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Igiardini Assiro-Babilonesi

di Eugenia Salza Prina Ricotti

ASSIRO -BABILONESI: famosi furono anche i giardini degli antichi Assiri in quella Mesopotamia che certamente vantò i più bei parchi dell'antichità e che, a quanto raccontano gli storici, ne ebbe di favolosi.
Il primo dei re mesopotamici a lasciarci traccia di un giardino fu Tiglat Pileser I (circa 1100 a.C.). Questo re come bottino di guerra riportò nella sua patria sia il cedro del Libano che il bosso, e fieramente proclamò di possedere alberi che "nessuno dei suoi antenati aveva mai avuto". Questa affermazione prova però che, anche se non dotati di alberi di tale bellezza e pregio, i giardini assiri esistevano già prima di lui. Ma, a parte questa illuminante affermazione, non abbiamo notizia di quelli precedenti.
Molto più sappiamo sui giardini dei secoli seguenti e tra i re assiri che più si interessarono a quest'arte vi fu senza dubbio Sennacherib, il figlio di Sargon, un appassionato di botanica che creò grandiosi parchi. Nelle iscrizioni questi vengono descritti dal compilatore come se fosse il sovrano stesso a parlare. Così il narratore racconta in prima persona che, avendo eretto "un palazzo senza pari..." , vicino vi aveva creato un parco, "simile al monte Amanus ", dove crescevano alberi e spezie della Caldea e delle colline.
In un altro dei suoi giardini Sennacherib affermava di aver acclimatato piante esotiche e diceva di averlo destinato ai suoi sudditi. Si tratterebbe, perciò, non soltanto di un lontano antenato degli orti botanici ma anche di uno dei primi parchi pubblici:
"Ho creato un giardino nella città alta ed in quella bassa, con i prodotti della terra provenienti dalle montagne e dai paesi circostanti: tutte le spezie della terra degli Ittiti; mirra (che cresce meglio nel mio giardino che nella sua terra di origine); vigne delle colline, frutti da ogni parte del paese; spezie e alberi Sirdu ho piantato per i miei sudditi. Per di più ho spianato e livellato le montagne ed i campi della terra che circonda la città di Kisiri fino al territorio di Niniveh, così che le piante vi possano prosperare e vi ho scavato un canale. Ho portato per un'ora e mezza di tragitto l'acqua del fiume Chusur nel mio canale, e l'ho fatta scorrere in mezzo alle mie piantagioni per poterle abbeverare. Ho creato uno stagno nel giardino per tenervi l'acqua e in esso ho piantato giunchi…"
Sennacherib ovviamente non si limitò ai parchi regali ed a quelli pubblici, ma ne creò alcuni anche per gli dei. Uno di essi fu scavato e venne così messa in luce la tecnica con la quale gli Assiri creavano i loro giardini sulle piattaforme rocciose. Il giardino copriva un'area di 16.000 m2 nella quale vennero scavati pozzi profondi 1,50 m. Un canale principale e varie canalette irrigavano gli alberi posti a dimora tutt'attorno all'edificio. Vicino esistevano tre vaste riserve di acqua le quali, secondo le iscrizioni, venivano pure usate per l'allevamento di pesci. In mezzo a questo parco verdeggiante si ergeva il salone per le feste del Dio Assur. Qui gli Assiri credevano che il giorno di Capodanno il nume ricevesse e ospitasse tutti gli altri dei del suo Panteon.
Fu certamente la vicinanza dei fiumi della pianura mesopotamica che resero possibile la creazione di questi luoghi di delizie ricchi di rigogliosa vegetazione, e tali condizioni contribuirono alla bellezza dei sempre favoleggiati giardini pensili di Babilonia, popolarmente attribuiti a Semiramide, una regina assira vissuta - almeno così si crede - nel IX sec. a.C..
Non è però certo che questa regina sia mai esistita e, per questo, non è nemmeno certo che a lei si debba attribuire la creazione dei giardini pensili. Diodoro Siculo, ad esempio, basandosi sui racconti di Ctesia e di Clitarco, afferma che i giardini pensili di Babilonia furono creati da un altro re Assiro, che però non nomina. Il potente monarca - narra il cronista - li fece costruire per una delle sue spose venuta dalla Persia. La giovane donna si struggeva di nostalgia per le sue adorate montagne e, per alleggerirne la pena, lo sposo innamorato creò colline artificiali cariche di alberi e di verde. Beroso, più preciso di Diodoro, da un nome al regale amante e dice che l'autore dei giardini pensili fu il re Nebuchadnezzar e assicura che egli li fece per amore di una moglie Meda .
Strabone e Diodoro (I sec. d.C.) raccontano poi come fossero fatti questi paradisi. Dato che i loro resoconti sono un po’ differenti e stato ipotizzato che esistessero vari giardini pensili e qualcuno ha affermato che ognuno dei due storici ne descrisse uno diverso. Resta però da spiegare come mai, se realmente si trattava di due parchi distinti, i due cronisti attribuirono loro la medesima pianta rettangolare e le medesime proporzioni: assai vaste per la verità, in quanto il lato più lungo delle sostrutture della prima terrazza era di 480 m: quasi mezzo chilometro.
Nei resoconti dei due vi sono effettivamente alcune discrepanze: ma non molte per la verità. Per il resto i cronisti concordano sul fatto che le strutture erano fatte a terrazze e che si alzavano come gradini sul piano della campagna, stringendosi man mano che salivano. Dato che vi erano quattro ripiani di cinque metri l'uno, sommando tutte le altezze si arrivava ai venti metri della terrazza superiore. Dai racconti si capisce che questi giardini dovevano essere parenti stretti degli ziggurat.
Il giardino pensile descritto da Diodoro aveva attorno ad ognuno dei suoi gradoni una passeggiata all'aria aperta larga tre metri e mezzo. Sul lato interno delle passeggiate grandi archi si aprivano nei muri di sostegno delle terrazze e formavano camere illuminate da pozzi di luce posti nel soffitto, una corona di eleganti ambienti da cui si godeva della vista del fiume e della città. Il nucleo di questa collina artificiale costituiva un gigantesco pilone attraversato da parte a parte da alcune gallerie.
L'ultimo ripiano, il quarto, che era sostenuto da archi alti 50 cubiti, e che occupava la sommità della costruzione, era tutto tenuto a giardino. La sua terrazza era costruita in modo speciale per impedire le infiltrazioni di acqua. Essa poggiava su un soffitto di pietra sul quale veniva steso uno strato di giunchi ed asfalto, coperto a sua volta da un doppio ripiano di mattonelle o mattoni annegati nella malta. Su tutto questo, si ponevano larghe lastre di piombo ed infine si copriva l'area con il terreno necessario alla creazione del giardino. La struttura portante era abbastanza forte per sorreggere tutto questo e nel giardino si coltivavano anche alberi molto grandi.
La descrizione di Strabone differisce in alcune parti, anche se è chiaro che si tratta sempre delle stesso tipo di struttura. Le differenze non sono tanto nell'aspetto esteriore del giardino pensile quanto nelle soluzioni tecniche. Ad esempio mentre sulla terrazza finale di Diodoro gli alberi si piantavano direttamente nello spesso strato di terra che copriva il tetto, nel giardino superiore di Strabone essi venivano messi a dimora in una serie di cubi vuoti di muratura posti sopra ciascun pilone ad occupare lo spazio tra gli archi. Questi colossali cassoni venivano riempiti di terra e non si aveva così bisogno di uno spesso strato di humus su tutto il resto del terrazzo.
Anche per il sistema di irrigazione dei giardini pensili i due cronisti riportano versioni diverse: Diodoro diceva che nella parte più alta del giardino pensile da lui descritto vi era una riserva di acqua, ed affermava che essa si trovava al centro dell'edificio, e defilata in modo che non si vedesse dall'esterno. Secondo lui l'acqua, attinta in grandi quantità dal vicino Eufrate mediante "certe macchine" che erano poste dentro i più alti archi, veniva fatta scorrere in canali che, nascosti alla vista, irrigavano le varie piattaforme.
Secondo Strabone invece l'acqua veniva attinta da schiavi che la prendevano dal fiume per mezzo di norie e di pompe a spirale. Per tutti e due comunque il giardino pensile era vicino ad un luogo che essi chiamavano Acropoli: quasi sicuramente il palazzo reale il quale, come ben sappiamo, sorgeva in riva all'Eufrate, e si trovava sulla destra del fiume.
Fu qui che, più tardi, Alessandro Magno amò soggiornare. Egli era rimasto affascinato dalla bellezza dei giardini babilonesi e sappiamo che se ne occupò al punto di tentare di acclimatarvi l'edera, molto usata nella sua natia Macedonia. Il tentativo fallì, ma il fatto dimostra il suo interesse per questi luoghi di delizie creati dalla civiltà babilonese. Sappiamo che in essi egli usava passare molto del suo tempo. Così, quando, colpito dal morbo che lo trascinò alla tomba, sentì avvicinarsi la fine, egli chiese di venire trasportato all'aperto e fu nel bellissimo parco che egli volle rivedere per un'ultima volta i suoi soldati. Davanti a lui sfilò il suo esercito, ed la sua breve e gloriosa esistenza si chiuse all'ombra dei bellissimi alberi da lui tanto amati, mentre il silenzio era rotto soltanto dal suono cadenzato del passo degli uomini che con lui tante volte avevano combattuto e che l'avevano accompagnato ai confini del mondo.