Home -> Articoli -> Grecia Fantasmi e magia
di Eugenia Salza Prina Ricotti
La Grecia e il paranormale –
Quindi in Egitto maghi e anche potenti. Magia, fantasmi, oracoli e superstizioni anche in Grecia: magia tra il popolo e magia nella sua letteratura ed arte. Ma non è in Egitto o in Grecia che nacque questa arte: almeno tale era l'opinione di Plinio. Il grande naturalista scrisse che essa fu divulgata da Zoroastro e che questo avvenne 6000 anni prima della morte di Platone. Sempre Plinio ci dice che il primo autore di trattati sull'argomento - opere esistenti ancora ai suoi tempi - era un certo Osthanes, un persiano, che, venuto in Grecia al seguito di Serse, aveva creato una vera mania per queste pratiche innaturali. La curiosità per questa parascienza attirò molti filosofi greci. Così di essa si occuparono Pitagora, Empedocle, Democrito e Platone. Essi, per approfondire la loro conoscenza in tale materia, arrivarono addirittura a viaggiare fino oltre mare. Poi, al loro ritorno, la insegnarono e la considerarono uno dei loro più gelosi segreti. Abbiamo visto che Democrito arrivò addirittura ad entrare nella tomba di Dardano il Fenicio pur di procurarsi i suoi libri. Plinio da buon Romano era scandalizzato da tutto questo e lo deplorò scrivendo:
“che queste dottrine possano poi essere state accettate da esseri umani e trasmesse per memoria è uno dei più straordinari fenomeni della storia, ed esse sono talmente prive di credibilità e decenza che coloro che stimano ed apprezzano gli studi di Democrito non vogliono credere che questi altri lavori siano suoi."
Plinio, lui invece ci credeva, eccome. Lui era fermamente convinto che non soltanto il grande filosofo avesse scritto tutte quelle baggianate, ma che fosse stato proprio Democrito con la sua autorità ad instillare nella mente degli uomini il dolce veleno della magia. Poi, facendo un ulteriore passo avanti nel suo attacco ai perniciosi influssi che partendo dalla Grecia insidiavano il resto del mondo, il naturalista segnalava che tale paese era non soltanto centro di magia ma lo era anche di medicina e che queste due arti erano là nate e fiorite assieme. Non era infatti vero, chiedeva Plinio, che mentre Democrito diffondeva le sue teorie, Ippocrate insegnava la medicina?
Non è molto chiaro cosa volesse dire Plinio con questo attacco a meno che anche egli, come Catone il Censore, non diffidasse dei medici e soprattutto di quelli greci.
Lasciando comunque da parte la povera medicina che fu certamente benefica, e tornando invece alla magia, è vero che essa fece presto a diffondersi tra i Greci e raggiungere città come Telmesus, che fino ad allora si erano tenute lontane da ogni forma di superstizione. Una delle regioni che ne fu più invasa fu la Tessaglia, tanto che le donne tessale ne divennero magna pars e finirono per essere addirittura considerate il simbolo della categoria. Questa era una cosa incomprensibile per Plinio, che, ricordandosi dell'Iliade, e non pensando ai secoli che dividevano i personaggi del famoso poema dall'epoca in cui Menandro scriveva le sue commedie, non riusciva assolutamente a spiegarsi come il popolo di Achille che per curare le proprie ferite sotto le mura di Troia si era sempre fidato soltanto del famoso medico Chirone, fosse poi potuto cadere tanto in basso da diventare fucina di stregonerie.
Plinio però non doveva essere il solo a pensarla così. Era altamente probabile che anche fra i Greci, molti condividessero le sue idee. Non è forse un caso che nella letteratura greca quelle maghe di cui si parla tanto sono quasi sempre straniere: arrivano da fuori e spesso fuori vivono. C'erano si le maghe tessale, queste però bisognava scusarle in quanto non erano diventate maghe di propria volontà. Era capitato che quando la crudele Medea, dopo aver fatto morire Glauke ed ucciso i propri figli, se ne stava ritornando nella Colchide e trasvolava il cielo greco sul suo carro trascinato da serpenti alati, essa, nella furia della fuga, si era lasciato sfuggire di mano lo scrigno che racchiudeva i suoi incantesimi. A quel momento il carro stava sorvolando la Tessaglia e su questa regione il cofanetto si aprì lasciando piovere sul capo delle donne del luogo tutta la magia in esso contenuta.
Fu così che nella letteratura greca le Tessale appaiono sempre sotto questo aspetto magico. Non ne parla soltanto Menandro nella sua commedia "Thessala"; prima di lui Aristofane le aveva già citate nelle sue "Nuvole" facendole invocare da Strepsiade. In Grecia, insomma, si era sicuri che esse non soltanto conoscessero le proprietà magiche delle erbe e le droghe che da esse si ricavavano - abilità comune anche a molte brave madri di famiglia e per cui erano rinomate, ad esempio, le Danaidi - ma che riuscissero a compiere incantesimi strabilianti. Così alle Tessale si attribuiva la capacità di far scendere la luna dal cielo. Su questa credenza era basata la scena rappresentata su un cratere oggi andato perduto e di cui ci resta soltanto uno schizzo Nel disegno appaiono due donne nude. Una di esse brandisce una spada e l’altra un bastone: evidentemente il rabdos, la famosa bacchetta dei maghi. In alto, in mezzo a loro, si vede la luna bianca e rotonda che le due maghe implorano tendendo le braccia e invocandola: “Ascoltaci potnia (signora) Selene”. Chiaramente, nella notte del plenilunio le due maghe stavano tentando di far scendere la luna dal cielo e infatti nel disegno si vede una lunga linea tratteggiata che legava il disco lunare alla terra. Chissà poi cosa ne avrebbero fatto della luna queste due amiche se mai fossero realmente riuscite a tirarsela a portata di mano.
BIBLIOGRAFIA
PLINIO, N.H.,
CATONE il CENSORE,
W. CHRIST, Geschichte der griechischen Litteratur bis auf die Zeit Justinians, Nördlingen 1889) § 480 p. 537
H. HUBERT in Dictionnaire des antiquités grecques et romaine d’aprés le textes et les monuments, sous la direction de Ch. Dahremberg, Edm. Saglio et Edm. Pottier, t. III, 2 partie (Paris 1904) 1501, 2.). la lettura paradossografica come tale rimonta all’epoca alessandrina: che è il suo più antico prodotto giunto sino a noi (cfr. CHRIST, cit. § 301, p. 365). Si tratta di un’operetta attribuito ad Aristotele, ma in realtà composta in epoca assai più recente, poiché usa scritti di Poseidonio (Rodio) che è del 151-35 a.C. Molti autori greci sembrano aver avuto un debole per il genere paradossografico
M. SCHLIMM, Sorceresses in Pandora. Women in Classical Greece, Milano, 1995, pp. 57- 62