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di Egenia Salza Prina Ricotti
Roma - L'architetto a Roma e, con Roma, il trionfo dell'architettura e della tecnica. A Roma si incurvarono gli alti archi e le coperture si svilupparono in ampie volte; Roma che con il suo conglomerato, il solidissimo impasto di calce pozzolana e tufo, si liberò dalle schiavitù imposte dal sistema trilitico e non ebbe più bisogno di una selva di pilastri per sostenere la copertura di amplissime sale. Roma che ha potuto creare forme eterne come il Pantheon e le barocche cupole di Villa Adriana che ancor oggi riempiono di meraviglia gli ingegneri ed i calcolatori di strutture speciali di tutto il mondo. Roma imperiale, città a cui accorsero i maggiori architetti di tutto il mondo di allora, ma che già nei tempi più antichi edificava autarchicamente cose egregie e nella quale, secondo la leggenda, i suoi più antichi architetti furono i costruttori del Ponte Sublicio, che dalla loro opera ricevettero dignità ed importanza e dal vocabolo "ponte" presero il loro nome: pontefici, "costruttori di ponti".
Eppure, anche se a Roma l'architettura e l'ingegneria civile trionfarono, gli architetti non furono trattati con il medesimo rispetto e riconoscimento che venne loro tributato in paesi come la Grecia o l'Egitto. E non soltanto questo: a Roma non ci si poteva neanche consolare con il successo economico dato che si guadagnava poco. La spiegazione di tutto ciò stava nel fa tto che, poiché, a partire da un certo momento, tutto il mondo conosciuto e ricco era stato conquistato e con esso tutte le sue immense ricchezze, o si lavorava per i Romani o non si lavorava affatto. Tra tutte le città dell'Impero, poi, il posto dove si costruiva di più e con più prestigio era senza dubbio Roma. Quindi fu qui che da tutte le parti del mondo accorsero architetti di valore, gente che si avvicinava molto al personaggio ideale di vitruviana memoria; ma questo produsse un vero sovraffollamento e diede origine ad una concorrenza spietata.
Inevitabilmente la lotta serrata per accaparrarsi i lavori portò a forti riduzioni degli onorari. Ci si scannava per conseguire gli incarichi e, pur di ottenerli, ci si accontentava di quel che i committenti, liberi di scegliere nella massa, offrivano. C'era insomma una corsa al ribasso che non era neanche compensata dalla prospettiva di potersi eternare nelle proprie opere e almeno di lavorare per la gloria. Infatti anche a Roma, come in Mesopotamia, l'architetto non poteva legare il proprio nome ai suoi monumenti. Sui templi, edifici, ponti e via dicendo si segnava soltanto quello dell’imperatore o della persona che aveva pagato per costruirli. Qualche progettista più ardito degli altri ruppe si la consegna, ma lo fece in luoghi remoti come quel Lacer, architetto vissuto all’epoca dell’imperatore Traiano, il quale, in blocchi di granito locale squadrato, uniti senza malta, costruì il formidabile ponte a sei arcate sul Tago e, finita l'opera, come di dovere, murò sull'attico dell'arco l'iscrizione di prammatica con i nomi di Nerva e Traiano. Ma il buon Lacer ci teneva a lasciar traccia di sé ai posteri e, in asse al ponte, con la facciata rivolta verso ponente, costruì un tempietto, poi trasformato in chiesetta, i cui resti si vedono ancora sulla riva sinistra del fiume. Le sue paraste sostenevano un epigramma in cui si diceva che il tempio era dedicato al culto imperiale ed in seguito si nominava Lacer come architetto del tempio e del ponte
C. Julius Lacer deos fecit et dicavit, amico Curio Lacono Igaeditano.
come si vede è una eccezione dovuta all'astuzia dell'architetto locale il quale costruendo un tempietto dedicato ad un suo amico e probabilmente concittadino poteva scriverci tutto quello che voleva.
Anche sulle coste africane ci fu un architetto che a Leptis osò segnare il suo nome sull'arco dell'imperatore Marco Aurelio, ma lo segnò in un posto molto poco visibile e lo tracciò così leggermente sul marmo che lo si può vedere soltanto in particolari condizioni di luce. Poche sono le altre opere che portano la firma dei loro artefici e generalmente risalgono ai primi periodi dell'impero.
Quindi é soltanto dalle fonti che conosciamo i nomi degli architetti più importanti collegati alle opere da essi create, ma i fortunati erano pochi. Attraverso ad esse divennero famosi Severo e Celere, gli architetti di Nerone che per lui crearono una residenza degna del padrone del mondo: la Domus Aurea con il magnifico triclinio della sala ottagona a sfondo della quale, riflettendo nella sua mobile corsa le luci della sala, scivolava una monumentale cascata, ed il grandissimo parco in cui tutte le acque della zona, raccolte in mille ruscelli e cascatelle, andavano ad alimentare il famoso lago, poi prosciugato dai Flavi per costruire il Colosseo.
Sempre le fonti ci parlano di Rabirio, l’architetto di Domiziano, che per lui costruì sia la Domus Albana che quella Flavia, tutte e due con le loro imponenti aule, con i loro ninfei ed i giardini dalle mille forme compresi quelli foggiati a stadio. Grande architetto Rabirio: a lui si deve l’innovazione del colonnato posto dinnanzi ad una parete esterna con semplice funzione decorativa (Foro Transitorio), e sempre a lui è attribuita la creazione di un capitello composito. Rabirio poi fu uno dei pochi che riuscirono ad eludere la proibizione di firmare i propri lavori: con una geniale trovata inserì tra i dentelli delle sue trabeazioni due anellini, sempre gli stessi ed in ogni sua opera, un particolare decorativo che, usato pricipalmente da lui, lo distinse dagli altri: una specie di sigla che, eludendo il divieto degli imperatori, permette tuttora di riconoscerlo nella sua opera.
Abbiamo poi l'architetto di Traiano, Apollodoro, originario di Damasco, che, seguendo Traiano nelle sue campagne eresse per lui il tecnicamente ineccepibile ponte sul Danubio; e, sempre per il suo imperatore, sistemò in tutta la sua maestà l'area del Foro Traiano con il suo monumentale arco dando alla colonna commemorativa delle battaglie dell'imperatore la stessa altezza della collina che aveva dovuto spianare per mettere in opera il suo progetto.
Come si vede tutti stranieri questi architetti, e straniero fu anche il greco Ermodoro che costruì l'arsenale marittimo di Ostia ed Alipio di Antiochia. Proprio così: coloro che a Roma recinsero i grandi spazi dei suoi Fori, eressero i suoi templi, costruirono i suoi più bei palazzi e i suoi più preziosi monumenti, coloro che sfruttando le nuove possibilità del conglomerato incurvarono volte grandiose sulle sue ampie sale, venivano da tutte le parti dell'impero con una maggioranza di greci o di cittadini del mondo ellenizzato. Di Romani veri e propri ce ne furono molto pochi. Ora, è vero che, come scrive Cicerone, la professione dell'architetto non era tra quelle liberali, le poche in cui un patrizio romano potesse cimentarsi, ma conosciamo un certo numero di Romani che per passione vi si dedicarono lo stesso. Probabilmente essi non l'esercitarono mai come professione retribuita, e se ne occuparono sia a titolo personale costruendosi residenze di sogno, sia arricchendo le città in cui esercitavano cariche speciali. Comunque tra i pochi architetti Romani di nascita e liberi, a parte Vitruvio, vi fu addirittura un iùmperatore: Adriano, un grande architetto
Bibliografia
- E. SALZA PRINA RICOTTI, Gli architetti e progettazione di architettura nell'antichità in Archeo (Anno XI, nº 12 (142) December 1996, pp. 58 - 85.
Libri e articoli accademici
- E. SALZA PRINA RICOTTI - Villa Adriana. Un singolare solaio piano in opus caementicium, in Palladio, Nuova serie, Anno I, N. 1, Giugno 1988. pp. 1-12.
- E. SALZA PRINA RICOTTI, Adriano: architettura del verde e dell’acqua in Horti Romani, Rome , 1995, pp. 363-399.
- E. SALZA PRINA RICOTTI – Hadrien, architecte, ingénieur et urbaniste, in Hadrien. Trésors d’une villa impériale, Italia 1999, pp. 37-46
- E. SALZA PRINA RICOTTI – Adriano, architetto, ingegnere e urbanista, in Adriano architettura e progetto, Italia 2000, pp. 41-45 e schede