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La grotta di Sperlonga: la scoperta.

di Egenia Salza Prina Ricotti

La scoperta dei gruppi ellenistici della grotta di Sperlonga avvenuta nel settembre del 1957 e dovuta all’Ing. Bellanti destò molto clamore nel mondo dell’archeologia. L’ingegnere che stava costruendo la strada da Terracina a Gaeta si era accorto che nella grotta c’erano resti romani e aveva varie volte sollecitato con lettere raccomandate la Soprintendenza del Lazio invitandola ad intervenire. La Soprintendenza d’altra parte viene sempre diluviata da segnalazioni e non tutte riguardano resti importanti. Inoltre le sue finanze non sono illimitate quindi spesso deve ignorare quelle lettere. Alla fine però Bellanti, sicuro che quello scavo valesse la pena di farlo, finì col fissare un limite di tempo avvisando che, se nessuno si fosse fatto vivo, a scavare avrebbe cominciato lui. Non avendo avuto risposta iniziò i lavori per conto suo e con molta accuratezza segnò i progressi su un ottimo quaderno di scavo e su una pianta. Egli identificò nella grotta la presenza dei resti del bacino rotondo di una piscina e iniziò a vuotarlo trovando moltissimi frammenti di marmo lavorato che presto gli permisero di identificare vari gruppi (due principali e altri secondari) e sulla pianta segnò i loro frammenti con segni diversi: cerchi per il gruppo che fu poi riconosciuto come quello della Scilla, triangoli per quello del Polifemo, che egli definisce quello del "gigante", e infine quadrati per le altre.
Tutto continuò fino a che dal bacino non emerse la colossale gamba del Polifemo il cui luogo di ritrovamento fu da lui segnato sulla pianta e nel suo quaderno e che poi egli fece sollevare e porre nella grotticella laterale. A quel momento il clamore fu grande: accorsero tutti i giornalisti e la Soprintendenza tolse gli scavi al Bellanti che, molto correttamente, consegnò all’ispettore che lì si trovava tutta la sua documentazione, documentazione che non fu né da questi né da altri nemmeno guardata e finì dimenticata in un cassetto.
Intanto la bellezza delle sculture era notevole per cui molti si dedicarono a studiarle e soprattutto a cercare di risolvere il problema della posizione di ogni gruppo nella grotta. Il centro dell’attenzione era ovviamente la gamba che venne variamente interpretata. Lo Jacopi, pensò che la gamba del gigante fosse quella di Lacoonte attaccato dal serpente marino, perciò siccome la base che c’era al centro della vasca aveva i resti un elemento serpentino lì la pose e ricostruì il gruppo con una figura gigantesca che al posto dei figli reggeva sulle spalle un paio dei compagni di Ulisse, il tutto ricomposto in un improbabile piramide rovescia tutta poggiata sulla punta del piede del Polifemo.
Questa soluzione fu immediatamente criticata e scartata. Intanto il Prof. Andreae aveva studiato le sculture e aveva correttamente identificato i gruppi: uno era quello della Scilla e siccome sulla base posta al centro della vasca restava la traccia di una delle sue spire lì la ricostruì. L’altro era quello dell’accecamento di Polifemo siccome nelle tracce dell’ antica pavimentazione al centro di questa c’erano i segni di due lastre molto grandi che insieme misuravano 6 x 2.70 m lì aveva ricostruito il gruppo.
Comunque la soluzione di porre il gruppo del Polifemo nella grotticella laterale non mi persuadeva per niente. Per la mia preparazione come architetto sapevo che date le sue misure il gigante nella grotticella non poteva entrar bene ne seduto né sdraiato senza contare che sulla lastra di 6 x 2.70 oltre a lui ci sarebbero dovuti stare anche Ulisse ed i suoi tre compagni. Oltre tutto anche se nella migliore delle ipotesi su quella base Andreae fosse riusciti a cacciarci dentro tutti i suoi personaggi nella grotta sarebbe rimasto libero soltanto uno spazio di 30 cm per lato e ciò avrebbe reso impossibile a chiunque di raggiungere un elegante cubicolo fatto a croce greca e posto sul fondo della grotticella. Perché mai lo avrebbero fatto se non ci si poteva andare?
A quel momento arrivai io di ritorno dalla Libia, a tutti sconosciuta e non conoscendo nessuno salvo il dott. Conticello, allora ispettore a Sperlonga il quale, siccome in Libia mi ero occupata di ville marittime, mi offerse di studiare quella di Sperlonga. Una volta lì, fui però da lui invitata a cacciarmi nella grotta e ricercare quale fosse stata in essa la posizione del gruppo dell’accecamento del Polifemo e mi assicurò che se l’avessi trovata avremmo insieme pubblicato la scoperta. Come ho appena detto io allora non conoscevo nessuno e ignorava che Conticello fosse già impegnato a pubblicare Sperlonga con il Prof. Andreae I quale mi fu descritto come un archeologo tedesco che stava studiando le sculture e che aveva ricostruito il gruppo di Polifemo nella grotticella laterale basandosi sul fatto che sul suo pavimento si vedeva l’impronta di due lastre di marmo più grandi delle altre e che, riunite, potevano formare la base del gruppo: una lastra di 6,20 x 2,70.
Ovviamente anche a me, come agli altri fu detto che la gamba del gigante era stata trovata nella grotticella laterale ma questa soluzione non mi persuadeva. Il colossale gruppo di Polifemo poteva realmente esser vi contenuto? Secondo me no, ma ovviamente non mi bastava di affermarlo dovevo trovare le prove di ciò che dicevo e, prima di tutto decisi di stabilire quanto alto era il Polifemo. Nessuno voleva dirmelo e perciò decisi di farlo da sola. Dopo tutto avevo la gamba del Polifemo e potevo usarla per ricostruire il mostro. Uno studio delle normali proporzioni delle statue greche mi persuase che il gigante era molto vicino ai 5 metri e se così stavano le cose esso, sia seduto sia sdraiato non avrebbe mai potuto stare nella grotticella laterale. Oltre tutto il Ciclope era stato posto sulla ipotetica base di 6,20 x 2,70 m e dopo tutto non è che lì ci stesse solo perché con lui ci sarebbero stati anche Ulisse ed i suoi tre compagni, una vera folla, e, anche a metterli stretti, non ci sarebbe stato al massimo che 30 cm per parte per passare e raggiungere l’elegante stanza che era stata preparata in fondo alla grotticella. Nessuno avrebbe mai potuto entrarci e, se così era, perché mai l’avrebbero costruita?
Ovviamente anche a me era stato assicurato da Conticello che la gamba era stata trovata nella grotticella, ma ormai sapevo che così non poteva essere. Intanto mi interessavano molto i tre punti di osservazione che si trovavano nella grotta, posti in cui i visitatori potevano sedersi ed ammirare a loro piacimento le sculture, e che erano piazzati in modo che da lì le sculture fossero completamente visibili. Si trattava di 3 punti di osservazione: uno, il principale, era un triclinio d’acqua funzionante come quello descritto da Plinio il Giovane nella sua lettera (V, 6, 36-37), triclinio storico perché era lì che cenava Tiberio quando, come ci viene raccontato da Svetonio e da Tacito, aveva rischiato di morire travolto dal crollo dell’imboccatura della grotta. Gli altri erano due gruppi di sedili posti sui fianchi della grotta: lì i presenti potevano sedersi per meglio ammirare le sculture. Da queste posizioni la ricostruzione di Andreae nella grotticella non poteva esser vista che dal gruppo di sedili che stava di fronte a questa; oltre a questo un po’ di essa si poteva vedere anche dal triclinio d’acqua, ma si trattava di una visione sempre parziale. Per me era chiaro che se doveva esser visto bene da tutti i 3 posti di osservazione, il gruppo doveva trovarsi in una posizione centrale e su questo stabilii la mia ricerca.
Cominciai a studiare la situazione basandomi su un accuratissimo rilievo che, fatto personalmente, mi fece notare alcuni interessanti particolari della grotta. Quello che mi incuriosiva più di tutto era uno strano muretto non fondato e che spesso si presentava addirittura sospeso nel vuoto. Era un elemento talmente poco stabile che alle sue spalle era stata costruita una diga a proteggerlo da qualsiasi urto o carico gli potesse provenire dalla parte alta della grotta. comunque era chiaro che data la sua fragile struttura l’unica funzione che poteva avere quel muretto era quella di formare uno sfondo, una quinta a qualche scena di rilievo. Si trattava di un manufatto alto circa un metro posto sopra una cascata di rocce che da lui rovinava verso il suolo. Esso partiva dalla parete della grotta continuando diritto per 2,70 m; qui presentava due curve o piuttosto due incavi le cui forme non erano riportabili a nessuna spiegazione stilistica, architettonica od anche decorativa da me conosciuta, eppure erano evidentemente talmente voluti e ragionati, da farmi escludere un'attribuzione del suo disegno ad una pura casualità
Un accurata ispezione del muretto mi fece notare che i due strani incavi riuscivano ad essere perfettamente spiegati se li si pensava come corrispondenti alla gamba ed al braccio destro di Polifemo e alcune misure ed esperimenti mi persuasero dell’esattezza della cosa. Messo lì il Polifemo si presentava quasi coricato. Il piede della gamba poggiava su un blocco di marmo tagliato in forma ed esso, come provai facendomi portare giù dal museo il calco della gamba, si adattava perfettamente ad una roccia su cui per meglio assicurare la stabilità del piede era pure stato tagliato un piccolo scalino di soli 5 cm combaciante col taglio basso del sostegno. La parte centrale del corpo del Polifemo si appoggiava poi all’arco di un condotto da cui sgorgava l’acqua di una sorgente, mentre le spalle erano sostenute da un grosso masso di conglomerato e su quello, dietro la sua testa, doveva stare Ulisse. Ad est e a livello della grotta trovai l’allettamento di una lastra di marmo posta ai piedi della cascata di rocce. Si trattava evidentemente della base dei due compagni con il palo (uno dei due, il più vicino aveva appunto un piede alzato che poggiava sulla prima roccia). Per il compagno che fuggiva e che stava all’altra estremità del muretto era stata invece costruita una grossa base di conglomerato.
A quel momento non ci furono più dubbi e nel 1969 annunziai la mia scoperta con una conferenza fatta alla Pontificia Accademia Romana di Archeologia. Come mi disse allora il Prof Colini, la mia scoperta era di quelle che non ammettevano discussioni e nessuno avrebbe mai potuto schiodare il Polifemo da dove lo avevo trovato. Infatti nessuno ci riuscì, ma come vedremo poi, per fare una cosa diversa da me ci fu chi lo mise di sbieco e fece una delle più impossibili ricostruzioni che si siano mai viste.

Bibliografia
- E. SALZA PRINA RICOTTI - Il gruppo di Polifemo a Sperlonga - Problemi di sistemazione. in Rend. Pont. Acc. Rom. di Arch., Vol. XLII, 1968-1970, pp.118-134, plates 1-3, figg. 5-9.
- E. SALZA PRINA RICOTTI – L'importanza del pesce nella vita, nel costume e nell'industria del mondo antico in RPAA Vol. LXXI, 1998-1999 pp.111-165.
- E. SALZA PRINA RICOTTI, Sistemazione paesaggistica del fronte a mare e giardini nelle ville marittime di epoca romana in "Giornate di studio in occasione del 250º anniversario degli Scavi di Stabia" . 137-169.
- E. SALZA PRINA RICOTTI - Le Grotte di Polifemo, in Palladio N°37, Gennaio - Giugno 2006, pp 1-29 figg 1-19