Home -> Articoli -> Egitto Fantasmi e magia nell'antichità
Nei papiri egiziani si trovano poche storie di spettri. Si sanno soltanto di pochi casi come quello trovato su un papiro in cui un marito si lamentava del fatto che la moglie, morta da tre anni, gli avesse fatto capitare addosso ogni genere di malanni.Il disgraziato elencava le sue benemerenze e il modo generoso con cui l’aveva sempre trattata quando essa era viva. Dichiarava, quindi, che la maniera con cui adesso essa si comportava verso di lui era una vera vergogna e non poteva più esser sopportata. Era però necessario per il pover uomo mettersi materialmente in contatto con tutti i doppi, anime, e spiriti della consorte e attraverso loro pregarla di lasciarlo un po' in pace. Comunicare con l'Al di là non è mai stata una cosa facile e non lo era neanche all'ombra delle piramidi. Per riuscirci il disgraziato non trovò niente di meglio da fare che tracciare le sue lagnanze su un papiro, andare nella tomba, e lì, dopo aver declamato ad alta voce quanto vi aveva scritto, legare il papiro alla statua della moglie. Così era sicuro che lo spirito e doppio che vivevano in quel simulacro lo avrebbero letto, capito e trasmesso a chi di dovere.
Sarebbe interessante sapere come andò a finire, ma qui purtroppo finisce la parte di papiro che ci è pervenuta e possiamo soltanto immaginarci il resto e sperare in un lieto fine.
Altro spiritismo all'ombra delle piramidi - La scarsità di storie di fantasmi non vuol dire che in Egitto non si credesse alla possibilità di evocarne. In Egitto il campo del paranormale e tutto il resto era dominio dei sacerdoti. Essi se ne servirono fino alla conquista romana. Dopo, dato che i Romani diffidavano della magia e punivano con la morte chiunque la esercitasse, divennero molto restii a far mostra di queste loro facoltà e soprattutto, per timore di venir denunziati e condannati alla pena capitale, evitavano di farlo davanti agli infedeli.
Comunque all'epoca di Claudio un medico, un certo Tessalo, andò in pellegrinaggio al tempio di Imhotep a Tebe. Imhotep, vissuto nel terzo millennio a.C. sotto il regno del Faraone Djeser Neterierkhet (III dinastia), era un essere straordinario; un uomo che, oltre ad essere un grande architetto, era stato anche un grande medico, tanto che i Greci lo avevano assimilato ad Asclepio; un sapiente che in tutte e due le discipline aveva dimostrato una bravura talmente eccezionale che si pensava dovesse avere origine divine e fosse figlio del dio Ptah. Ovviamente, dopo avergli attribuito questa divina pa¬ternità, il popolo egizio fu sicuro che, alla morte del suo corpo terreno, Ptah non poteva aver abbandonato la propria prole: era chiaro che doveva averlo divinizzato. Così era nato il dio Imhotep ed è a lui che vennero innalzati templi. Ora dato che per i Greci Imhotep non era altri che Asclepio, il dio della medicina, è ovvio che, sapendo delle straordinarie capacità evocative dei sacerdoti egizi, un medico, un certo Tessalo, chiedesse loro di farlo apparire davanti a lui, e di far sì che il dio potesse aiutarlo nella sua professione svelandogli i suoi più reconditi segreti e le ricette di farmaci miracolosi. Ma quando egli chiese ai preti del tempio se esisteva ancora qualcuno capace i usare la forza operativa di quella magia per cui essi erano stati famosi, tutti negarono recisamente. Non ci si può davvero meravigliare della loro reazione: le leggi dei Romani erano dure e severamente applicate e nessuno di loro aveva voglia di essere decapitato o crocifisso.
Fece eccezione un vecchio sacerdote, e questi, dopo aver chiesto a Tessalo se l'essere che egli gli chiedeva di evocare fosse un morto o un dio, saputo che si trattava di Imhotep gli permise di assistere alla sua evocazione. La domanda se si trattava di un morto o di un dio ci fa però capire che i sacerdoti egizi praticavano in lungo ed in largo anche la necromanzia e che, se per caso Tessalo avesse voluto vedere qualche suo amico o congiunto ormai trapassato, il vecchio santo uomo gli avrebbe certamente organizzato una bella e ugualmente riuscitissima seduta. Ma a Tessalo i morti comuni non interessavano: voleva Imhotep e basta. Perciò il sacerdote lo fece digiunare per tre giorni e poi lo portò nel tempio davanti al trono vuoto del dio. Qui il vecchio religioso pronunciò le formule magiche, le segrete "parole della potenza", e Tessalo vide emergere dal buio il dio tutto splendente nella sua raggiante beltà. Ovviamente il povero uomo si sentì svenire, ma, fu lo stesso Imhotep a rincuorarlo e la luminosa apparizione lo persuase a non aver paura ed a fermarsi con lui. Tessalo restò, e l'antico medico egizio lo intrattenne in un lungo colloquio, durante il quale, con una gentilezza squisita, gli rivelò molti segreti utili per la sua professione. Così gli indicò il momento ed i luoghi opportuni dove cogliere le erbe che appartenevano ai vari pianeti e segni dello zodiaco, semplici di una meravigliosa capacità curativa di cui, egli assicurava l'intimidito suo ascoltatore, il re Nechepsu aveva già conosciuto la “simpatia”; gli parlò poi anche della "simpatia" che legava fra loro le varie pietre e lo erudì alla perfezione in quell'arte. Finita l'evocazione il fantasma sparì così come era venuto e Tessalo si ritrovò solo e tremante. L'indomani raccontò il fatto in una lunga lettera diretta all'imperatore. Dato l'atteggiamento romano davanti a simili fenomeni, possiamo soltanto sperare che abbia tenuto segreto il nome del vecchio sacerdote.
BIBLIOGRAFIA
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