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La donna romana e le pettinature

di Eugenia Salza Prina Ricotti

La donna romana e la bellezza
La donna romana non soltanto era spiritosa ed intelligente, ma era anche molto raffinata e curava con assiduità la propria bellezza. D’altra parte esse avevano tutti i mezzi per farlo, anzi, se poi la natura non le avesse ben provviste dei suoi doni, potevano darsi da fare per crearseli. Bisogna pensare che le matrone avevano a loro disposizione schiave esperte nel massaggio e altre che erano splendide parrucchiere e che sapevano arrangiare i loro capelli nelle pettinature più complicate e più alla moda di quei tempi.
È però anche vero che, qualche volta, sia per seguire la moda che per riuscire a diventare più belle, le gentili dame sottoponevano i loro capelli a rovinosi trattamenti che finivano col danneggiarli e, a volte, anche in modo irreparabile. Ovidio, l’amico delle donne ed anche il loro più saggio consigliere cercava di metterle in guardia e le ammoniva a non tingersi i capelli. Diventare bionda era, come minimo, imprudente e la giovane che decideva di emulare le bionde schiave del nord molto presto aveva di che pentirsene. Le tinture usate allora non erano certo prodotti sicuri e Ovido ci mostra cosa poteva succedere con un tragico esempio che tra l’altro lo aveva toccato da vicino perché riguardava la sua bella amichetta. Ovidio l’ave va avvertita, aveva cercato in ogni modo di dissuaderla, ma lei non gli aveva dato retta e ormai l’unica cosa che Ovidio poteva fare era lamentarsi della sua follia.
“ Te lo avevo detto: “Non tingerti i capelli” e adesso non hai più capelli da tingere. Ma se tu li avessi lasciati stare come erano, nessuna avrebbe capelli più lunghi dei tuoi. E cosa poi dire di quanto fini essi fossero? Tanto fini che la parrucchiera esitava ad arricciarli. Erano più fini delle seriche vesti degli scuri Seri ed erano più sottili della tela che col suo fragile piede il ragno tesse sotto una vecchia trave.”
Naturalmente non tutte le donne romane avevano avuto la fortuna di avere capelli castani chiazzati d’oro come quelli di Corinna, ma qualcheduna ce ne era e molte di queste si svegliavano la mattina avviluppate nel loro letto dal soffice e profumato manto della loro chioma; capelli naturalmente ondulati che Corinna torturava con ferro e fuoco per trasformare le sue naturali onde in ricci e inutilmente il poeta le gridava
“È un delitto! Un delitto di bruciare quei capelli”
E aveva ragione. Eccome se aveva ragione. Infatti la ragazza perse tutti i capelli e dovette ripiegare su una parrucca ricavandone l’unica consolazione di poter finalmente diventare più bionda di un campo di grano maturo Ovidio però la compiangeva
“ Adesso dovrai farti dare dalla Germania ti i capelli di quelle sue donne che sono state catturate”
In epoca augustea con tutte le grandi conquiste transalpine erano venute di moda le parrucche fatte con i capelli delle donne dei Sigambri e nella seconda metà del I sec. a.C. i capelli biondi erano l’ultimo grido così le Romane ovviavano al colore scuro delle loro chiome sia comprandosi bionde parrucche inanellate, sia tingendosi i capelli con la spuma batava, o più semplicemente anche se molto dispendiosamente cospargendosi le chiome con polvere d’oro.
Comunque se una prima non si rovinava i capelli aveva poi moli modi in cui pettinarsi. La donna elegante sapeva scegliere la pettinatura che più si adattasse al suo viso e se non lo sapeva si faceva consigliare dagli esperti. Ovviamente tra questi il migliore era Ovidio che nella seconda metà del I secolo a.C. elencava le pettinature di moda spiegando anche a che tipo di donna si addicessero:
Viso allungato: pettinato con scriminatura semplice
Viso tondo: meglio una pettinatura alla Livia con le orecchie scoperte e i capelli riportati poi sulla fronte a formare un ciuffo.
Vi erano poi molti altri modi che sempre Ovidio elenca: si potevano portare i capelli:
Sciolti e gonfi.
Tirati.
Trattenuti da un pettine di tartaruga.
Ondulati.
Artificiosamente spettinati.
Per ottenere queste pettinature le dame di buona famiglia dovevano sottoporsi a lunghe ed assorbenti sedute davanti allo specchio mentre la parrucchiera accomodava con arte la massa dei loro ricci. L’operazione era lunga e noiosa, ma mentre la dama si faceva pettinare ella poteva ricevere visite ed era sempre circondata dai suoi ammiratori. Secondo Ovidio non c’era nessuna contraddizione a lasciarsi sistemare i capelli di fronte al proprio amante, ma era prudente non farlo se non si aveva una bella capigliatura, ed il poeta aggiungeva ridendo che se era così l’unico posto in cui una donna poteva farsi pettinare era il tempio della dea Bona, un luogo dove nessun uomo poteva mai metter piede. Inoltre era assolutamente sconsigliato a chi portava la parrucca di ricevere uomini. Ovidio, per spiegarsi, raccontava che una volta che egli era arrivato all’improvviso a casa della sua amichetta questa, sentendo i suoi passi, acchiappata la parrucca se l’era messa di corsa, ma l’aveva infilata alla rovescia cosa che aveva molto divertito il poeta, ma non altrettanto la ragazza che non ci aveva trovato niente da ridere.
Quindi per meglio passare il tempo mentre la si pettinava, la dama poteva ricevere visitatori, amici ed innamorati, ma doveva anche esser ben sicura di sapersi dominare e non dare in escandescenze ogni volta che un riccio non le piacesse, Ovidio sosteneva che in presenza di terzi non era di buon gusto graffiare, picchiare, torturare o stracciare le vesti della propria pettinatrice, fatto che, come ci insegna anche Giovenale, accadeva ogni volta che la dama nervosa ed irritata, incolpava la povera schiava di colpe che erano esclusivamente dovute al proprio aspetto. Meglio ridurre a pezzi la propria pettinatrice lontano da occhi indiscreti. Da questa raccomandazione e da quanto scrive Giovenale nella sua satira contro le donne si intuisce che anche in epoca antica c’era chi non si comportava come una vera dama e la vita delle loro pettinatrici doveva proprio essere dura.