Home -> Articoli -> Egitto Fantasmi e magia nell'antichità

L'al di là e la nascita della magia.

di Eugenia Salza Prina Ricotti

Chi non ha mai sentito parlare di magia, previsione del futuro, spiritismo, fantasmi e simili? Chi non ha mai avuto un sussulto vedendo un gatto nero attraversargli la strada? Chi non si è procurato un amuleto fosse esso un corno di rosso corallo, o uno di fiammeggiante plastica? Chi non ha subdolamente sfiorato la schiena di un gobbo? Se esiste una tale persona alzi la mano. Non ce ne saranno molte.
Sì! Da che mondo e mondo, oltre alla lotta per procurarsi il necessario per vivere, l'uomo si è trovato a dover confrontare un universo misterioso creato nella sua turbata fantasia dalla constatazione della morte, il fatto più spaventoso di tutta l'esistenza, e fu su essa che egli cominciò a pensare, a fantasticare, ad immaginare e, in un certo senso, ad elevarsi. La scrittura però era ancora molto in là da venire e quindi non esiste nessun documento su quelle epoche così lontane: abbiamo solo le pesanti pietre faticosamente e grossolanamente lavorate, i pochi resti di focolari e di ossa nelle caverne, qualche traccia di pittura rossa su un cranio scarnito e niente altro. Possiamo soltanto cercare di immaginare il momento in cui la mente dell'uomo primitivo si mise in moto e lo spinse a riflettere su qualcosa che superava il suo comprendonio ed il mondo materiale. Possiamo chiederci quando fu che, forse ancora più simile alle scimmie che agli esseri umani, il nostro antichissimo progenitore, guardando il compagno ormai immobile e inventandosi i primi riti di sepoltura, si convinse che non poteva finire tutto lì. Possiamo vederlo mentre si chiedeva se esistesse qualche altro posto in cui il suo amico si sarebbe ritrovato, un mondo dell'al di là, uno strano mondo che non poteva mai trovarsi sulla superficie del nostro pianeta, perché, se no - si diceva - nei suoi lunghi giri per procurarsi il cibo, egli lo avrebbe certamente scoperto. Pian piano dovette farsi strada in lui l'idea che dovesse trattarsi di una successione di luoghi bui e sotterranei in cui, assieme alle ombre degli scomparsi, si aggiravano esseri mostruosi ed inquietanti; un universo parallelo che ci arriva dalla notte dei tempi e che non ha mai lasciato l'immaginario umano; un luogo soprannaturale di cui leggiamo le descrizioni nelle letterature di tutti i popoli antichi e moderni; quegli Inferi degli antichi Greci le cui porte si spalancavano - anche se molto, molto raramente - per ammettere qualche speciale essere vivente, qualche eroe sceso lì per compiere sovrumane missioni. Ora vi si calava Orfeo in cerca di Euridice; ora Ulisse il cui scopo era soprattutto quello di soddisfare la sua infinità curiosità; ora Ercole, obbligato ad eseguire gli ordini del cugino Euristeo e catturare Cerbero, e certamente, mentre incatenava il mostro, il muscoloso figlio di Giove stava già assaporando il momento in cui, arrivato davanti al consanguineo con il feroce e tricipite cagnaccio al guinzaglio, si sarebbe goduto lo spettacolo di vederlo saltare con un sol balzo in un otre di bronzo. Ma la fantasia dell'uomo primitivo non poteva poi crearsi soltanto luoghi da incubo e certamente dovette anche fargli sognare pascoli felici e luminosi terreni di caccia alti sulle nuvole, quelli che poi divennero i felici regni di Osiride per gli Egizi e i Campi Elisi dei Greci. Quello che è certo, è che, mentre la paura gli configurava le nebbiose profondità delle caverne sotterranee, la sua speranza gli presentava luoghi bellissimi e felici nei quali egli si sarebbe risvegliato dopo la terrificante esperienza della morte, ma soprattutto luoghi in cui non sarebbe morto mai più.
La morte fu certamente il fatto naturale che più spaventò l'uomo antico. Un'altra cosa però lo preoccupò fin dalla sua comparsa come essere razionale sulla faccia della terra e questo era il problema di cosa gli riserbasse il futuro e di come egli potesse agire per modificarlo a suo favore. Cercava di capire quel suo "futuro" interpretando i segni che la natura stessa gli dava, ed è chiaro che in un primo momento esso fu limitato: arrivava tutto al più all'indomani e alla possibilità di catturare o meno la selvaggina. Così, quando, dopo una caccia particolarmente fortunata, il cacciatore si ricordava del volo di uccelli che, il giorno prima, gli erano passati stridenti sul capo mentre a sera stava seduto davanti alla sua caverna, il fatto diventava un felice presagio e da quel momento in poi, tutte le volte che la cosa si ripeteva, egli era convinto che l'indomani la selvaggina sarebbe stata copiosa e il cibo abbondante.
Fu probabilmente da allora che egli credette ai segni premonitori e sempre da allora che cominciò a immaginare complicate cerimonie per propiziarsi gli avvenimenti ed influenzare ad arte il reperimento di selvaggina pregiata. Nacquero così i primi incantesimi che immobilizzavano la desiderata futura preda disegnandola con pezzi di carbone e colori naturali sulle pareti delle caverne, rappresentazioni che popolarono quei luoghi bui di animali bellissimi: antilopi, bufali e giraffe. Vicino, per aumentare l'effetto dell'incantesimo, si tracciavano anche simboli propiziatori della buona fortuna come l'organo sessuale femminile o quello maschile e si ripeteva continuamente il misterioso contorno delle proprie mani che, per quei nostri lontani antenati, dovevano certamente avere un importante potere magico.
Chi fu che si prese carico di questi compiti? Esseri privilegiati, certamente. In ogni piccolo gruppo di uomini primitivi emersero persone che a ciò si dedicarono, uomini e donne a cui furono attribuite qualità magiche e che inventarono i primi sortilegi. Furono così questi primi re-maghi ad occuparsi dei riti e delle cerimonie e furono sempre essi a tramandare le loro credenze ai giovani. Erano certamente i più vecchi ed i più saggi, ed erano anche coloro che avevano imparato a conoscere il potere di certe erbe, che si occupavano di curare i malanni dei componenti del loro piccolo clan e a far cicatrizzare le loro ferite: erano i primi stregoni, sacerdoti del soprannaturale, custodi delle tradizioni. Fu così che magia e medicina nacquero insieme e da allora in poi andarono sempre a braccetto.
La storia - Passarono millenni innanzi che le prime civiltà storiche si affacciassero thesulla terra e lasciassero tracce consistenti di sé, con monumenti, documenti, scritti e complesse religioni sviluppatesi da quelle prime confuse credenze. Nascevano i complicatissimi Pantheon dell'antichità, pieni di dei e semidei legati alla natura ed ai fenomeni naturali, e accompagnati da un corteo di altre creature leggendarie. Furono religioni che durarono millenni e quasi tutte furono panteiste. Erano ancora molto umani quegli dei: amavano, tradivano, fornicavano esattamente come i comuni mortali, provavano simpatie e antipatie, combattevano tra loro e guerreggiavano a fianco degli uomini e delle popolazioni da loro protette. Tutto sommato erano una gaia ed allegra comitiva che riempì l'antichità di fantasie bellissime, di statue perfette, e dei personaggi favolosi che incontriamo continuamente nella loro letteratura.
La civiltà era ormai molto avanzata, ma in fondo in fondo l'uomo era sempre quello di prima: un individuo terrorizzato davanti al fenomeno della morte e disperatamente teso ad esorcizzarla; una creatura ansiosa di conoscere il futuro e di farsi dire da un dio o dal portavoce del dio cosa mai dovesse fare, ma anche un essere desideroso di poter imporre la propria volontà al corso della vita e convinto di poter ottenere ciò per mezzo di complicate cerimonie magiche. Povero, piccolo uomo che tentava di proteggersi dalle cattive influenze coprendosi di preziosi amuleti e grazie alle sue paure il mondo si popolava sempre più di indovini, medium, maghi e veggenti.