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di Eugenia Salza Prina Ricotti
Medea, la sacerdotessa della luna –
Sacerdotessa di questa inquietante divinità era Medea una delle più tragiche e sconvolgenti figure della letteratura greca. La storia di Medea e Giasone cominciò quando Giasone ed i suoi compagni, gli Argonauti, decisero di impadronirsi del vello d'oro e partirono dalla Grecia diretti alle rive della Colchide. Molte erano le difficoltà sul loro cammino: il tanto ambito cimelio era strettamente guardato da due pericolosi mostri ed esso non poteva esser preso se prima non si fosse provveduto ad eliminarli A montare la guardia c'erano un terribile serpente pieno di veleno ed un drago, un essere mostruoso che, come tutti i draghi delle leggende, lanciava fiamme dalle narici carbonizzando chiunque tentasse di avvicinarsi. L'impresa perciò si presentava pressoché impossibile e Giasone non sarebbe mai riuscito a compierla se su lui non avesse steso le sue ali protettrici Afrodite, la dea dell'amore. Essa sapeva bene che per poter tornare a casa incolume e con il vello d'oro il giovane avrebbe avuto bisogno di qualcosa di molto più forte della sua spada e questo qualcosa non poteva darglielo altri che Medea. Questo, però, sempre che la dea fosse riuscita a farle perdere la testa per l'eroe. Bisognava incantare l'incantatrice, e chi avrebbe potuto compiere il miracolo meglio di Afrodite che, quando voleva, poteva dare punti anche ad Ecate, e che, oltretutto, in fatto di incantesimi d'amore era più indicata della pallida dea della notte? Così la Ciprigna fabbricò una ruota dell'amore e la diede a Giasone insegnandogli come dovesse usarla. Pindaro ce la descrive in una sua ode
"La dea di Cipro, dall'alto dell'Olimpo, attaccò su una ruota infrangibile un torcolo dalle piume variegate legandolo alle quattro estremità, e portò così per la prima volta agli uomini l'uccello del delirio…"
e con esso evidentemente il delirio: delirio d'amore che colpì Medea e la spinse non soltanto ad aiutare il bel nemico, ma poi a fuggire con lui. E tutto questo per via della ruota che ruotando si portava via il cuore degli amanti e per via del torcolo, l'uccello del delirio, che doveva il suo nome alla mobilità del capo capace di ruotare in tute le direzioni, uno strano uccello che creava il vortice in cui precipitava la mente dei giovani. Iynx, si chiamava in greco il torcolo ed esso, legato alla ruota, ne diveniva strettamente associato, tanto che, per gli antichi, il termine iynx designava sia il solo uccello che l'insieme ruota-uccello, e questi due, una volta uniti, assumevano il valore di "cerchio magico".
Il rhombos di Afrodite ruotò per Medea, ed essa perse la testa per l'eroe di Corinto.
Bibliografia
J. de la GENIERE, Une roue à oiseaux du cabinet des médalilles in Révue d'études anciens 60, 1958, pp. 27-35
PINDARO, Odi IV
TEOCRITO, Farmakeutriai