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6 - Livia. La vedovanza.

di Eugenia Salza Prina Ricotti

In realtà, lasciando da parte le voci che venivano fatte circolare su di lei, diffidando dalle calunnie che furono diffuse sul suo conto e badando soltanto ai fatti, Livia ne esce molto bene e non vi è dubbio che essa ebbe un'influenza benefica su Augusto, e che si preoccupò come meglio poté dei problemi dei suoi familiari. Pianse Druso e Germanico che erano proprio suoi, ma pianse anche gli altri morti. Fu l'unica a capire che il nipote Claudio non era uno sciocco e gli fece sposare una moglie adatta a lui e con la quale egli fu felice: Plautia Urgulanilla, nipote di una delle sue più grandi amiche. Ebbe buoni rapporti anche con le altre donne della sua famiglia. Particolarmente affezionata essa fu alla nuora Antonia Minor che, dopo la morte di Druso, andò ad abitare con lei e che le fu sempre vicina in piena armonia, e le riuscì di grande conforto per tutto il resto della sua vita. Ma ella fu longanime anche con quelle congiunte che non l'avevano vista di buon occhio. Riuscì così ad addolcire l'esilio della nipote di Augusto, figlia di Giulia ed omonima della madre, che anche lei era stata confinata in un'isola per la sua dissolutezza, una ragazza che, tra l'altro, con lei non doveva mai esser stata troppo tenera. Persino Tacito fu costretto a riconoscere a Livia questo merito, anche se poi, come al solito, aggiunse i suoi commenti velenosi ai nudi fatti.
Non c'è dubbio che quando dalle storie si tolgano i commenti e le insinuazioni degli storici, e si guardi soltanto alla verità, Livia appare una donna di antico stampo: buona moglie, ottima madre, nonna affettuosa, e leale amica.
Oltre a queste qualità, Livia dimostrò sempre di essere una donna forte; lo dimostrò quando, mortole il figlio Druso mentre combatteva i Germani, essa dovette trovare in sé stessa non soltanto la forza di superare il dolore, ma anche quella di mantenere di fronte al mondo la serenità e la compostezza che il suo rango richiedevano. Augusto, che sapeva quanto ella soffrisse, cercò di farla aiutare da Areo, un filosofo della sua cerchia, che poteva offrirle il conforto della sua scienza. Ella gli fu grata dell'aiuto in quel momento così difficile, ma in realtà fu da sola che reagì, e riuscì a farsi tanta forza da nascondere agli altri la sua disperazione. Del resto, ella aveva sempre silenziosamente disapprovato lo sfoggio di dolore che Ottavia aveva dato al mondo dopo la morte del figlio suo Marcello, e voleva dimostrare a tutti che era possibile sopportare un lutto gravissimo, e tener per sé la propria pena, senza imporla agli altri ed abbandonarsi a clamorose dimostrazioni di dolore. Ma forse fu proprio questo che non le venne perdonato o che non fu capito. La massa della gente in queste occasioni ammette solo i pianti, i gemiti e le scene forti. Se uno si domina rischia di venire considerato un'insensibile; o, peggio ancora, lo si sospetta di essersi sbarazzato di uno scomodo parente, cosa che le fu sempre detta e rinfacciata dai suoi nemici.
Ma essa sopportò anche questo. Era una donna sicura di sé e quindi reagiva agli avvenimenti secondo i dettami della sua coscienza. Livia non si preoccupava mai di quel che diceva o faceva la gente, e, in questo, fu sempre un'anticonformista. Così una volta che si trovò davanti alcuni uomini nudi e che questi, immediatamente catturati, stavano per venire giustiziati, essa intervenne affermando che ucciderli era assurdo: per una donna casta, essa disse gli uomini nudi non erano diversi da statue. Così si impose e li fece graziare. La sua moralità era talmente superiore a qualsiasi diceria che poteva permettersi un gesto simile.
Era anche piena di slancio, come dimostra l'episodio riferito da Svetonio a proposito di quella volta che il tempio di Vesta aveva preso fuoco e Livia, precipitatasi fuori di casa in mezzo alla folla, usò della sua indubbia autorità per incitare sia i soldati che il popolo a salvare dalla rovina il sacro tempio. Quando Tiberio lo seppe, egli che, con il suo rigido formalismo, non ammetteva iniziative del genere da parte di donne, ne fu scandalizzato. Ma Livia non se ne preoccupò: essa disse di aver fatto soltanto quello che era sempre stata abituata a fare quando Augusto era vivo, e affermò che avrebbe continuato a farlo anche adesso che lui non c'era più, e che non si preoccupava certo di quel che suo figlio potesse trovarci da ridire.
Livia non era poi soltanto intraprendente e decisa, ma era anche molto sensibile ed intelligente: una donna quadrata, che non si faceva prendere da facili isterismi, come dimostrò quando, essendo morto Germanico, suo nipote adorato, figlio di Druso e di quell'Antonia che essa amava come una figlia, e che le restò sempre accanto, essa, pur gravemente colpita nei suoi affetti, non diede credito alle folli insinuazioni di Agrippina Maior e del suo entourage, che accusavano Pisone e la moglie Plancina, una grande amica di Livia, di aver provocato la morte di Germanico con sortilegi e veleno.
La lucida ed intelligente Augusta non poteva prestar fede a queste calunnie: essa era tra le poche persone di quell'epoca che non si lasciavano incantare dalle chiacchere, ed alla magia, bianca o nera che fosse, non credeva proprio. Quindi quando si disse che la morte del nipote era stata dovuta ai sortilegi di Pisone, ella non si lasciò trascinare dal dolore e dalla superstizione e non credette alle calunnie. E sì che queste magie nere erano allora molto di moda. Dione descrive qualcuna di queste pratiche e anche Tacito ci racconta che nella casa del nipote di Livia esse dovevano esser state messe in opera dato che si erano trovate ossa di morto seppellite sotto i pavimenti, e che i servi avevano rinvenuto tavolette di piombo con malefiche formule all'indirizzo del giovane generale: le famose tabulae maledictoriae. Queste ultime erano molte diffuse e si ritrovano ogni tanto negli scavi. Probabilmente a quei tempi tutti, chi prima, chi poi, venivano fatti segno di maledizioni del genere, ma niente succedeva e non ci si faceva troppo caso.
Dione però non si fermava a questo e, arrivando ad accuse più tangibili, diceva che Germanico era stato avvelenato. A prova di ciò asseriva che sul corpo del giovane che era stato esposto nudo nel foro di Antiochia, città dove era morto, chiunque avrebbe potuto facilmente notare chiare tracce di veleno. Ma quest'accusa era talmente infondata che persino Tacito nel suo resoconto riconosceva la sua insostenibilità: era infatti impossibile, notavava lo storico, che Pisone, cenando con Germanico ed essendo piazzato più in alto di lui, avesse di mano sua versato il veleno nei suoi cibi. Un atto simile diceva Tacito, non poteva certamente compiersi davanti a servi altrui, ai numerosi presenti e sotto gli sguardi dello stesso Germanico.
Purtroppo il processo a Pisone si svolse in un clima arroventato: la folla, che aveva molto amato il giovane nipote dell'imperatore, oltre ad essere sobillata, chiedeva, come sempre, sangue. Tiberio cercò di mantenere la calma e far avere all'accusato un processo equo, ma tutto fu inutile e la situazione divenne talmente disperata che Pisone si suicidò. Anche allora, nonostante il clima di sospetto e le accuse che venivano rivolte ai due coniugi, Livia non si lasciò trascinare dall'opinione pubblica e non perse la testa. Giudicò serenamente e valutò le responsabilità dei due: capiva che essi erano innocenti, e soprattutto sapeva che, anche ammesso che tra Germanico e Pisone ci fosse stato antagonismo, non c'era mai stato niente di più.
Plancina poi in tutta questa storia non c'entrava per niente. Livia conosceva bene la moglie del nipote con tutti i suoi difetti. Per tutte queste considerazioni non era assolutamente disposta ad abbandonare l'amica calunniata e lasciare che, per far piacere ad Agrippina, essa fosse condannata a morte per un delitto che non aveva commesso. Era una presa di posizione che richiedeva molto coraggio perché la piazza era ormai scatenata e tutti i nemici di Livia e di Tiberio coglievano al volo l'occasione per accusarli di complicità nella morte del giovane. Ma Augusta non si lasciò spaventare: con tutta la sua autorità di madre e di vedova del primo imperatore intervenne invece presso Tiberio e, come a suo tempo aveva tratto fuori dai guai un'altra sua grande amica, Urgulanilla, riuscì a salvare anche Plancina.
Da tutti questi piccoli squarci di vita che abbiamo qui esposto risulta che Livia era una donna dotata di forza di carattere ed equilibrio non comuni. Oltre tutte queste qualità essa ne dimostrò poi molte altre nel campo pratico. Ad esempio ella fu un'ottima donna d'affari ed una splendida amministratrice. Augusto lo aveva subito riconosciuto, e, già nel 35 a.C., quando, giovane sposa, aveva appena compiuto 23 anni, aveva liberato sia lei che Ottavia dalla patria potestas. Evidentemente riteneva che sua moglie fosse perfettamente capace di badare ai fatti suoi senza bisogno dell'aiuto di nessuno. Da quel momento, dato che Livia era ricchissima, essa ebbe sempre molto da fare per dirigere le sue proprietà in Asia Minore, Gallia e Palestina. Ai suoi ordini, per assisterla in questi compiti, ella tenne sempre persone della massima fiducia ed estremamente capaci, tra i quali, ad esempio, Burro, persona tanto stimabile che sotto Claudio e Nerone venne posto al comando della guardia pretoriana composta da più di mille persone.
Più tardi col passare degli anni Livia ottenne tutti gli altri titoli e privilegi che una matrona romana poteva conseguire. Nel 9 a.C., quando ormai aveva compiuto 49 anni, le venne concesso il diritto di "madre di tre figli", un onore che probabilmente non le era stato dato prima nella speranza che una nuova gravidanza glie lo facesse automaticamente ottenere. Alla morte di Augusto era pure stata esentata dalla lex Voconia che limitava l'entità massima dell'eredità che una donna poteva ricevere. Infine nel testamento essa venne da lui adottata prendendo il nome di Giulia Augusta, e subito dopo venne eletta sacerdotessa del suo culto con diritto di essere accompagnata da un littore. Ma non abusò mai della sua posizione, e furono più gli onori che rifiutò, spesso tramite il figlio Tiberio, che quelli che accettò.
Così, in mezzo a tutte queste traversie e tutta la sua grande attività, essa, sempre lucidissima e mai oziosa, arrivò all'ottantacinquesimo anno, un'età davvero rispettabile per quei tempi. Indubbiamente l'aiutò il fatto di esser sempre stata molto morigerata. Passato alla storia è il piatto di enula, una radice amarissima, che ogni giorno l'imperatrice mangiava per mantenersi in salute. Ma non poteva essere soltanto la dieta che l'aveva aiutata a vivere tanto a lungo: essa godeva evidentemente anche di una fibra molto robusta. Morì nel 29 d.C. e a questo momento tutti gli storici scrissero di lei ed inserirono nei loro testi, spesso diffamatori, una breve eulogia. Dione riferisce la lista degli onori che il senato votò alla sua morte: si ordinò che tutte le donne portassero il lutto per un anno e si promise di costruirle un arco: onore che non era mai stato concesso ad altra donna. Come motivazione si diede quella di aver lei grandemente meritato dalla patria coll'aver salvato molte vite dei suoi cittadini, coll'aver cresciuto molti figli altrui e coll'aver aiutato molti a pagare le doti per le figlie. In conseguenza a questo, il senato decretò che essa venisse anche ricordata come Madre della Patria.
L'arco però non le fu mai costruito: Tiberio disse che lo voleva far innalzare a sue spese, ma poi, o perché non riteneva giusto concedere un simile onore ad una donna, o perché, rinchiuso com'era nella sua melanconia, finiva per rimandare il più delle cose all'indomani, egli lasciò cadere il progetto nel dimenticatoio. Il vecchio imperatore si era ormai definitivamente esiliato a Capri e non venne a Roma neanche per la morte della madre. Aveva fatto sperare che avrebbe seguito il suo funerale, ma non si fece vivo ed i familiari lo aspettarono in vano, tanto che il corpo di .i.Livia" rischiò di corrompersi. Perciò, senza più perdere tempo, essi dovettero procedere con le esequie. Livia morì quindi sola e non fu deposta nella tomba dal figlio che aveva tanto amato.
Concludendo e mettendo il tratto finale alla sua storia ricordiamola però al suo tempo con Augusto, il suo periodo di felicità e vediamo quali furono le regole d'oro che le permisero di avere con lui questa lunga e perfetta unione, la cosa certamente meglio riuscita nella sua vita. Ad uno che le aveva chiesto come avesse fatto, Livia, sorridendo, rispose che era stato mantenendosi scrupolosamente casta, facendo di buona voglia tutto quello che a suo marito piaceva, non ficcando il naso nei suoi affari e, soprattutto fingendo di non sentire e non vedere ciò che accadeva tra lui e le favorite del momento, le belle donne che di quando in quando erano passate come meteore nella vita di suo marito. Aveva amato, ma era riuscita a farsi amare profondamente e per tutta la vita. Cosa si può voler di più a questo mondo?

Bibliografia
Divulgazione scientifica
E. SALZA PRINA RICOTTI, L'amore a Roma in Archeo, VII, 10 (92) October 1992, pp. 54-99

Libri
E. SALZA PRINA RICOTTI - Amori ed amanti tra la repubblica ed il principato, Editore. L’Erma di Bretschneider, Roma, 1992