di Egenia Salza Prina Ricotti
LE TRE GROTTE
Come ho appena finito di dire, arrivando a Sperlonga mi trovai coinvolta nei suoi principali problemi (vedi “Sperlonga: la scoperta” e “La mia ricostruzione” in questo sito) e, grazie al cielo, li risolsi, ma a quel momento non riuscii a fermarmi: Sperlonga mi aveva interessato e continuai a studiarla. Fu così che spesso mi tormentavo su altri fatti da me notati e sempre connessi con la caverna.
Le prime ricerche riguardavano le staute. Ormai la credenza più diffusa era che questi magnifici gruppi – la “Scylla” e “L’accecamento di Polifemo” – fossero originari dell’isola di Rodi. I tre scultori che firmarono le opere esposte a Sperlonga - Agesandro, Atenodoro, e Periandro - erano scultori rodii e quindi l’origine rodia delle sculture non venne mai messa in discussione, ma su come questi gruppi fossero arrivati nella grande caverna della costa laziale i pareri erano discordi. Alcuni studiosi erano dell’opinione che le statue fossero copie di quelle di Rodi ordinate dal “piscinarius” del tempo; altri invece erano convinti che fossero addirittura gli originali comprati da qualche ricco romano, e da lui riportate in patria per adornare con esse il suo splendido ninfeo. Molti addirittura affermavano che chi se le era comprate e portate appresso fosse stato lo stesso Tiberio, il quale, quando scoppiò lo scandalo della moglie Giulia che, con i suoi amanti e la sua condotta immorale, aveva profanato pure il Foro, decise che la cosa migliore per lui fosse quella di tagliarsene fuori e riparare a Rodi, un’isola che lui già ben conosceva perché lì aveva compiuto i suoi studi di filosofia.
Come ho già molte volte ripetuto e affermato non potrò mai credere che questo uomo semplice ed onesto e tanto calunniato da Tacito, possa aver fatto una cosa simile. Ritornare a Roma dal suo patrigno con quel genere di piccoli souvenirs non sarebbe certo stato consigliabile. Augusto era assolutamente contrario al lusso nelle case e aveva appena finito di radere al suolo una villa che la figlia Giulia si era fatta costruire e che egli aveva giudicato troppo sontuosa. Figuriamoci cosa avrebbe detto e fatto alla vista dei colossali gruppi statuari e certamente non avrebbe mai permesso che Tiberio li esibisse ne ninfeo della villa sperlongana. In quanto alla leggenda che Tiberio ne fosse il proprietario, essa era solo basata sul fatto che, avendo egli interrotto il suo viaggio da Capri a Roma, aveva lì fatto tappa e, stava cenando nel triclinio d’acqua proprio mentre la montagna gli stava crollando addosso: fatto storico riportato sia da Svetonio che da Tacito. Comunque rischiare di morire travolto da una frana sembra un po’ poco per costituire un titolo di proprietà. Come ho appena finito di dire, noi neanche sappiamo se questa villa con piscina e ninfeo fosse inserita nei “praedia” imperiali, e anche se così fosse stato non se la era certo costruita Augusto che con le sue tirate aveva più volte espresso il suo parere sul lusso nelle ville. Ovviamente però poteva essergli stata lasciata per testamento da qualcuno dei ricchissimi “piscinarii” dell’epoca, tra cui - non possiamo proprio dimenticarcelo - c’era anche Filippo, il patrigno di Augusto che, probabilmente, alla sua morte lasciò al figliastro molte sue proprietà.
Comunque abbandonando la questione di chi era e di chi non era la villa di Sperlonga e chi adornò il ninfeo della piscina con queste splendide opere d’arte, vediamo di stabilire se alla fine del I sec. a. C. le sculture erano ancora a Rodi e dove mai potevano trovarsi. Fu così che, studiando questo problema, e osservando le piante di alcune grotte di Rodi, la mia attenzione venne colpita da un articolo su una grotta di Rodini del Prof. Hans Lauter (e lo ringrazio vivamente per avermi permesso di usare la sua pianta). Io avevo talmente disegnato e ridisegnato il muretto che a Sperlonga faceva da quinta al gruppo dell’accecamento di Polifemo da conoscerlo a memoria e, sempre a memoria, poterlo ridisegnare. Potete immaginarvi che shock fu per me di vedere le stesse curve della grotta di Sperlonga nella pianta del Lauter. Era una coincidenza davvero troppo strana per passarci sopra.
Lì c’erano le due ben note arcate: una per il braccio destro del Polifemo e ‘altra per la sua gamba destra e ce n’era anche una terza, anche se più piccola, per la sua testa. Questa a Sperlonga non esisteva perché lì il Polifemo era più alto del muretto e completamente libero, mentre a Rodini la parete della grotta, una caverna, continuava su fino alla sua volta.
Adesso parliamo un po’ di questa grotta che si trovava nel parco di Rodini ed era posta quasi davanti alla cosiddetta tomba di Tolomeo. Io ridisegnai ala sua pianta mettendola nella stessa scala con Sperlonga e le confrontai. Le curve avevano la stessa forma e quasi le stesse dimensioni. In Sperlonga c’era una piccola differenza di lunghezza: quelle di Rodini erano di circa un dieci per cento maggiori. Ma bisogna anche tener conto che questo poteva dipendere dalla diversa inclinazione con cui le statue erano state poste nell’una e nell’altra caverna. Era evidente che queste diverse inclinazioni proiettate in piano sulla pianta avessero lunghezze diverse. Quello che è certo –ed è anche quello che mi persuase ad andare avanti con la mia ricerca – fu il fatto che potei estrarre dal mio computer il disegno del Polifemo che si trovava sulla pianta di Sperlonga, trasportarlo su quella di Rodini e porlo contro le curve qui presenti. Ci si adattava perfettamente.
Ora la domanda diventava la seguente. C’era un Polifemo nella grotta di Rodini? E la risposta era: perché no? Polifemo era perfetto per una caverna. Naturalmente le due grotte erano differenti. Sperlonga era amplissima ed anche molto alta, mentre Rodini era bassa e più scura. In Sperlonga abbiamo poi un gruppo con 5 personaggi. A Rodini forse c’era stato soltanto il Polifemo.
Un altra questione da risolvere era quella di scoprire se a Rodi esistesse un gruppo da cui quello di Sperlonga era stato copiato e, in caso così fosse, doveva poi poteva mai essere stato. Inoltre che tipo di statue erano quelle rodie: erano foggiate in bronzo o scolpite in marmo? Qui c’è certamente da dire che Rodi andava giustamente famosa per le sue colossali statue in bronzo e e negli scavi si sono spesso trovate fosse di fusione per enormi statue bronzee. Inoltre mettono sospetto i rozzi sostegni che si notano nelle marmoree statue del gruppo di Sperlonga. Essi tenderebbe a far pensare che quanto esisteva nella caverna laziale fosse una copia in marmo di un originale gruppo rodio foggiato nel bronzo. In tutti i casi si tratterebbero però di copie firmate come opere originali, e sarebbero sempre state scolpite da validi scultori.
Le tre grotte di Polifemo
Adesso c’è un’altra questione da esaminare. Fino ad ora abbiamo studiato due caverne e abbiamo deciso di definirle grotte di Polifemo. Ma, sempre collegata al mito del Ciclope, ce n’è anche un’altra: ossia un ninfeo della Villa Albana di Domiziano, e precisamente il Bergantino posto sulle rive del lago di CastelGandolfo. Ora, a parte la presenza di Polifemo, in tutte e tre le grotte vi sono altri elementi che le collegano fra loro ed è evidente che questi elementi nascono dalla grotta di Rodini. Una di queste particolarità è una piccola grotta laterale di forma ovale che a Rodi era stata scavata nella roccia come pure dalla roccia era stata ricavata la lunga panchina che le girava attorno. Ora, dato che questo elemento noi lo troviamo anche a Sperlonga e al Bergantino, e che la grotta di Rodini è certamente anteriore alle altre due, quelli delle grotte italiche devono essere stati copiati da questa.
È poi interessante notare che a Sperlonga la grotticella ovale è stata posta in un amplissimo braccio della grotta dove si sarebbe potuto fare di tutto, mentre ci si è limitati a costruirvi soltanto una copia in muratura dell’ambiente trovato nella grotta rodia. Lo stesso ambiente ovale ritroviamo al Bergantino dove la grotticella è stata ricavata in una diramazione della grotta principale, un vano più piccolo di quello di Sperlonga, ma ancora troppo grande per consentire di ricavarlo nella roccia e anche qui la grotticella ovale è stata copiata in muratura. Ora sembra evidente che queste strutture dovevano essere importanti, e importanti dovevano anche essere la loro forma. Ma perché?
Tra l’altro tutti e tre questi posti non erano stati fatti per ammirare il Polifemo, dato che da nessuna di esse si poteva vederlo. Dunque quale poteva essere la loro funzione? La panchina che correva lungo le loro pareti era stretta: soltanto 45 cm, le dimensioni di una comune seggiola. Naturalmente si può anche pensare che gli ambienti ovali fossero stati fatti per consumarvi qualche scomoda cena o qualche ancor più scomodo simposio, ma se esse fossero state fatte per una tale scopo, i costruttori avrebbero anche fatto in modo che la gente potesse ammirare le sculture. Per di più a Sperlonga c’era anche lo splendido triclinio d’acqua da cui i convitati ammiravano bene i gruppi inondati di sole.
Certamente a Sperlonga si sarebbe anche potuto pensare che la grotticella ovale con la sua scomoda panchina venisse usata in occasione di una cena per sistemarvi gli ospiti di secondo ordine. Invece, no: una delle caratteristiche di queste sistemazioni consisteva nel fatto che durante la cena tutti gli ospiti potessero vedere il padrone di casa, mentre qui non era possibile. Solo pochi seduti nella parte sud-est della grotticella avrebbero potuto intravederlo.
Comunque il problema che investiva le tre grotte di Polifemo non si fermava qui. Infatti esse avevano in comune un altro elemento che andrebbe spiegato. Tutte e tre, avevano delle profonde nicchie, veri e propri ambienti attrezzati per officiarci qualche sorta di rituale. Certo Polifemo non sembra essere il personaggio mitologico a cui si potesse rivolgere qualche forma di culto, eppure nella grotta di Rodini vi era quasi una cappella scavata nella roccia con sul fondo una tavola, sempre di roccia, abbastanza grande da sembrare un altare, tanto più che su di essa era stata scavata una nicchia che probabilmente conteneva qualche bassorilievo, magari rappresentante Ulisse ed i compagni che accecavano il mostro.
Anche a Sperlonga c’era qualcosa di simile.. In fondo alla grotta era stato scavato un ambiente di 2,95 x 1,90 m con due grossi incassi per travi che dove vano sostenere una mensola, forse funzionante da altare, e al Bergantino vi era un ambiente simile. E di nuovo ci poniamo la domanda: a che dovevano servire questi strani ambienti? Si deve scartare la possibilità che questi recessi poti in fondo alle grotte, e quindi in penombra, senza contare che erano molto lontani dalle grotticelle ovali avrebbero potuto servire per le mense vinarie dei simposi? Si: la si deve proprio scartare. Se si fossero volute sistemare mense vinarie c’erano molti altri posti più adatti in queste grandi caverne.
Cosa mai allora saranno questi ambienti? Forse cappelle per celebrare qualche rituale, ma certamente non diretto a Polifemo che dominava lo scenario con la sua mole ma che nessuno avrebbe mai scelto come nume benefico?. E allora a chi? E fu a quel momento che realizzai che avevo sbagliato tutto. Le tre grotte non erano le grotte di Polifemo, il povero bruto cieco. Erano quelle del mitico Ulisse.
Immediatamente pensai ad un Heroon, ma potevano essere Heroa le tre grotte con i loro sacelli scavati nella roccia? Heroa dedicati a Ulisse? Poteva davvero esistere un Heroon senza la tomba dell’eroe stesso? No, che io sappia. C’era certamente qualche forma di rito nelle tre grotte e certamente era rivolto ad Ulisse, ma quale non lo so, e spero che, un giorno, qualcuno più in gamba di me riesca a darmi una risposta.
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