di Eugenia Salza Prina Ricotti
La donna romana dagli inizi alla fine della repubblica
Abbiamo visto adesso il matrimonio delle ragazze romane e cerchiamo di capire adesso come fossero le donne romane e che genere di vita condussero nei vari periodi della storia. Certamente non è facile trovare notizie su di loro. Bisogna scoprirle un po’ per volta, un fatterello qua ed uno là, scarse informazioni inserite nei resoconti della vita dei loro famosi o infami mariti. Comunque cercando un po’ qui e un po’ lì alla fine si riesce a saperne abbastanza.
Come prima cosa scopriamo che sia le Etrusche che le Romane erano molto diverse dalle loro sorelle del mondo mediterraneo e medio orientale. Prima di tutto esse sempre godettero di una certa libertà. Naturalmente niente a che fare con quello che oggi abbiamo noi, ma erano libere di uscire di casa quando volevano, andare a visitare famiglie amiche o recarsi nei vari mercati a comprare quello che loro bisognava, quello che conta fu non furono certo mai chiuse nelle loro case come invece lo furono le Greche.
La differenza tra le Romane e le Greche è anche rispecchiata nelle loro case. A Roma niente ginecei, né quartieri delle donne. La casa romana era aperta per tutti coloro che vi vivevano e per tutti gli amici e visitatori senza distinzione di sesso. La donna romana era realmente la socia del marito.
Questo era anche conseguenza del fatto che, quando non erano sposate “in manus” nel qual caso tutto il loro avere finiva nelle mani del marito o del suo “pater familias”, le donne romane potevano avere un loro patrimonio e, qualche volta, erano anche più ricche dei propri mariti: Realmente per le leggi romane esse non avrebbero potuto amministrarlo di persona, ma con un certo numero di artifici come quelle di farle ufficialmente gestire da un amministratore da loro scelto, da loro pagato e sempre ai loro ordini potevano fare tutto quello che volevano. Alcune furono poi legalmente autorizzate a gestirsi da sole, come lo fu Livia che possedeva vaste proprietà e che per legge fu autorizzata da Augusto a gestirle da sola.
E le gentili dame non si fermarono a questo anzi spesso erano loro a amministrare tutti i beni di famiglia e molte erano bravissime a farlo. Alungo Terenzia la moglie di Cicerone si occupò degli affari del consorte. Il guatio era che essa non era molto onesta e per ogni transazione, vendita o acquisto stornava sempre una sommetta che poneva sul suo conto. Si trattava di un certo per cento, ma quando Cicerone si accorse della sua disonesta divenne furioso e la divorziò.
Comunque Terenzia apparteneva agli ultimi dissoluti tempi della fine della repubblica e quindi tempi distanti dalle grandi epoche della storia roman in cui brillarono donne come l’etrusca Tanaquilla moglie di Lucumone, un uomo che ,figlio di una donna di Tarquinia e di un immigrato greco veniva considerato uno straniero e quindi escluso da ogni posizione importante. Stando così le cose sua moglie lo persuase a trasferirsi a Roma, che era molto più moderna e offriva grandi possibilità. Una volta lì stabiliti essa aiutò la carriera politica del marito che diventò re con il nome di Lucio Tarquinio Prisco.
Tanaquilla fu certamente una donna intelligente e speciale e fu una magnifica regina, ma non fu la sola grande donna di quelle epoche. Che dire infatti di Clelia che con il suo ardire stupì e si fece ammirare da Porsenna, o la virtuosa Lucrezia che essendo stata stuprata chiamò a se il padre ed il marito e dopo aver loro raccontato tutto, per non sopravvivere all’onta che le era stata inflitta si uccise davanti ai loro occhi. Tra i Romani molta era l’ammirazione per queste donne e altrettanto grande era con esse erano altamente rispettate e onorate le loro madri, spose e figlie. Dobbiamo però aggiungere che esse meritavano tutto questo per la loro impeccabile condotta e per lungo tempo questi valori furono tenuti alti nel paese.
Per secoli, matrimoni e la famiglia furono altamente rispettati e stimati. Naturalmente di tempo in tempo qualche marito si prendeva qualche distrazioni, ma visto che queste si svolgevano sempre nell’ambito familiare con qualche procace schiava o qualche bel schiavetto esse non lasciavano tracce nella vita di tutti coloro che vi erano coinvolti, così le gentili mogli non se la pigliavano molto e le commentavano sorridendo.
Così il tempo passò e fino alla fine della repubblica non vi furono troppi clamorosi scandali e non ci fu mai niente che potesse spingere a pensar male di una matrona. Queste dame erano le spose e le madri di famiglia dei grandi nomi romani e a quel tempo per poter ottenere più di un sorriso da una di esse bisognava almeno stuprarle.
Come sempre col passare del tempo le cose cambiarono ed i costumi divennero meno rigidi. Le donne cominciarono a interessarsi dei loro corteggiatori e naturalmente divenne sempre più difficile per i “pater familias” di frenare le richieste di più libertà e più divertimenti avanzate dalle loro gentili consorti. Persino le ragazze da marito scalpitavano e volevano partecipare alle feste ed a i banchetti Invano Varrone raccomandava ai loro padri contro queste condotte ripetendo che le verginali orecchie delle fanciulle non dovevano essere contaminate dal linguaggio di Venere. D’altra parte queste stesse raccomandazioni ci dicono che già a quei tempi le ragazze on passavano molto tempo chiuse a filare nelle loro camere.
C’erano certamente molti padri che approvavano le idee di Varrone che controllavano che i banchetti a cui portavano con sé le proprie figlie fossero calme e di tutto riposo e che i partecipanti fossero onesti ed educati, ma ormai non erano più i tempi in cui Berta filava. È sicuro che alla fine della repubblica molte ragazze da marito assistevano agli scollacciati convivi e senza arrossire si divertivano ad ascoltare le salci conversazioni che quando il loro sangue bolliva per il vino bevuto i giovani intrecciavano tra loro. Poi appena sposate andavano dappertutto con i loro mariti e Marziale raccontava di averle viste eccitarsi oltre i limiti della decenza nell’assistere alle provocanti danze delle ragazze gaditane.
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