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4 - Morte di Augusto

di Eugenia Salza Prina Ricotti

4 - Morte di Augusto
Il matrimonio fra i due sposi dur? ben 52 lunghi anni durante i quali Augusto continu? a passare da una malattia all'altra. Con un termine colloquiale si potrebbe dire che era un "coccio". Come tutti i "cocci" di questo mondo, che sembrano essere sempre sul punto di esalare il loro ultimo respiro e sono pi? resistenti della roccia, egli seppell? quasi tutta la sua generazione. Ma non si pu? vivere in eterno, e , per giunta, alla sua epoca la durata della vita era minore di quella di oggigiorno; quindi venne anche per lui il momento di morire.
Si trovava allora in Campania. A Capri venne colto dai primi sintomi di quell'infermit? che lo condusse alla tomba, ma continu? il suo viaggio e pass? a Napoli, dove trov? la forza di assistere ad una gara ginnica quinquennale istituita in suo onore. Poi, accompagnato da Livia, si spost? fino a Nola, e qui la sua malattia si aggrav? talmente che non fu pi? possibile muoverlo.
Per Augusto stava arrivando la fine e, se la sua nascita era stata annunciata da sogni e prodigi, ancor pi? lo fu la sua morte. Oltre a Svetonio, anche Dione, un altro amatore dei fenomeni di questo genere, non perse l'occasione di elencare tutti i segni inequivocabili che si erano verificati subito prima il decesso. C'era stata la solita, immancabile, eclisse di sole; inoltre il cielo si era incendiato di un fuoco misterioso e mai visto; tizzoni accesi avevano solcato la volta del firmamento, mentre da ogni punto dell'orizzonte sorgevano comete, che per meglio esprimere alla gente il loro funesto significato, brillavano di un cupo colore rossastro.
Vedendo tutti questi catastrofici presagi, i senatori decisero di convocare una seduta straordinaria allo scopo di pregare per la salvezza dell'imperatore, ma, arrivando alla curia, non soltanto la trovarono chiusa, ma furono accolti da un gufo che, appollaiatosi sull'edificio, emetteva lugubri lamenti.
Infine, come tocco finale, padre Giove scagli? un fulmine proprio contro la statua di Augusto posta sul Campidoglio, e con questo drastico sistema fece cadere la lettera C di Caesar dal suo basamento. Questo chiar? definitivamente l;a cosa. Gli indovini decretarono che il C - che, una volta isolato, significava cento - era il numero di giorni che separavano ancora Augusto dalla sua assunzione fra gli dei. E che egli divenisse un dio era certissimo: infatti in lingua etrusca la parola aesar superstite sulla base della statua significava appunto "dio".
Segni o non segni Augusto si stava dolcemente spegnendo. Stranamente nel giorno in cui spir?, l'imperatore che, come abbiamo visto, aveva sempre trascurato il proprio aspetto, chiese che lo pettinassero ed aggiustassero, ed in quel gesto c'? tutto il concetto di propriet? di Ottaviano: finch? era stato bene egli non si era mai preoccupato di come mostrarsi in pubblico, ma non poteva davvero ammettere di essere in disordine per quel momento solenne.
Una volta poi sistemato, si rivolse ai presenti e chiese loro se non trovavano che egli avesse recitato bene la sua parte nella commedia della vita e, proprio come un attore che si congeda, declam? in greco quei versi che in teatro gli interpreti usavano rivolgere al pubblico alla fine di ogni rappresentazione:
"E Ora, se tutto ? andato bene, battete le mani a questo nostro gioco ed acclamateci!?
e con queste parole li fece uscire dalla camera restando solo con Livia. Augusto era ormai vecchio e capiva di non poter durare a lungo. Il giorno prima di morire - scrive Svetonio - egli aveva fatto venire .i.Tiberio" nella sua camera. Questi era giunto il giorno prima, e l'imperatore, mandati via tutti gli altri si era a lungo intrattenuto a quattro occhi con lui.
" Ma nel ritorno il suo male si aggrav? ed egli ne fu vinto a Nola. Qui richiamato Tiberio, lo trattenne a lungo in segreti discorsi, n? poi attese pi? ad alcuna maggiore faccenda.?
Probabilmente gli stava dando precise istruzioni su chi dovesse succedergli sul trono. Egli, per il momento, lasciava suo successore Tiberio e probabilmente imponeva a questi di sistemare tutto, per poi passare il comando a persona prefissata. Anche se non c'? nessuna prova che questo sia in realt? accaduto, il modo di agire di Tiberio dopo la morte di Augusto sembra confermare l'ipotesi.
Finch? Druso aveva vissuto non c'erano stati problemi di sorta: Augusto aveva certamente deciso di lasciare a lui il suo impero. Ma Druso era morto, e adesso Augusto voleva esser sicuro che l'eredit? passasse ai figli del figlio. Di Tiberio si fidava molto, e infatti lo aveva scelto come collega nell'impero. Il figliastro era sempre stato il suo braccio destro e si era sempre comportato egregiamente. Della sua onest? non c'era da dubitare e si poteva esser sicuri che, uomo di parola, quando avesse preso un impegno, lo avrebbe mantenuto ad ogni costo. Lasciando lui al suo posto Augusto poteva esser sicuro di sistemare senza scosse la successione al trono dei suoi eredi diretti: Infatti ? difficile non ammettere che Druso non fosse figlio naturale di Augusto, e che Germanico e Claudio non fossero suoi nipoti.
Per come si comport? in seguito Tiberio, non vi ? dubbio che l'erede designato dal vecchio imperatore dovette essere Germanico. In caso contrario non ci sarebbe stata nessuna ragione per Tiberio di preferire lui, un figlio adottivo, a Druso, che era proprio figlio suo. A parte questo fatto, vediamo poi che, quando il senato, dopo la morte di Augusto, decret? grandi onori per Tiberio e Livia, il novello imperatore rifiu? tutto con fermezza, mentre chiese invece che si concedesse a Germanico il comando proconsolare a vita, una carica che preludeva alla successione all'impero. Altrettanto importante ? il fatto che, mentre egli conferiva al figlio adottivo questa veste ufficiale, non chiedeva niente per il proprio figlio legittimo, Druso Minor. Fu a Germanico poi, che, appena morto Augusto, il nuovo imperatore mand? legati, e non soltanto per annunciargli il decreto dell'importante nomina, ma anche per consolarlo della perdita, come se egli fosse la persona pi? vicina per sangue ad Augusto, e quindi colui che maggiormente aveva bisogno di consolazione.
Tacito, che continuava sempre a trovare normale il fatto che Augusto si fosse portato a casa Livia incinta di sei mesi e non collegava mai l'imperatore con la nascita di Druso, si stupiva di tutti questi avvenimenti e li considerava frutto di aberrazioni. Egli, che gi? si scandalizzava perch? Augusto, ormai vecchio, aveva fatto adottare Germanico il figlio di Druso, dallo zio, ancor meno riusciva a spiegarsi come mai questi non soltanto avesse accettato di adottarlo, ma si preparasse ostensibilmente a passargli il trono, nonostante - scrive Tacito -
"Che Tiberio avesse un figlio giovinetto"
Ma tutta la convinzione di Tacito ? sempre basata sulla certezza che Augusto non avesse niente a che fare con Druso, e che comunque Tiberio non ne sapesse niente. Eppure da tutte le azioni di Augusto risulta chiaro che dopo la morte di Druso egli prepar? con cura la sua successione e fece in modo che, senza scosse e vuoti di potere, alla sua morte Tiberio potesse prendere in mano il potere per passarlo senza traumi e malignit? ai suoi diretti discendenti.
Augusto era sicuro di potersi fidare di Tiberio. Quindi dopo questo colloquio con lui si rilasci?. Giunsero ancora altri amici da Roma ed egli li volle vedere per poter chiedere notizie di una sua nipotina, figlia di Druso, che era allora ammalata. Fu proprio mentre parlava con loro e si preoccupava per la malattia della congiunta che le forze gli vennero a mancare, ed egli si accasci? tra le braccia della moglie tanto amata. Livia comprese esser giunta l'ora dell'addio. Augusto, morente ma ancora perfettamente in s?, ebbe ancora la forza di parlare e, secondo Svetonio, le sue ultime parole furono per lei.
Erano passati cinquantadue anni, cinquantadue lunghi anni, ma per i due sposi erano volati via come un sogno. Morendo Augusto non pensava all'impero che aveva fondato, alla grandezza di Roma che si era rinsaldata nella sua pace. Le sue ultime parole non erano rivolte ai suoi concittadini, n? ai posteri, n? alla storia alla quale era ben conscio di appartenere. Nel momento supremo, davanti alla morte, quando un uomo si sente solo e nudo davanti all'eternit? e tutto vien guardato con occhi nuovi, egli vedeva soltanto sua moglie: erano soltanto loro due a contare; egli sapeva che quello che erano stati l'uno per l'altra non poteva morire con lui. Fino a che Livia fosse vissuta e fosse restata su questa terra, quel fuoco che aveva riscaldato tutta la loro vita non si sarebbe estinto. Dopo niente avrebbe pi? contato, ma fino a che uno di loro fosse esistito anche il legame che li aveva uniti da giovanissimi avrebbe continuato ad esistere. Era questo che le voleva dire. L'ultimo addio e l'ultima raccomandazione:
?Livia, ricordati del nostro amore. Ricordalo ogni giorno della tua vita. Addio!?
e fu con questa ultima testimonianza di un'unione che niente aveva mai scalfito che Augusto usc? di scena.

Bibliografia
Divulgazione scientifica
E. SALZA PRINA RICOTTI, L'amore a Roma in Archeo, VII, 10 (92) October 1992, pp. 54-99

Libri
E. SALZA PRINA RICOTTI - Amori ed amanti tra la repubblica ed il principato, Editore. L?Erma di Bretschneider, Roma, 1992