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Progettare nell'antichità

di Egenia Salza Prina Ricotti

PROGETTARE NELL'ANTICHITÀ
Come si fa anche ai nostri giorni, così pure in tutte le civiltà del passato - fossero esse egizia, mesopotamica, greca o infine romana - gli architetti, per ottenere l'incarico di costruire un edificio, dovevano o vincere un concorso, o entrare nelle grazie di qualche danaroso committente. A questo punto essi dovevano presentare i loro progetti e discuterli. Generalmente la documentazione consisteva in piante, prospetti, particolari e prospettive. Infatti da quel che ci racconta Vitruvio veniamo informati che, anche a quei tempi, i progetti venivano illustrati con disegni tecnici e prospettive colorate. Poi, siccome piante e disegni tecnici, per quanto esattissimi, non potevano dare un'idea chiara dell'edificio a chi non fosse del mestiere, e i committenti potevano facilmente esser tratti in inganno da un certo numero di quadri di insieme in cui i fabbricati venivano presentati con una prospettiva abilmente forzata, tesa a far sembrare imponenti anche le più modeste costruzioni, si richiedeva che il lavoro venisse completato da un modellino in scala. Con esso non era possibile ingannarsi e chiunque sarebbe stato in grado di giudicare il progetto.
I progetti - Tutto questo materiale non veniva buttato via una volta terminata la costruzione, e la documentazione dei progetti più importanti veniva conservata negli archivi dell'epoca. In Egitto questi si custodivano nei templi e qui se ne trovavano alcuni risalenti al secondo millennio a.C.; in quanto alla Grecia, quando, nel 548 a.C., il tempio di Apollo a Delfi prese fuoco fu sempre in base ai progetti originali dell'architetto corinzio Spintaros, conservati, come dice Pausania, "nei sacri tesori", che si potè ricostruirlo esattamente come era. Si variò soltanto il materiale e invece della pietra si impiegò il marmo.
Di questi progetti non molto ci è pervenuto. Il poco che oggi abbiamo consiste nei frammenti di alcuni di essi. Ovviamente i più antichi sono quelli egizi e tra essi il papiro del 1166 a.C. con la pianta della tomba di Ramsete IV o il tegolone di una sessantina di anni posteriore su cui è tracciata l'ultima dimora di Ramsete IX (41). Si tratta di documenti molto interessanti che seguono il tradizionale disegno tecnico usato dagli architetti egizi per i loro progetti. In essi le porte stilizzate, disegnate non in pianta ma in prospetto e rivolte verso il lato di apertura, sono poste di fianco o perpendicolari ai muri nei quali dovevano aprirsi Bei disegni decorativi, ma assolutamente non in scala. Si tratta infatti di schizzi indicativi nei quali le dimensioni che gli ambienti avrebbero dovuto avere non erano in proporzione fra loro, e piccole stanzette apparivano molto più grandi di sale veramente spaziose. Disegni insomma la cui unica funzione era quella di indicare quali sarebbero stati i tratti di galleria, quali le sale, e quale la posizione ed il numero delle porte. Funzionali erano invece le scritte che, segnate sul disegno ambiente per ambiente, fissavano in cubiti, palmi e digiti le dimensioni che gli ambienti avrebbero dovuto di fatto avere.

Fig 1 - Traduzione dei geroglifici della pianta

Y Camera del sarcofago
Ya La sua porta è chiusa
Yb La casa dell’Oro dove egli riposa lunga 14,70 m, larga 14,70 e alta 9.30 m; decorata, lavorata col cesello, riempita di colori, rifinita e rifornita con tutti gli equipaggiamenti di Sua Maestà (Egli vive, ed èbenedetto e sta bene) posti ai due lati insieme alla divinità enneade che sta nell’al di là.
Yc Assieme, iniziando dal corridoio che porta alla Casa dell’Oro
Yd Assieme iniziando dalla camera dell’Oro fino alla più interna sala 149 m.
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Z “Camera del Tesoro”
Za La sua porta è chiusa
Zb Il corridoio che è del posto dello Shabti è 14 cubiti e 3 palmi. È largo 4.50 m; alto 6.60m decorato, lavorato col cesello, riempito di colori, rifinito.Quello sud è uguale.
Zc Il sacrario degli dei è lungo 4.70 m, alo 1.95 e profondo 1.60 m
Zd Il tesoro laterale è lungo 9.90 e largo 3.30 m.
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W Corridoio
Wa La sua porta è chiusa
Wb Il quarto corridoio è lungo 22.75, largo 5.45 m e alto 8.95 m, decorato, lavorato col cesello, riempito di colori, rifinito.
Wc La rampa è lunga 18.24 e larga 4.78
Wd Questa stanza è lunga 1.85 e larga 1.30 e fonda 1.30 m.
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X Anticamera
Xa La sua porta è chiusa
Xb L’anticamera è lunga 8.20 larga 7.30, alta 7.30 m, decorata, lavorata col cesello, riempita di colori, rifinita.
Xc Fine della rampa del sarcofago 2.75 m.


Fu poi facile accertarsi che tali indicazioni corrispondevano alla realtà: bastò confrontare le misure fissate dall'antico architetto con quelle che si riscontravano nel monumento poi realizzato per provare che le disposizioni scritte erano state puntualmente osservate. Si potè anche fissare quale fosse l'unità di misura che era stata usata nella progettazione. A quei tempi, infatti, non vi erano misure standard e, a seconda delle epoche e persino dei luoghi, in Egitto esistevano cubiti di diversa lunghezza. Il controllo dovette perciò venir ripetuto caso per caso; comunque le verifiche effettuate confermarono che i costruttori si attennero sempre al piano dall'architetto. Insomma gli antichi disegni egizi saranno anche stati molto primordiali, ma erano anche progetti esecutivi perfettamente realizzabili.
Molti secoli dovettero trascorrere prima che da questo sistema empirico di progettazione si passasse al disegno fatto in scala come lo conosciamo noi. In epoca romana ne abbiamo vari esempi e il più importante di essi è certamente la gigantesca Forma Urbis severiana(44), databile tra il 203 ed il 209 d.C.: una lastra di marmo di m 13 x 18,10 che, con indubbio effetto decorativo, era stata affissa ad una parete del Foro della Pace. Su essa era stata incisa una esattissima planimetria, basata probabilmente sul catasto dell'epoca, e lì riportata in una scala di 1/240. Purtroppo essa venne distrutta e oggi solo pochi frammenti, un decimo della sua intera superficie, ci sono pervenuti, ma, nel poco rimasto possiamo vedere templi, e monumenti celebri ancora inseriti nel tessuto della città antica con le sue abitazioni private riportate nei loro minimi particolari: ambienti, atrii, peristilii e via dicendo
Esistevano poi altre piante più modeste, anche se molto interessanti come quella incisa su una lastra sepolcrale dove, accanto alla pianta della tomba con annesso triclinio per i “refigeria” in onore dei defunti , si vedeva anche quella della casa a due piani del custode.
Particolare è poi quella in mosaico emersa presso Via Marsala vicino alla Stazione Termini. da alcuni scavi dell'800. Si trattava di 3 frammenti di un pavimento sul quale era stata riportata la pianta di un impianto termale, un edificio che in grandezza naturale avrebbe avuto un lato di m 24, e che presentava varie sale dotate di vasche: quindi non la terma di una qualsiasi casa privata normalmente costituita da un piccolo tepidario, un minuscolo calidario e, nei casi più pretenziosi, da una piscina fredda, ma piuttosto uno stabilimento di grandezza media come molti altri gestiti da privati, una delle tante terme funzionanti a Roma in epoca imperiale, delle quali come ci dicono le fonti, all'epoca di Augusto ne esistevano ben 170. La cosa singolare è che questa pianta - che doveva probabilmente occupare la parte centrale di un pavimento di mosaico di maggiori dimensioni o comunque avere in esso la posizione dominante, e che, con i suoi colori vivaci aveva certamente funzioni decorative - era in realtà la riproduzione di una pianta esecutiva perfettamente in scala, per l'esattezza in una scala di 1/16. Poi, come se ciò non bastasse, in ogni suo ambiente si vedono segnate le misure in larghezza e lunghezza espresse in piedi romani di cm 29,6 Quindi una pianta precisa, policroma, con dettagli tecnici come quelli delle canalizzazioni, un mosaico che pone vari interrogativi: perché infatti per il pavimento di un ambiente termale basarsi su una decorazione tanto insolita invece della solita testa di Nettuno e di un certo numero di Nereidi? L'unica spiegazione possibile è che questo speciale pavimento, destinato a decorare l'ingresso di uno stabilimento termale o uno dei suoi saloni più spaziosi quale quello del frigidario, sia stato ordinato da colui che ne finanziò l'erezione o il restauro quasi certamente su esso si leggeva anche una scritta che ne riportava il nome e le lodi.


Bibliografia
Divulgazione scientifica
- E. SALZA PRINA RICOTTI, Gli architetti e progettazione di architettura nell'antichità in Archeo (Anno XI, nº 12 (142) December 1996, pp. 58 - 85.

Libri e lavori accademici
- E. SALZA PRINA RICOTTI - Villa Adriana. Un singolare solaio piano in opus caementicium, in Palladio, Nuova serie, Anno I, N. 1, Giugno 1988. pp. 1-12.
- E. SALZA PRINA RICOTTI, Adriano: architettura del verde e dell’acqua in Horti Romani, Rome , 1995, pp. 363-399.
- E. SALZA PRINA RICOTTI – Hadrien, architecte, ingénieur et urbaniste, in Hadrien. Trésors d’une villa impériale, Italia 1999, pp. 37-46
- E. SALZA PRINA RICOTTI – Adriano, architetto, ingegnere e urbanista, in Adriano architettura e progetto, Italia 2000, pp. 41-45 e schede