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Posizione del gruppo di Polifemo.

di Egenia Salza Prina Ricotti

La ricostruzione mia, quella di Hampe e quella del dott. Conticello.

Dopo che nella grotta ebbi scoperto dove si trovava il gruppo del Polifemo pubblicai nei Rendiconti della Pontificia Accademia Romana di Archeologia del 1969 una mia ricostruzione e illustrai come fossero messe le statue eseguendo un modesto schizzo, sistema economico e semplice. Il Polifemo stava sdraiato al centro della composizione. Su lui incombeva Ulisse pronto a tenergli ferma la testa e, mentre il compagno che gli aveva portato il vino si era rifugiato in un angolo, i due compagni col palo si stavano avvicinando al mostro.
Colini aveva detto che nessuno avrebbe potuto schiodare il Polifemo da dove lo avevo messo io, ma evidentemente egli aveva una grande fiducia nei suoi colleghi.
Non molto tempo dopo ci fu una ricostruzione del Coarelli il quale poneva il Polifemo in una nicchia da me accuratamente rilevata che misurava 2.95 x 1,90 e che era posta in fondo alla grotta: un incavo in cui secondo me il gigante non avrebbe potuto starci neanche in posizione fetale, ma – miracolo! - nella pianta pubblicata dal Coarelli la nicchia, si era allargata fino a raggiungere i 3.30 x 2.50 e ancor più miracolosamente il Polifemo si era ristretto e da 5 m era arrivato ad essere alto 3.50 m. Comunque anche senza questi dati tutta la sua soluzione era da scartare dato che mai qualcuno avrebbe esposto il suo miglior gruppo lontano dal visitatori e nell’oscurità del fondo di una lunga grotta.
Non erano poi passati tre anni che apparve un libro di Hampe, un professore di Norimberga: un bel libro tutto in carta patinata e, per attaccarmi, trenta pagine tutte illustrate con i miei disegni che l’illustre cattedratico si era dimenticato di richiedermi. E si che glie li avrei pure dati. Comunque per Hampe il gigante ed il suo gruppo erano stati giustamente posti dall’Andreae nella grotticella laterale, mentre io, povera e sconosciuta Italiana, avevo sbagliato tutto. Secondo Hampe all’estremo lato est della grotta, appoggiate sul fragile muretto non fondato sarebbe state sistemate le 30 o 40 tonnellate del gruppo della Scilla (non sembra proprio che le leggi della statica fossero ben conosciute in quel di Norimberga). Poi lungo tutta la quinta di sfondo una bella cascata, rifornita da non si sa quale sorgente o canale, sarebbe ricaduta sul pavimento attorno al bacino. A parte quindi la questione dei problemi statici sempre incombenti, la cascata sarebbe stata una soluzione interessante che purtroppo avrebbe reso la grotta completamente impraticabile, senza contare che il muretto non fondato sarebbe venuto giù al primo arrivo di una goccia d’acqua.
Nella sua recensione il Prof Andreae, da vero signore, mi difese e disse che chi aveva ragione ero io. Comunque i guai del gruppo di Polifemo non erano finiti e nel libro che fu poi pubblicato, ed nella cui prima parte il Prof. Andreae si occupava magistralmente dello studio dei marmi, nella seconda Conticello si dava alla ricostruzione del gruppo, e lo faceva con grande scioltezza. Anche lui non teneva conto di quelle questioni di statica che possono venire in mente soltanto ad architetti o ingegneri. Oggi la sua ipotesi la possiamo vedere ricostruita dispendiosamente ed in grandezza naturale nel museo di Sperlonga. Conticello che qualcosa voleva cambiare dalla mia scoperta mise di sbieco il Polifemo facendogli mostrare in primo piano la pianta del suo piede e l’antiestetico sostegno di marmo che c’era sotto, un elemento che come abbiamo visto poggiava su una delle rocce della grotta sulla quale, per dargli un maggior sostegno, c’era persino uno scalino tagliato: un elemento importantissimo perché era l’attacco del piede del Ciclope, attacco che io avevo scoperto e che avevo anche segnalato a Conticello, ma di cui il Conticello non tenne assolutamente conto. Nella sua ricostruzione la pianta del grosso piede era ben in vista e ben in vista era quello che adesso era diventato un inutile ed antiestetico sostegno di marmo, un elemento che per la sua forma una volta avulso dal suo attacco non poteva esser in nessun modo giustificato. A che sarebbe servito? Se si fosse pensato che il piede del Polifemo appoggiasse sulla roccia piana del pavimento della grotta, perché dargli quella forma? Se poi, come sembra da alcune foto dei tentativi di ricostruzione che ho in mio possesso, il piede si trovava ad una certa altezza dal pavimento: dove sarebbe mai finito l’indipensabile blocco di appoggio che sul pavimento non esiste? E tutto questo senza tener conto che basta dare un’occhiata alla gamba esposta nel museo proprio vicino alla gigantesca ricostruzione per vedere che essa era stata scolpita per essere vista come era lì: parallela alla quinta nel Museo come parallela essa era stata a suo tempo al muretto nella grotta.
Ma questo è il meno: nella sua gigantesca ricostruzione in gesso i due compagni col palo, avulsi dalla base la cui cementazione ai piedi delle rocce io avevo trovato, ben ripulito e messo in pianta e che ora era misteriosamente scomparsa, erano stati piazzati molto avanti sospesi in aria tra il muretto e il gigante là dove c’erano soltanto rocce sconnesse Ma come si sarebbero rette lì quelle statue ognuna delle quali pesava più di una tonnellata l’una? Sarebbero forse stati in bilico su una delle rocce? D’altra parte nella grotta sotto ognuno di loro non c’era la minima traccia di quei grossi blocchi di conglomerato, come quello che vediamo sotto il compagno che fugge e che si trovano sempre in questi casi, elementi a cui per ragioni statiche non si può rinunciare. Infine, per accontentare Andreae, convinto che il gruppo di Sperlonga fosse rappresentato in una modesta stele trovata a Catania, la statua di Ulisse che ovviamente pesava dall’ una alle due tonnellate fu messa in bilico sul muretto non fondato e di soli 40 cm di larghezza e non occorre proprio avere una laurea in architettura per capire che questo sarebbe immediatamente crollato.
Insomma da questa ricostruzione capiamo che per certuni le leggi della statica non sono cose che una mente colta e letteraria possa prendere in seria considerazione e che per certi archeologi le statue si possono spostare da qui a lì e metterle a svolazzare in una composizione come se fossero di polistirolo espanso. Quando però con grande dispendio si foggiò in gesso una riproduzione in grandezza naturale di tutto il gruppo e la si espose nel museo dove oggi regna indiscussa, nessuno si accorse di questi problemi e nessuno trovò niente da obbiettare.
Gli anni però passarono, la ricostruzione fu anche esposta in una mostra a Roma e stranamente a neppure a uno di quelli che la osservarono venne im mente che essa letteralmente non si reggeva in piedi. L’unica spiegazione è che nessuno di loro doveva aver perso molto tempo giù alla grotta e così non aveva notato il muretto non fondato e sospeso nel vuoto che il Conticello aveva considerato un ottimo appoggio per la statua di Ulisse, né il fatto che nello spazio dove aveva piazzato i due compagni col palo non esisteva nessuna base di conglomerato per reggerli.
Gli anni passarono e sembrava che l’unica che sapesse quanto quella ricostruzione fosse sbagliata fossi io, ma me ne stavo tranquilla perché sapevo che sulla roccia c’era l’attacco del piede del Polifemo e che questo avrebbe messo tutte le cose a posto. Tardai comunque a documentare questo attacco. Lo scalino intagliato nella roccia lo avevo segnato sulla mia pianta e stupidamente non lo avevo fotografato, prima di tutto perché nel 1969 avevo una relazione molto combattuta con la macchina fotografica che adopravo malissimo e quando scoprii l’attacco del piede del Polifemo non l’avevo con me e subito dopo tutta quella parte fu ricoperta da conticello da una specie di palcoscenico di legno. Comunque per me quello che faceva fede era la pianta del mio rilievo. Inoltre, quando avevo provato il calco della gamba su quella pietra, ero rimasta stupita dell’esattezza con cui i due coincidevano. Non ci si poteva ficcare un ago nel mezzo e volevo capire come gli scultori avessero potuto raggiungere una tale precisione.
L’aver trovato sulla volta della grotta l’incastro di tre grossi pali mi aveva fatto capire che prima di metterlo al suo posto quegli artefici se ne erano serviti per sospendervi il Polifemo o almeno la sua gamba ed era evidente che a quel momento avevano anche scolpito il blocco di marmo per fare adattare perfettamente il suo piede alla roccia su cui avevano tagliato lo scalino stabilizzatore. Però prima di pubblicare tutto volevo aver ben chiaro in mente come tutto questo era stato fatto.
Intanto il mio lavoro che prendeva molto del mio tempo non mi consentiva di occuparmi di altro e fu soltato anni dopo, quando ebbi il tempo di rifletterci su, capii come si era riusciti ad ottenere un’aderenza tanto perfetta tra la roccia e la gamba su essa poggiata: non si era scolpito solo il blocco di marmo, ma anche la roccia sottostante. Questa infatti mi aveva stupito per la sua forma liscia e tondeggiante, che allora avevo finito con l’attribuire a uno di quei scherzi della natura che si possono incontrare un po’ dappertutto, Quindi come si suol volgarmente dire si era dato “un colpo al cerchio e uno alla botte”. A questo punto telefonai alla Soprintendenza, spiegai come avevo ormai capito tutto e li informai che, se erano d’accordo, l’indomani sarei andata a fotografare l’attacco del piede del Polifemo e con quello avrei chiuso la questione.
Così l’indomani, accompagnata da un’amica e con la macchina fotografica pronta, arrivai a Sperlonga e chiesi di andare nella grotta. Lo spettacolo che lì mi accolse mi lasciò di gelo. La roccia su cui c’era stato l’attacco del piede del Polifemo era stata tutta spicconata e ridotta ad una massa informe. La pietra messa a nudo da poco spiccava rosea tra le altre che, intonse, avevano conservato tutto il loro scuro manto di licheni. Nella notte qualche folle delinquente si era accanito sulla povera roccia. Già prima avevo visto scomparire la cementazione della base dei compagni con il palo e ora questo. Evidentemente ero proprio sfortunata. Grazie a Dio la ricostruzione di Conticello era così impossibile da accettare che a quel momento era l’unico aiuto che mi restava.