e tutti gli scrittori antichi che si occuparono di agricoltura diedero ricette e consigli per "fare vino greco" il quale, pare, si ottenesse mescolando al mosto una certa quantitá di acqua di mare: a quel che si diceva questo rendeva il vino piú dolce. Trattato a questo modo era il Myndio, tanto che il cinico Menippo chiamava gli abitanti di Myndo, bevitori di acqua marina; c'era poi il vino di Alicarnasso ed anche quello di Coos nel quale l'aggiunta era notevole mentre meno se ne metteva in quello di Rodi. Si diceva che i vini trattati con acqua di mare non causassero mai mal di testa, fossero lassativi, ridestassero i succhi gastrici ed aiutassero la digestione. Insomma avrebbero dovuto essere un vero e proprio toccasana.
Uno dei migliori vini greci era il rosso di Chio. C'era poi il Thasio che doveva essere particolarmente buono se Antidoto scriveva "Riempi la mia coppa di vino thasio, poiché non importa quale sia la cura che tortura il mio animo; quando lo bevo il mio cuore guarisce istantaneamente. Esculapio mi ha inzuppato…". Molto quotato era il Pramnio di Lesbo. Clearco esclamava "Vino di Lesbo che deve esser stato fatto dallo stesso Marone (Marone era il prete di Apollo che diede ad Ulisse il suo vino)!" ed Alexis "Non c'é vino altrettanto piacevole da bere quanto un bicchiere di Lesbo" ed aggiungeva "Bromio fu generoso, poiché permise a coloro che qui lo importano di non pagare dogana."
Anche Archestrato parlava di vini ed anche lui consigliava il Lesbo invecchiato. Archestrato naturalmente non si fermava a questo: egli, non era soltanto un grande gastronomo, ma anche un gran viaggiatore che aveva girato tutto il bacino del Mediterraneo sperimentandone tutte le varie specialità, assaggiando ogni pietanza e gustando ogni vino. Il vino di Lesbo, secondo Archestrato era un vino superlativo: egli poteva anche ammettere che esistessero altri vini buoni, ma affermava che nessuno di essi reggeva il suo confronto. Ermippo invece non era di questa opinione e metteva in bocca dello stesso Dioniso le lodi del vino Thasio "…su cui aleggia il profumo delle mele…". Per lui esso era il migliore di tutti i vini, eccetto naturalmente quello di Chio, il vino per eccellenza, completamente privo di difetti ed inoltre molto salubre.
Molto buono pare fosse anche il vino di Nasso ed Archiloco, che di vino se ne intendeva, lo paragonava al nettare. Il poeta scriveva: "Dalla mia lancia dipende il mio pane; dalla mia lancia il vino ismarico ed appoggiato alla mia lancia io lo bevo…" .
Di altri vini si registrano caratteristiche assurde e stravaganti. Cosí Teofrasto nella sua storia delle piante raccontava che ad Erea in Arcadia si produceva un vino che causava pazzia negli uomini che lo bevevano mentre metteva incinte le donne che si azzardavano a gustarlo. Altro che fecondazione artificiale! É vero che vi era poi un altro vino, il Trezenio, che teneva il posto della moderna pillola antifecondativa ed uno che faceva abortire; anzi pare che bastasse mangiare un grappolo dell'uva con la quale esso si produceva per ottenere questo effetto. In Tasos gli abitanti erano poi persino riusciti a produrre un vino che teneva svegli ed un altro che faceva dormire e puó darsi che col potere della suggestione tutto questo funzionasse.


Bibliografia
Divulgazione scientifica
- E. SALZA PRINA RICOTTI, L'alimentazione ed il banchetto in epoca greca in L'arcano convito, Cultural publications of the “Cassa di Risparmio di Verona.
- E. SALZA PRINA RICOTTI, Dossier: L'arte del bere nell'antichità in Archeo, nº 81, November 1991, pp.62-105

Libri
- E. SALZA PRINA RICOTTI, L’arte del convito nell’antica Grecia. L’evoluzione del gusto da Achille ad Alessandro Magno , L’ERMA DI BRETSCHNEIDER, ROME, 2005.