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Grecia - L'Odissea - the Odissey

di Egenia Salza Prina Ricotti

L’ODISSEA
Senza nessun dubbio l’Iliade e l’Odissea sono i più grandi poemi dell’antichità. Studiamo un attimo la storia di queste due splendide opere che risalgono al XIII sec. a. C., splendide “chansons de geste” che celebravano la lunga guerra combattuta dai re sotto le mura di Troia e la perigliosa navigazione di Odisseo verso la sua casa lontana. Fin dai primi anni di scuola ci fu insegnato che tutti e due erano opera da un bardo cieco di nome Omero. A lungo i suoi versi furono da lui cantati, e per secoli dopo la sua morte continuarono ad esser cantati da altri bardi - e forse la gente li chiamò tutti Omero – e, quando la sera gli uomini si radunavano dopo il lavoro li cantavano pure loro. La guerra di Troia e le peripezie di Ulisse si erano fissate nell’immaginazione popolare come una magnifica storia raccontata e ripetuta per secoli, un’importante parte del proprio retaggio.
La questione ora è questa. L’Iliade e l’Odissea sono tutte e due opere di Omero? Forse, ma soltanto se egli visse talmente a lungo da vedere cambiamenti nella realtà greca. Il fatto è che nella vita che viene rappresentata in ambedue i poemi vi sono differenze: piccole differenze, ma quel genere di particolari che fanno pensare a due epoche diverse, e le principali diversità le notiamo nell’alimentazione. Ad esempio nell’Odissea la dieta dei suoi protagonisti non è più ristretta al pezzo di carne al sangue arrostito nei giganteschi barbecues dei campi di battaglia o sui grandi focolari rotondi del “megaron” dei re e anche se, leggendo l’Odissea non vi troviamo descritti i menu di Ulisse, molti accenni ci fanno intravedere l’esistenza di altri cibi. Insomma si capisce che a quell’epoca le popolazioni, prima quasi esclusivamente dedite alla pastorizia, cominciavano ad interessarsi ad un’agricoltura la cui importanza stava man mano crescendo. Ormai si coltivavano le tipiche colture mediterranee e i contadini cominciavano a formare una rilevante ed importante parte della popolazione. Questo ci sembra notarlo anche in certi aspetti della religione in cui gli dei dell’agricoltura crescono di importanza parimenti alla crescita dei campi.
Nell’Iliade dei re pastori, anche se Demetra e Dioniso facevano parte dell’Olimpo, essi però non rientravano tra i protagonisti della guerra di Troia. Tutte le altre importanti divinità c’erano, invece, e tutti battagliavano con i loro protetti o, almeno, per loro parteggiavano. C’era Zeus, il dio delle tempeste che valeva la pena di tenersi buono, e con lui anche Poseidone, il dio del mare, cui si faceva sacrifici tutte le volte che si doveva solcare le onde per spostarsi da un isola all'altra; c’era poi anche Ares il dio della guerra con Athena la dea della sapienza, che peró nell'Iliade appare piú interessata alle vicende belliche dei Troiani da lei protetti che a qualsiasi forma del sapere; e assieme vediamo Apollo e Diana pronti a saettare le loro micidiali frecce; Efesto il marito tradito che foggiava armi mirabolanti per Achille; persino Afrodite, la dea dell'amore che, bene o male, stava alla base di tutto quel conflitto.
Poi abbandoniamo le mura di Troia e ci troviamo nell’Odissea, ma in un mondo un po’ diverso in cui ci sono cose nuove come lo sviluppo dell’agricoltura. Quindi non subito dopo l’Iliade perché lo sviluppo dell’agricoltura prende parecchio tempo, e dovette passarne un po’ prima che dalle modeste coltivazioni cerealicole della pianure attorno a Ilion nascesse una fiorente orticoltura
Evidentemente i raccolti di verdure e frutti selvatici non dovevano più bastare a una popolazione che diventava sempre più raffinata e golosa. Ci poteva essere di meglio e la gente questo meglio lo voleva. Così troviamo il frutteto di Alcinoo, uno splendido a ben coltivato giardino dove sugli alberi i fiori sbocciavano insieme alla maturazione dei frutti ed in cui si coltivavano mele, pere, melograni, fichi e uva. È evidente che tutto questo ben di dio veniva coltivato per mangiarlo e goderselo. E non c’erano solo frutteti sul sacro suolo della Grecia perché ad Itaca c’era il verde orto che Laerte coltivava con le sue proprie mani e anche quello doveva pure servire alla tavola.
La vivida descrizione di questi posti ci dice che chiunque compose l’Odissea conosceva bene posti simili e almeno significa che per lui la dieta giornaliera non era più fatta di un bel pezzo di carne e di una larga pagnotta di pane. È vero che ancora nel poema non vediamo tavole cariche di pesci, cacciagione e insalate, ma i versi ci parlano di caccia, pesca e agricoltura. Perciò questi cibi esistevano. Probabilmente come scrive Ateneo saranno anche stati serviti alle tavole dei re, ma nessuno lo avrebbe mai confessato perché erano tutti cibi ancora gravati dai vecchi pregiudizi ed erano considerati umili e indegni delle mense reali.
Comunque le cose erano cambiate e anche la cucina doveva essere molto migliorata. Nell’Odissea per esempio leggiamo di "ghiottonerie quali vengono offerte ai principi cari a Giove" e piú in lá di "manicaretti di ogni tipo", accenni che non potevano certamente riferirsi al semplice e primitivo pezzo di carne, arrostito personalmente dai principi sul grande focolare nel megaron del re. Il menu doveva perciò esser diventato più ricco ed interessante ed oltre che a nutrire i commensali ed a rafforzarne il corpo doveva anche compiacere la loro gola ed il loro palato. Cominciavano poi ad esservi servi per servire e poeti e musicanti per intrattenere i convitati. Il banchetto si stava rapidamente evolvendo.
Per farla breve, nel XIII o forse nel XII sec. a.C. mentre tra mostri, terribili pericoli e belle donne, Ulisse lottava per raggiungere Itaca e proseguiva il suo pericolosissimo viaggio, attorno a lui la vita conviviale stava cambiando. Un piccolo cambiamento alla volta, perché per avere la vera rivoluzione della mensa greca dovremo attendere il V sec. a.C. il periodo che porterà sulle tavole tutti quei frutti, pesci e verdure che erano stati fino allora considerate cibi umili e spregevoli e che adesso erano diventate le ghiottonerie più rare e carissime.
Questi poemi erano l’Iliade e l’Odissea e a lungo essi vennero cantati e ripetuti dai bardi, poi, parecchi secoli dopo furono trascritti e sempre sotto il nome di Omero, ma, per quel che leggiamo, anche questa volta ciò non fu fatto per tutte e due allo stesso tempo. Perché? Perché in questi due poemi ci sono differenze, probabilmente dovute al fatto che, influenzato dalla vita che vedeva attorno a lui, chiunque li trascrisse in un certo modo dentro ce la cacciò. Così mentre nell’Iliade vediamo gli eroi di Troia mangiare seduti, un uso che restò abituale fino a quasi tutto il VI sec. a.C. in tutta la Grecia, nell’Odissea, in un’epoca che era cambiata, la gente cenava sdraiata sui letti tricliniari. Lo scrivano non poteva immaginarsi che gente importante mangiasse in altro modo e così nell’Odissea comparvero quei letti tricliniari che fino ad allora non erano certamente mai esistiti.
Infatti la rappresentazione di un letto tricliniare compare la prima volta in un bassorilievo del VII sec. a.C. rinvenuto nell’assiro palazzo di Ninive, una magnifica opera d’arte che oggi si trova al British Museum di Londra. In esso il re è rappresentato mentre giace su un alto letto tricliniare. Vicino a lui, come era costume per le donne del Medio Oriente la moglie sta compostamente seduta su un’alta poltrona e appoggia piedi su di uno sgabello. La coppia sta brindando alla vittoria di Assurbanipal su Teuman e la cui testa mozzata, appesa al ramo di un albero del reale giardino, dondola lentamente nelle dolci brezze mesopotamiche. Ognuno ha i suoi modi di divertirsi.
Ora il letto tricliniare di Assurbanipal non fu certo il primo ad essere costruito ed è possibile che ne esistessero anche di più antichi, ma questo è il primo ad essere stato rappresentato. Un secolo e mezzo dovette passare dalla cena del re assiro, prima che attraverso i contatti che ebbero con i Gran Re persiani, alcuni fuorusciti greci conoscessero i letti tricliniari. Infatti fu alla fine del VI secolo a.C. che i primi furono importati in Grecia ed è sempre a questa data che ne troviamo alcuni rappresentati sulla ceramica attica e corinzia.
Così, è in un cratere del VI sec. a.C. che vediamo Atena in piedi mentre discute con Ercole, il quale sta sdraiato su un letto tricliniare, e se confrontiamo lo stile di questo decoratissimo mobile con quello che vediamo nel bassorilievo di Assurbanipal notiamo che i due sono molto simili. Probabilmente quello greco fu copiato da quelli preziosissimi dell’Assiria. I loro piedi hanno addirittura la stessa linea architettonica e su tutti e due sono stesi materassi coperti da drappi. L’unica differenza è che mentre il materasso di Assurbanipal ha uno spessore spropositato quello di Ercole è piuttosto sottile, ma tutti e due sono ricoperti da stoffe preziose. In medio Oriente si sistemava queste coperture con molta arte, mentre i Greci dovevano ancora imparare come fare. Almeno questo è quello che leggiamo nelle antiche fonti le quali ci raccontano che quando Eutimo, l’uomo di Gortina, riparò dal Gran Re, egli ne conquistò le simpatie, tanto che, Serse gli invió in regalo una tenda conviviale completa di letti tricliniari e di tutte le sue suppellettili, ma a tutto questo ritenne necessario aggiungere anche uno schiavo esperto nell'arte di drappeggiare le preziose coperture sui materassi dei triclini perché, spiegava, i Greci non lo sapevano ancora fare.
Fatto è che le citazioni ai letti tricliniari provano che Iliade e Odissea furono trascritte in epoche diverse, l’Iliade prima e l’Odissea dopo, ma è difficile stabilire quale fosse la differenza di tempo tra l’una e l’altra. Probabilmente tutte e due furono messe per iscritto nel VI sec. a.C., ma mentre la trascrizione dell’Iliade venne fatta ai primi tempi di questo secolo quando ancora si mangiava seduti, quella dell’Odissea appartiene alla sua fine, ossia a quando i primi letti tricliniari comparvero in Grecia.
Così non solo troviamo piccole differenze tra le due chansons de geste cantate dai bardi per secoli e secoli, ma anche le loro trascrizioni non vennero fatte nello stesso periodo. Perché? Non lo so. Comunque tutti questi misteri non incrinano il fatto che, a parte Dante e la sua Divina Commedia, l’Iliade e l’Odissea sono i due più splendidi poemi che io conosca e li ho amati tutta la mia vita cominciando da quando a tredici anni mi trovai per le mani le loro traduzioni in italiano e poco dopo quando con, Todesco, un meraviglioso professore di Greco e Latino, li lessi in lingua originale. In greco sono molto più belli.

Bibliograia
Divulgazione scientifica.
E. SALZA PRINA RICOTTI, L'alimentazione nel mondo greco in Archeo, nº 44, October 1988, pp.48-91
- E. SALZA PRINA RICOTTI, L'alimentazione ed il banchetto in epoca greca in L'arcano convito, Pubblicazioni culturali della “Cassa di Risparmio di Verona, Vicenza e Milano”, pp. 44-47 September 1989.
E. SALZA PRINA RICOTTI, Le ricette più antiche del mondo in Archeo: le attualità del passato. Anno VIII, n° 1, febbraio 1999

Libri
- E. SALZA PRINA RICOTTI, L’arte del convito nell’antica Grecia. L’evoluzione del gusto da Achille ad Alessandro Magno , L’Erma di Bretschneider, Rome, 2005.