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Pompea

di Eugenia Salza Prina Ricotti

Pompea
Cornelia, morta, era ormai passata alla storia avvolta nella gloria del marito. Cesare era rimasto vedovo con una figlia adolescente, ma a Roma i vedovi non restavano soli a lungo e nel 67 egli sposò una ragazza, Pompea. figlia della ricca famiglia plebea dei Pompei Rufi. Il padre della sposa aveva sposato Cornelia, la figlia di Silla, il grande nemico di Cesare, e adesso il trentacinquenne uomo politico ne sposava la nipote. Probabilmente era un matrimonio ben calcolato che lo collegava con quelli che erano stati i suoi nemici. Del resto si sapeva che nella famiglia Giulia i matrimoni erano sempre basati sulla politica.
Pompea era probabilmente bella. quello che è certo che era anche corrotta e sfacciata. Era un netto cambiamento dalla calma e virtuosa prima moglie di Cesare, ma a quei tempi molte delle giovani spose avevano costumi liberi e licenziosi. e, leggendo questi versi di Orazio, si capisce cosa succedeva in quel mondo:
“.... La vergine in fiore si diletta nell’apprendere le danze ioniche, approfondisce tutti gli artifici della seduzione e, fin dalla più tenera età già si prepara agli amori incestuosi. Alla tavola del marito, mentre si beve, ella già adocchia giovani amanti e non sceglie nemmeno lei l’uomo a cui elargire nell’ombra gioie frettolose, ma davanti allo sposo consenziente ella si alza ad un semplice cenno, invitata ora da un venditore ambulante, ora dal capitano di una nave spagnola, che la compenseranno riccamente del suo disonore.......”
La descrizione di questa scena è evidentemente esagerata, ma si capisce che la fedeltà coniugale non era più una regola indiscussa del matrimonio e che le giovani spose romane non disdegnavano gli amori extraconiugali.
Alcuni racconti di quei tempi ci danno un’idea della situazione. Vedi ad esempio la storia della figlia di Silla, Fausta, una bella ragazza che aveva sposato Milone, un giovane capopopolo dell’epoca. La virtù della bella Fausta non doveva essere proprio adamantina se un cattivo giorno il marito, tornando a casa, poté sorprenderla in infuocato ed intimo colloquio con l’allora giovanissimo Sallustio Crispo. Milone persona violenta e molto manesca non stette a perdere tempo e conciò il futuro storico per le feste. Ma non si limitò a questo: la ferita al suo onore sanguinava e per guarirla ci voleva un balsamo, e quale miglior balsamo dell’oro? Sallustio era molto ricco ma quando, pesto e dolorante, lasciò la casa di Milone lo era molto meno. Comunque Milone soddisfatto tenne segreto il fatto e neanche ripudiò Fausta che gli doveva piacere molto, ma è evidente che la lezione che egli le impartì con i suoi particolari metodi spicci e la sua innata violenza dovette spiegarle chiaramente come si dovessero comportare le mogli che non volessero ripetere l’esperienza.
Pompea apparteneva alla stessa epoca e alla stessa società di Fausta ed i loro costumi erano gli stessi. Quando Cesare la sposò egli aveva 35 anni e lei 21, quattordici anni di differenza, comunque al principio tutto andò bene e per 5 anni non ci furono storie, o almeno non ne vennero mai alla luce. Comunque arrivati al 62 a.C., quando Cesare era tutto preso dalla sua attività politica e non essendosi ancora spenti gli echi della congiura di Catilina egli aveva un bel daffare per proteggersi dai molti suoi nemici, Pompea si trovò ad avere a disposizione molto tempo libero e non era certo il tipo di passarlo tessendo o filandola lana. Quindi, invece di preparare nuove toghe per il marito, cominciò a guardarsi attorno per trovare qualcosa di più piacevole che la tenesse ben occupata. Lo sguardo finì col caderle sul grande amico di suo fratello, il giovanissimo ma molto corrotto rampollo di una nobilissima famiglia romana, Clodio detto anche Pulcher perché era proprio bello.
Cicerone, che lo detestava, lo ave soprannominato Pulchellus, un diminutivo di Pulcher intraducibile e abbastanza spregiativo. Tra i due non correva buon sangue e del resto Clodio non era certo quello che oggi si dice uno stinco di santo. Di cotte e di crude ne aveva fatte parecchie compreso, per quanto diceva Cicerone, quello di aver commesso incesto con tutte e tre le sue sorelle e, almeno con una di esse, la bella e dissoluta Clodia, la Lesbia di Catullo, qualcosa doveva certamente esserci stato.
Era un fatto che Cicerone tirava sempre fuori quando stava litigando con lui al Senato o quando discuteva con Clodia e rivangava l’argomento. “........Prendiamo il tuo fratello minore, un perfetto uomo di mondo. Per non so quale sua debolezza egli va soggetto a paure notturne e così viene a dormire con te..........” o quando, sempre parlando con Clodia, Cicerone fingeva di confondersi e diceva “.........Se non avessi litigato con tuo marito. Oh, scusa, volevo dire con tuo fratello. Non so come è, ma qui mi confondo sempre!..........”
Da Clodio come si vede non si salvava nessuna, neppure la sorella, ma egli piaceva molto alle donne. Adesso era a Roma, bello, giovane e molto disinvolto, perciò piacque a Pompea e, superati i primi approcci, i due si persuasero di esser fatti l’una per l’altro. Quindi decisero di fare qualcosa per potersi vedere a quattro occhi e così soddisfare le loro naturali inclinazioni, ma non era una cosa facile. A quel tempo non vi erano alberghi in cui rifugiarsi, c’erano solo osterie malfamate e l’ingresso in esse di una matrona di alto livello avrebbe certamente prodotto un bel po’ di trambusto. Inoltre anche se le donne romane potevano uscire di casa quando e come volevano non lo facevano mai da sole. Come tutte le persone importanti salivano sulle carrozze o meglio si spostavano in portantina sorrette da atletici schiavi negri. Inoltre erano accompagnate da un buon numero di ancelle e di schiavi. È evidente che un simile corteo non poteva passare inosservato ed era evidente che non era il caso di così recarsi a casa dell’amato.
Quindi a quella epoca tutti gli adulteri avevano luogo a casa della donna. Qui c’era sempre qualche fidata ancella o qualche ben pagato guardiano che introduceva l’amante nelle stanze della padrona e se poi in quel periodo il marito era assente per qualche incarico o era occupato a governare un paese lontano, i due adulteri avevano tutto il tempo che volevano e la quasi certezza di farla franca. Ma questo non era il caso di Pompea e Clodio perché a quel momento Cesare era a Roma e egli non era tipo facile da ingannare.
I due giovani non potevano ignorare quali pericoli essi corressero in questa avventura. Orazio in una sua satira consigliava a tutti i giovani leoni della Roma dorata di lasciar stare le matrone e dedicarsi invece agli amori servili. Poi per persuaderli chiariva la sorte riservata agli adulteri sorpresi sul fatto
“........Vale la pena, per voi che vi augurate che gli adulteri non la passino liscia, di ascoltare quali guai li minaccino da tutte le parti e come i loro piaceri, ottenuti a fatica e raramente goduti, siano fonte di tante angosce, se poi addirittura non li precipitano in pericoli gravissimi. Uno rovina da un tetto; un altro viene frustato a morte; uno, fuggendo, incappa in una banda di rapinatori; un altro, per salvarsi la pelle, è obbligato a dare via tutta la sua fortuna; ad alcuni gli stallieri pisciano addosso e infine c’è pure colui al quale un vindice ferro recide i testicoli e il membro virile? La legge lo permette! dicono tutti giureconsulti, Soltanto Galba lo nega............”
E chissà poi perchè a Galba stesse tanto a cuore la virilità di coloro che insidiavano i focolari domestici.
Forse per tutto questo i due giovani decisero che l’occasione ideale da sfruttare sarebbero state le festività per la dea Bona. Questi riti erano infatti riservati esclusivamente alle donne e nessun uomo doveva trovarsi sotto il tetto della dimora in cui si sarebbe svolta la celebrazione. La sua presenza avrebbe costituito un gravissimo sacrilegio. Ma per chi non avesse scrupoli religiosi, la cerimonia era un momento ideale per intrufolarsi in casa dell’amante: tutti i maschi della famiglia non ci sarebbero stati quindi niente fruste, daghe o pugnali, Quale occasione migliore?
Pompea e Clodio non dovevano però essere stati i soli ad aver afferrato il lato positivo della situazione. Certo i vantaggi non dovevano esser sfuggiti ad altre coppie adulterine e l’intrusione di Clodio nella casa in cui si stavano celebrando i riti per la dea Bona non fu la prima e non fu certamente l’ultima.
Giovenale descrive le feste della dea Bona come delle vere e proprie orge in cui dopo le effusioni lesbiche si facevano entrare schiavi e persino animali per soddisfare le dame, ma Giovenale odiava le donne e ne diceva tutto il male possibile Inoltre egli apparteneva al secondo secolo e può darsi che cose di questo genere possano anche esser successe, ma certamente non a Roma e non alla fine della repubblica. Lo prova la dimensione dello scandalo che scoppiò per l’intrusione di Clodio nella casa di Cesare. Alla fine della repubblica i riti della dea Bona erano considerati sacri.
Ad ogni modo i due futuri amanti organizzarono ogni cosa sicuri che per un giovane vestito da donna sarebbe stato facile confondersi con la piccola folla delle partecipanti a questi riti. Nella casa ci sarebbero state parecchie matrone tutte con la loro schiera di ancelle e non tutte si conoscevano. Un bel ragazzo ben truccato e ammantato di veli poteva anche a riuscire a passare inosservato. Plutarco assicurava addirittura che Clodio fosse ancora imberbe. Questo sembra poco probabile perché allora il giovane aveva 29 anni. Probabilmente le sue speranze di non esser riconosciuto come un uomo si basavano su un bello strato di cerussa e un artistico trucco.
Del resto la cerimonia doveva svolgersi nella casa di Cesare e l’organizzatrice della festa, che sarebbe durata tutta la notte, sarebbe stata la sua amata Pompea. Nella casa ci sarebbero state molte donne e una sconosciuta musicista non sarebbe mai stata notata in quella confusione.
Arrivò il giorno fissato e la mattina tutti gli uomini, compresi i bambini, gli animali maschi e persino l’uccellino nella sua gabbia uscirono di casa. Poi quando la festa raggiunse il suo culmine, arrivò Clodio vestito da musicista. Pompea aveva lasciato aperte tutte le porte di casa e vicino ad esse aspettava una sua ancella, Carina, che accolse Clodio, lo nascose in una camera e gli disse di non muoversi da lì mentre lei andava cercare Pompea. Invece dopo un po’ Clodio, uscì fuori dal suo nascondiglio. Perché mai fece una cosa tanto stupida? Voleva forse cercare la sua bella? O era curioso di spiare i sacri riti? O voleva semplicemente profanare la religione che egli tanto disprezzava? Forse lo fece per tutte queste ragioni messe insieme. Certo, però che fu la pazzia più grande che si potesse immaginare
Era notte fonda. La fievole luce delle torce e delle lucerne lasciavano nella casa grandi zone di ombra nella quali Clodio cercava di confondersi, ma a quel momento una delle ancelle di Aurelia, la madre di Cesare, lo fermò e chiese a Clodio, che prese per una musicista, di intrattenerle suonando qualcosa. Il giovane, che un musicista non era mai stato, cercò di schermirsi, ma la ragazza irritata per quella che prese per insolenza lo afferrò per un braccio e lo trascino alla luce. Vedendo poi che si trattava di una persona sconosciuta chiese chi fosse e da dove venisse e Clodio imprudente le rispose e, come il corvo che si era travestito da colomba, appena ebbe aperto il becco venne immediatamente riconosciuto per l’uomo che era,
L’ancella di Aurelia, stravolta, si precipitò nella stanza dove stavano le matrone e dove si celebrava la cerimonia, gridando che c’era un uomo in casa e che i riti erano stati profanati, Aurelia, la madre di Cesare che con lui viveva e che era la gelosa custode del suo onore, non perse la testa e rimase calma. Di quella nuora sciocca e civetta lei non si era mai fidata e probabilmente si aspettava che prima o poi qualcosa del genere dovesse capitare. Perciò era preparata ad affrontare la situazione.
Per poter coglier in flagrante il reo ordinò che venissero subito chiuse tutte le porte e, dopo aver accuratamente nascosto gli oggetti sacri del culto della dea, entrò rapidamente in azione. Forte dell’autorità che le spettava come madre del padrone di casa cominciò personalmente a perquisire la casa stanza per stanza e preceduta dalle sue ancelle che munite di torce illuminavano tutti gli angoli più scuri, alla fine avvistò Clodio rannicchiato nella cameretta dell’ancella che lo aveva fatto entrare. L’importante è che Clodio fu chiaramente riconosciuto e quindi denunziato.
Dopo la scoperta del sacrilegio si cercò di riprendere la celebrazione del rito come se niente fosse successo Ma. tutte le matrone presenti non vedevano l’ora di tornare a casa dai loro mariti, tutte persone note ed importanti, per raccontare loro il fatto. Assistettero a fatica al completamento della cerimonia e appena la Grande Vestale, che aveva officiato il rito, ebbe terminato, la riunione si sciolse come neve al sole ed esse corsero a casa ad informare i loro cari dello scandalo che descrissero nei suoi più piccoli particolari.
L’indomani tutta Roma lo sapeva.
Ovviamente appena tornato a casa Cesare ripudiò Pompea.

Bibliografia
Divulgazione scientifica
E. SALZA PRINA RICOTTI, L'amore a Roma in Archeo, VII, 10 (92) October 1992, pp. 54-99

Libri
E. SALZA PRINA RICOTTI - Amori ed amanti tra la repubblica ed il principato, Editore. L’Erma di Bretschneider, Roma, 1992