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La cerimonia del matrimonio

di Eugenia Salza Prina Ricotti

La Cerimonia
Alla fine il giorno era arrivato, e la giovane coppia poteva sposarsi. Ce ne era voluta però di fatica per stabilire tutto. Prima di tutto c’era stato da fissare il giorno. Ai giorni nostri basta vedere se la data va bene a tutti i parenti, ai caterers e agli amici più stretti, ma per gli antichi Romani non era così semplice Prima di tutto bisognava accertarsi che il giorno proposto non risultasse tra quelli infausti Poi intervenivano gli astrologie analizzavano attentamente se quella data fosse o no propizia a tutti due giovani: Quali erano i giorni in cui erano nati? Quali stelle dominavano le notti in cui le loro madri li avevano dati alla luce? Il mese che gli sposi avevano scelto non era per caso uno di quelli in cui era meglio non sposarsi? Per esempio Maggio era assolutamente da scartare, mentre la metà di Giugno era molto propizia e così via. Ci furono molte riunioni e molte discussioni, ma alla fine si trovo il giorno giusto e il matrimonio fu varato.
Il giorno prima del matrimonio la sposa deponeva la propria veste da ragazza e, insieme a tutti i suoi giocattoli, la consacrava agli dei sull’altare di casa. Subito dopo indossava una speciale veste prenuziale e, facendo ciò, annunziava l’approssimarsi del fausto evento. A notte poi stringeva tutti i suoi capelli in una cuffia arancionee,na dopo, appena alzata, iniziava a vestirsi per la cerimonia. La sua toilette per quel giorno memorabile, iniziava con la pettinatura che era la stessa per tutte le spose. I capelli vanivano spartiti in sei ciocche (“sex crines”) con la punta di una lancia detta (“hasta caelibaris”), e, dopo esser stati divise se ne facevano sei trecce arroolate e poste le une sulle altre in modo da formare un cilindro stretto ed alto e posto sulla sommità del capo. Esso avrebbe tenuto ben su il velo dalla sposa ed aumentato la sua statura. Infine il tutto veniva adornato con le bende sacre,(“le vittae”).
Però perché la punta della lancia fosse adatta allo scopo e portasse fortuna occorreva adopèrarne una con cui fosse stato ucciso un gladiatore. Ci fu persino qualche studioso ricco di fantasie cruente che decretò fosse necessaria una lancia che aveva appena ucciso un gladiatore e ancora stillasse il suo sangue Ma è evidente che non si ammazzavano gladiatori tutti i giorni e certo non per un matrimonio. Inoltre particolare non trascurabile i gladiatori costavano cari e i loro managers non ci tenevano a vederli finire presto. Comunque erano uomini abituati a vendere a caro prezzo la loro pelle. Quindi sulla punta di quella lancia poteva soltanto esserci qualche rugginosa macchia di sangue e già così la cosa era abbastanza truculenta,
Una volta acconciata la sposa continuava la sua toilette indossando la veste da sposa che era uguale per tutte le Romane. Si trattava di una tunica di lino bianco, molto semplice e a taglio diritto che veniva stretta alla vita da una cintura detta “cingulum” legata con un nodo detto nodo di Ercole che poi la sera sarebbe poi stato sciolto dallo novello sposo. Completava il suo abbigliamento il “flammeum”, il velo nuziale arancione.
Era così vestita che ella assisteva ai preliminari della cerimonia durante la quale sarebbe stata unita al suo promesso sposo. Per prima cosa, come si faceva sempre prima di un evento importante, i sacerdoti prendevano di nuovo gli auspici e si accertavano che niente minacciasse gli sposi. Se tutto andava bene si procedeva a firmare le “tabulae nuptiales” ossia il contratto che stabiliva le regole del matrimonio e che veniva firmato da dieci amici scelti tra quelli in comune le due famiglie, e sempre allora si consegnava allo sposo la dote che se per caso il matrimonio fosse stato disciolto senza colpa della sposa doveva esser resa al suocero.
Terminati questi preliminari che regolavano la vita pratica ed economica della coppia , iniziava la cerimonia vera e propria. Nella sala oltre oltre i due sposi e i loro genitori c’era anche la “Pronuba” che doveva assisterli nella cerimonia. Essa doveva essere una matrona di intemerati costumi e per di più doveva anche essere “Univira” cioè aver avuto solo un marito. Era la pronuba che davanti a tutto provvedeva a far stringere le destre degli sposi in un gesto spesso rappresentato nell’arte figurata e spesso inciso nelle fedi nuziali. Questa era una delle parti più poetiche e simboliche del rito in quanto attestava della volontà dei due giovani di voler affrontare mano nella mano la vita. A questo punto se il matrimonio doveva esser celebrato con la “confarreatio” gli sposi accompagnandola con misteriosi e antiche formule dovevano offrire e sacrificare sull’altare di famiglia una focaccia di farro a Giove Fauco e, fatto ciò, si dirigevano verso il triclinio. Se invece si trattava di un matrimonio per “coemptio” tutto era già terminato con la congiunzione delle destre e si andava subito a cenare.
Finita la cena, dopo una finta lotta durante la quale lo sposo strappava la ragazza dalle braccia della madre, il corteo si avviava. Lo precedeva la sposa accompagnata da tre paggetti scelti tra quei figli degli amici della coppia che fossero ancora in. Due dei bambini camminavano al suo fianco mentre il terzo la precedeva agitando in alto una torcia di biancospino accesa al fuoco sacro della casa della ragazza. La sposa portava in mano la conocchia ed il fuso e, oltre che dal corteo, era seguita da una folla che a questa si era aggregata e che cantava sia l’inno greco in onore di “Hymen”, il dio degli sponsali, sia il canto romano “Talassio” dovuto ad un episodio del ratto delle Sabine in cui un uomo, che da questo sconosciuto Talassio era stato incaricato di rapire per lui una ragazza, correva tenendola in braccio e chiamando il nome dell’amico. Per tutto il percorso poi la gente accompagnava la sposa con frasi pepate e frizzi molto salaci, ma nessuno se la prendeva: era nella tradizione.
All’avvicinarsi della sposa le porte inghirlandate di fiori della casa del novello sposo si spalancavano e subito la sposa si propiziava l’ingresso ungendo il suo limite con grasso di porco e ornandolo con bende di lana. Subito dopo il marito, dritto accanto alla porta, l’accoglieva chiedendole quale fosse il suo nome, al che la giovane rispondeva con la frase rituale “Ubi tu Gaius, ego Gaia” frase con la quale si impegnava ad essere completamente sua, a prenderne il nome e seguirlo dovunque egli andasse. Era a questo punto che lo sposo la prendeva in braccio e la portava dentro la casa facendo in modo che la giovane non toccasse con i piedi il limite della porta.
Si diceva che questo veniva fatto per evitare che la ragazza potesse inciampare sulla soglia, il che sarebbe stato considerato un terribile presagio. Altri invece dicevano che lo si faceva perché la ragazza non era stata ancora iniziata al culto domestico del marito. Ogni famigli infatti aveva un suo culto ed una religione tutta sua diversa da tutte le altre, rivolta al fuoco sacro che sempre ardeva sul focolare dei Lari. I riti venivano accompagnati da preghiere note soltanto ai componenti della familia. Si è perciò anche ipotizzato che la ragazza venisse solleva da terra perché non facendo ancora parte della famiglia non si voleva che ella sfiorasse con il suo piede la soglia di una casa di cui ancora non faceva parte.
Non si capisce però perché in caso di un secondo matrimonio la sposa fosse lasciata entrare con i suoi piedi e nessuno si preoccupava se essa calpestasse o no la sacra soglia né di eventuali sue cadute. Secondo Varrone il rito del sollevamento della sposa era collegato alla sua verginità ed al fatto che non si voleva essa toccasse quella soglia che era sacra a Vesta, dea castissima per eccellenza. Quale che fosse la ragione di tutto ciò, lo sposo conduceva la moglie all’altare domestico e qui si compiva la cerimonia sacrale con la quale essa diveniva partecipe del fuoco e della acqua del marito. Infine la giovane donna veniva accompagnata dalla “Pronuba” ad un letto speciale preparato in una sala della casa: il “lectus genialis” sul quale esa isi sedeva al cospetto dei partecipanti al suo corteo. Con questo si concludeva il rito e i due sposi potevano ritirarsi nella loro camera dicendo in cuor loro la altresì classica frase: “finalmente soli!”