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5 - Livia. L'odio di Tacito

di Eugenia Salza Prina Ricotti

5 ? Livia. L?odio di Tacito
Adesso all'et? di 75 anni Augusto moriva dolcemente. Livia ne aveva davanti a se ancora altri 15 da vivere. Quindici anni che non furono affatto facili. Adesso Livia non aveva pi? vicino il marito, un uomo forte che aveva sempre avuto bene in pugno la situazione. Adesso era sola a dover affrontare tutte le calunnie e le fantastiche storie che l'odio della parte avversa ai Giulio-Claudi le rovesci? subito sul capo. Come prima cosa, nonostante la lunga vita matrimoniale e le indubbie prove di attaccamento reciproco offerte dai due coniugi, i suoi nemici non si peritarono di accusarla di aver avvelenato il marito.
Secondo Dione, che riporta, e - direi - anche con molto entusiasmo, le dicerie, Livia progett? questo veneficio con grande astuzia ed abilit?. Essa, dopo aver fatto tutti i suoi piani, si rec? in giardino e qui spennell? un bel fico con il pi? mortale dei suoi veleni. Per trovare quale fosse il tossico pi? adatto allo scopo, la divina non aveva avuto che l'imbarazzo della scelta: lo storico sembra quasi voler insinuare che la collezione di veleni di Livia fosse non soltanto la pi? completa, ma anche la migliore tra quelle allora esistenti. Preparare un frutto avvelenato addirittura sull'albero era stato poi il tocco finale: un colpo di genio. Dato il genere di famiglia era infatti indispensabile addormentare i sospetti della vittima designata. Era evidente che in una genia di avvelenatori e di assassini, quale, secondo i nemici di Livia e di Tiberio, erano i Giulio-Claudi, nessuno di loro in possesso delle proprie facolt? avrebbe accettato un bicchier d'acqua dalla mano dei propri cari: meglio, cento volte meglio, morire di sete!
Ma Livia, che Dione dipinge come intelligente e calcolatrice, era riuscita a trovare il modo di aggirare l'ostacolo. Chi avrebbe mai potuto sospettare l'insidia in un frutto profumato, appena spiccato dal ramo ed ancora caldo di sole? Ed Augusto aveva con piacere accettato l'offerta. Non solo, ma, essendo evidentemente uno degli estimatori della buccia dei fichi, lo aveva incautamente inghiottito tutto intero.
Dopo di che era morto. Ma non era caduto a terra fulminato, torcendosi tra atroci dolori, cosa che non avrebbe mancato di risvegliare qualche sospetto. No certamente! Livia era troppo furba per ricorrere a un sistema cos? primitivo e brutale. Perci? gli aveva somministrato una sostanza venefica che lo facesse spegnere dolcemente e con tutta calma, impiegandoci persino qualche giorno. Un veleno davvero prodigioso. Del resto qualche riguardo verso il compagno della sua vita doveva pure averlo. Toglierlo di mezzo, andava bene, ma farlo soffrire, no!
A nessuno dei suoi avversari venne in mente che aspettare 52 anni prima di decidersi ad avvelenare il compagno della propria vita voleva dire prendersela davvero un po? troppo comoda. Che ragione avrebbe avuto, poi, e che fretta avrebbe improvvisamente colto Livia per spingerla a sbarazzarsi a quel modo di uno sposo settantacinquenne? Sarebbe stato molto pi? facile e meno rischioso per lei aspettare che, malaticcio com'era, egli, seguendo le leggi della natura, uscisse di scena.
Ma anche per questo i suoi nemici avevano pronta una risposta. Livia aveva messo parecchio tempo prima di decidersi, era vero, ma questo soltanto perch? fino a quel momento tutto era andato per il verso da lei desiderato, e nessun pericolo aveva minacciato la successione di Tiberio nel comando dell'impero. A questa successione, secondo Tacito, uno dei detrattori della diabolica coppia madre e figlio, i due malvagi esseri tenevano assai, e Livia in particolare, dato che si era sempre fatta in quattro per spianare la strada al figlio adorato. Cos? - spiegava .i.Tacito" - quando c'era stata la possibilit? che Augusto decidesse di dare la successione ai propri nipoti Gaio e Lucio Cesare, i due giovani erano morti quasi subito, e di conseguenza il problema si era presto risolto. Tacito, naturalmente, non badava al fatto trascurabile che i due giovani erano passati a miglior vita molto lontano da Roma e dalla nonna. Incurante di tutto ci? Tacito insinua che in queste morti lei ci entrasse, e parecchio anche, e scrive
"? i due figli di Agrip?pa morirono o perch? rapiti da un crudele destino o perch? tolti di mezzo dalle insidie di Livia"
e non ? davvero difficile capire per quale di queste due possibilit? egli propendesse.
Sempre secondo Tacito, dopo essersi sbarazzati dei due nipoti di Augusto, Tiberio e Livia si erano, almeno per il momento, calmati: la strada al trono era ormai piana e sgombra da ostacoli per Tiberio, che scelse proprio quel momento per tornare a casa da Rodi. Restava, ? vero, un altro nipote, Agrippa Postumo nato a Giulia dopo la morte di Agrippa; ma questo infelice, secondo Tacito, era gi? stato messo fuori giuoco da Livia. Lo storico, infatti, scrive:
"Le arti di Livia avevano a tal punto soggiogato Augusto, ormai vecchio, da indurlo a relegare nell'isola di Pianosa l'unico nipote maschio, Agrippa Postumo"
? vero, riconosce poi lo storico, che Agrippa Postumo era
"Un uomo assolutamente privo di buone qualit?, stoltamente orgoglioso della sua robustezza fisica, anche se non colpevole di azioni infamanti".
Quindi non si trattava di un rivale pericoloso. Anzi! Per quello che trapela dalle scarne notizie che abbiamo su di lui, Agrippa Postumo era soltanto un povero ragazzo, nella mente del quale la follia si stava sempre pi? facendo strada: una follia che si era gi? manifestata nell'altro fratello Gaio, proprio prima che esso morisse. Una follia che poi avrebbe colpito come una tragica maledizione non soltanto lui, ma molti tra i discendenti di Giulia.
Velleio Patercolo, preciso e sintetico come era sua abitudine, dipinge un quadro cos? preciso della follia che aveva colpito Agrippa da sembrare un quadro clinico tracciato da uno psichiatra.
" Agrippa, che era stato adottato dal nonno lo stesso giorno che questi aveva adottato Tiberio, e che gi? da due anni aveva cominciato a mostrare la sua vera natura, a quel momento aveva disgustato Augusto ed era diventato violento per una strana malformazione della sua mente e della sua indole; la stranezza crebbe in lui ogni giorno di pi? e, ben presto, egli ebbe la fine alla quale lo predestinava la sua pazzia"
Il fatto era talmente noto che, quando la gente discuteva sulla successione dell'ormai vecchio imperatore, tutti concordavano nel dire che Agrippa Postumo non avrebbe mai potuto prenderne il posto dato che era un selvag?gio, pieno di odio e inadatto al comando. Ma, contro ogni evidenza e buon senso, Tacito sospettava che il vecchio imperatore - che pi? di tutti doveva ben conoscere i limiti del povero mentecatto, rinchiuso a Pianosa perch? non desse spettacolo di s? e non si facesse rider dietro dalla gente - potesse prendere in considerazione di metterlo sul trono dei Cesari.
Non contento di ci? lo storico poi insinuava che Livia, informata delle intenzioni del marito, invece di riderci su, si era preoccupata al punto di precipitarsi a spedire il compagno della sua vita all'altro mondo. Secondo Tacito l'imperatrice non si sarebbe per? contentata di un solo delitto, ed avrebbe addirittura compiuto una strage. Infatti, prima di avvelenare il marito ella, sempre secondo lo storico, avrebbe fatto assassinare anche Fabio Massimo, un patrizio che, si diceva, avesse accompagnato l'imperatore nel fantomatico viaggio a Pianosa. Si sussurrava che Marcia, la moglie di costui e amica di Livia, le avesse raccontato tutto sull'incontro tra nonno e nipote, includendovi commoventi particolari. Con lei Livia, falsissima, avrebbe nascosto il disappunto, ma avrebbe subito provve?duto a far scomparire il marito della donna, uno scomodo testimone. Poi, sistemato l'importuno, la perfida donna si sarebbe sbrigata a sbarazzarsi di Augusto. Infine, subito dopo esser rimasta vedova, avrebbe completata l'opera facendo ammazzare Agrippa Postumo. Una vera ecatombe insomma, degna di quelle degli Atridi.
Ma ? possibile prescindere da tutte queste calunnie e riuscire a capire quale fosse la vera Livia? Era la donna innamorata, la madre seria, rigida custode dei costumi in una famiglia che tra morti e pazzi si stava sgretolando attorno a lei? O era invece la perfida calcolatrice senza scrupoli, la gelida assassina dipinta da Tacito e da Dione? Sono passati quasi duemila anni e su di lei ci vengono presentate verit? diverse tra loro come il giorno e la notte e tra esse siamo obbligati a scegliere quale deve essere la nostra. Esiste per? qualcosa di non scritto, ma di solidamente reale sul quale possiamo basarci per formarci un'opinione: una testimonianza che, tutto sommato, ? degna di fede.
Si tratta della testimonianza indiretta offertaci dallo stesso Augusto il quale, avendo avuto Livia vicina per ben 52 anni, le dimostr? sempre la massima stima ed affetto, e non vi ? dubbio alcuno che egli non dovesse ormai conoscerla bene. Ora, per quel che sappiamo, anche se eternamente malaticcio, Augusto si mantenne lucido fino alla fine, e fu sempre un ottimo giudice di caratteri, fatto ampiamente provato dalla storia, che lo vide circondarsi dei migliori e pi? fidati uomini dei suoi tempi. Augusto non era, quindi il tipo di persona che si fa ingannare facilmente, e non si sarebbe lasciato abbindolare neanche da una moglie amatissima. Era un uomo molto diffidente, e proprio questa sua diffidenza gli aveva fornito i mezzi per destreggiarsi in mezzo alle insidie di quei tempi burrascosi, e lo aveva aiutato a vivere 77 lunghi anni, permettendogli persino di morire di vecchiaia nel suo letto.
Soprattutto quest'ultima cosa era un lusso che ai suoi tempi non capitava spesso, e che, certamente, non capitava mai a chi non sapesse guardarsi da tutti: nemici, amici, amanti e parenti stretti compresi. Quindi se Augusto si fidava di Livia e credeva nella sua devozione ed onest?, direi che Livia doveva essere persona estremamente affidabile. Sar? anche stata, come diceva Tiberio - o meglio, come Tacito affermava fosse stato detto da Tiberio - un Ulisse in gonnella, ma quante ottime mogli e madri di famiglia di tutti i tempi non lo sono state? E quante non sono state definite cos? dai propri figli? Non per questo esse sono state meno amate, e non per questo esse non sono state una vera benedizione per i loro cari.

Bibliografia
Divulgazione scientifica
E. SALZA PRINA RICOTTI, L'amore a Roma in Archeo, VII, 10 (92) October 1992, pp. 54-99

Libri
E. SALZA PRINA RICOTTI - Amori ed amanti tra la repubblica ed il principato, Editore. L?Erma di Bretschneider, Roma, 1992