Home -> Articoli -> Grecia Fantasmi e magia
di Eugenia Salza Prina Ricotti
Molto migliore e tutto sommato anche più buona fu Circe. Come tutte le maghe dell'antichità, e a differenza delle medievali streghe, essa era bella e seducente e, per giunta era anche eternamente giovane. Circe infatti non era soltanto una maga, ma anche una dea e quindi la sua bellezza non sarebbe mai sfiorita ed ella sarebbe sempre stata circondata da quell'atmosfera surreale che le poteva venire soltanto dalla sicurezza dell'immortalità. La sua storia, narrata nel 10º canto dell’Odissea, iniziò quando il battello di Ulisse, che a lungo aveva costeggiato la costa tirrena, prese terra ai piedi del monte dove, ma essi lo ignoravano, la splendida incantatrice risiedeva. Bisognava rifornirsi di tutto quanto poteva occorrere per riprendere il mare, perciò i compagni dell'eroe scesero a terra. Mentre salivano le pendici boscose giunse alle loro orecchie il suono melodioso di un canto di donna ed il frullo della spola che scorreva nel telaio.
Attratti da questo gli uomini si avvicinarono ad una grotta che si apriva nel fianco della montagna. Ovviamente niente sospettarono, e nulla li mise in allarme. Quando poi videro nella cavità della roccia la donna così bella e dolce mentre porgeva loro coppe di un liquido fresco e profumato tutti si sentirono attratti da lei, perciò a lei brindarono senza timore con la pozione magica composta da un terribile veleno mescolato a formaggio, farina d’orzo, miele e vino, una bevanda che, se non fosse stato per la sostanza tossica in essa contenuta, sarebbe stata molto simile al kykeon, la tipica bibita con la quale i contadini greci si ristoravano dopo il duro lavoro dei campi. Ma, appena ebbero mandato giù il liquido fatale, tutti caddero giù sulle quattro zampe e si trasformarono in animali.
Dopo un po', non vedendoli tornare, Ulisse stesso si mise in cammino, ma, mentre attaccava la salita verso la cima del monte, venne fermato da Hermes. Il dio lo mise al corrente della situazione e, per permettergli di affrontare senza pericolo la maga, gli fece bere un antidoto. Sapendo ormai tutto quello che c'era da sapere e da fare e sicuro di sé stesso, Ulisse, guidato dal canto melodioso e dal rumore della spola che correva nel telaio, proseguì la sua strada. Arrivato sulla soglia della caverna venne invitato da Circe ad entrare ed a bere qualcosa per ristorarsi.
Ulisse accettò la proposta e, guardandola bene negli occhi mandò giù tutta la coppa che ella gli offriva, ma non si trasformò in un animale. Questo spaventò Circe, che immediatamente realizzò come dietro a quel mortale che, immune ai suoi filtri adesso, con la spada sguainata, le chiedeva conto e ragione dei suoi compagni, doveva esserci la mano di un dio. L'incantatrice aveva paura ed era molto scossa, ma Ulisse era bello e prestante e quindi nello stesso tempo nel quale lo temeva ella si sentiva disperatamente attratta da lui. Questa volta non ci fu bisogno della ruota dell'amore. Circe si innamorò di Ulisse, perché Ulisse era Ulisse e basta. Così non soltanto la maga liberò i suoi compagni dall'incantesimo ma li fece tornare in loro ringiovaniti, più belli e più forti. L'eroe, perciò, aveva vinto il cuore della bella incantatrice, ma anche lui non era rimasto immune dal fascino della bella donna e con lei si fermò a lungo. Poi, com'era da prevedere, il richiamo di Itaca e di Penelope ebbero il sopravvento.
Prima però di andarsene l'eroe chiese come ultimo favore all'amata che essa lo aiutasse a scendere negli Inferi e Circe lo esaudì. La triste scena la troviamo sempre nell'Odissea. Una volta arrivato al regno dei morti Ulisse sacrificò un animale e lasciò scorrere il suo nero sangue per terra fino a formarne una pozza. Restò poi fermo ad aspettare e, dalla nebbia che lo circondava, cominciarono ad emergere le ombre. Vani fantasmi di gente che un tempo egli conosceva, di eroi al fianco dei quali aveva combattuto, e, immagini ancora più strazianti di gente che egli aveva amato: Tra gli altri pallido ed evanescente apparve il grande Achille e con lui arrivò Aiace ancora corrucciato per non aver ottenuto le armi del Pelide; infine si avanzò pure, grigia e stanca, sua madre a cui egli inutilmente tese le braccia. Ma quando si è vivi non si può restare troppo negli Inferi e, anche se il cuore si spezza, si deve tornare nel mondo. Ulisse risalì sulla terra e riprese il suo viaggio verso casa. Circe restò di nuovo sola a cantare i suoi canti melodiosi, facendo correre la spola nel telaio e tessendo magnifici tessuti. Chissà se salendo le pendici del monte arroccato sul mare si riesca ancora a sentirla.
BIBLIOGRAFIA
OMERO, Odyssey, 10 canto
A. DELATTE, Le kykevon (1955) p. 27
M. SCHLIMM, Sorceresses in Pandora. Women in Classical Greece, Milano, 1995, pp. 57- 62