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Gli Ushabti

di Eugenia Salza Prina Ricotti

La tomba e l'Al di là: riti e credenze funebri - Dalla culla si passava ovviamente alla morte e da questa all'Al di là che, come tutti sappiamo durerà eternamente e quindi gli Egizi se ne preoccupavano molto, tanto che, per esser sicuri di stare bene e comodi anche all'altro mondo, costruivano splendide dimore destinate al riposo eterno. Così quello che oggi meglio conosciamo di loro sono le tombe e finiamo quasi per avere l'impressione che l'Egitto sia stato un paese di morti. Questo non è assolutamente vero, ma è certo che essi si occuparono talmente di cosa sarebbe capitato a loro ed ai loro corpi al momento di abbandonare questo mondo che è in questo campo che noi troviamo i loro resti più importanti ed i loro tesori più sfavillanti.
Con un criterio assolutamente contrario al nostro detto "Non te li puoi portare appresso" gli Egizi, sicuri che ben mummificati avrebbero continuato a vivere in un mondo molto simile a quello terreno, si portavano appresso tutto quanto di meglio avevano, oggetti e suppellettili preziose che, per quello che essi pensavano, erano altrettanto indispensabili alla vita di quel mondo parallelo in cui credevano fermamente e nel quale speravano di insediarsi, quanto lo erano stati nella loro vita terrena. Per essere tranquilli si portavano pure chi nell'Al di là, li avrebbe serviti permettendo loro di godersi l'eternità senza dover alzare neanche un dito: gli shabti.
Per una vita comoda nell'Al di là, non dimenticare mai di portarsi appresso un bel po’ di Shabti. - Ovviamente dato che, come abbiamo appena visto, anche gli Egizi, alla pari tutti i popoli antichi, pensavano che il mondo dei morti fosse molto simile a quello terreno, essi supponevano che anche lì ci sarebbe stato da lavorare. La terra ultraterrena o no andava vangata, seminata e fertilizzata, e gli dei chiamavano a turno le anime dei morti assegnando loro i compiti a cui essi erano destinati. Ora, nessuno dei ricchi e potenti sepolti nelle mastabe avrebbe mai accettato di andare personalmente a zappare quei campi, e nessuno desiderava scomodarsi facendosi venire i calli alle ultraterrene mani. Quindi tutti prendevano provvedimenti per essere serviti negli inferi esattamente come erano stati serviti in terra. Non era una cosa impossibile: bastava provvedersi di numerose figurine di legno, ceramica o di ogni altro tipo di materiale. Immagini speciali e incantate che, al sentir pronunciare le apposite “parole di potenza”, (così si chiamavano le segrete formule magiche che permettevano di produrre incantesimi) si animavano e si mettevano a disposizione del defunto così che questi poteva mandarli al posto suo a compiere tutti i lavori che gli sarebbero stati imposti.
Le formule per dare vita ai docili shabti si trovavano al capitolo V del Libro dei Morti, un perfetto manuale per aver successo nell'Al di là. Prima di tutto però il defunto nel suo cammino verso la definitiva felicità doveva dire una formula che, si supponeva, lo liberasse da ogni genere di fatica ultraterrena e doveva dichiarare, ovviamente con la giusta intonazione (l'intonazione era molto importante):
“Io alzo la mano dell’uomo che è inattivo. Io arrivo dalla città di Unnu (Hermopolis). Io sono l’anima divina che vive, e con me conduco i cuori delle scimmie.”
Così ci si salvava dal dover lavorare nell'Al di là. Poi però bisognava provvedere a che questo lavoro venisse fatto ed era proprio per questo che tutti avevano nelle loro tombe parecchi shabti, le statuine magiche fatte a simiglianza del defunto che egli inviava in sua vece per obbedire i comandi degli dei. In un primo tempo erano gli stessi preti che, durante i riti funebri, recitavano sulle figurine le “parole della potenza” quelle che al momento del bisogno li avrebbero animati e li avrebbero resi capaci di eseguire i lavori richiesti. In un periodo posteriore le formule vennero direttamente scritte sulle statuine stesse e, ogni volta che se ne fosse presentata la necessità, all'anima del defunto non restava altro da fare che leggerle con la giusta intonazione.
Più tardi ci si contentò di segnare su ognuno degli shabti la figura dello strumento (aratro, zappa o altro) che esso avrebbe dovuto adoprare. Infatti le formule con le “parole di potenza” andarono man mano semplificandosi durante i secoli e non furono più lunghe e complicate come quelle antiche. Bastava leggere la seguente:
“O tu, shabti immagine, di me, lo scriba Nebseni, se io venissi chiamato, o se mi venisse assegnato un qualche lavoro di quelli che a turno gli uomini devono fare nell'Al di là – fa che ogni ostacolo o opposizione contro di te venga tolta di mezzo - fai che la scelta per seminare i campi, riempire di acqua i canali di irrigazione e trasportare la terra da est ad ovest, cada sempre su di te invece che su di me.”
Dopo queste “parole di potenza” arrivava la risposta della figurina
“Certamente. Sono qui e farò qualsiasi cosa tu mi chieda di fare”.

BIBLIOGRAFIA

E.A. WALLIS BUDGE, Egyptian Magi, Bury St.Edmunds, Suffolk, 1975, first published in 1899, pp. 70 -72
LIBRO DEI MORTI, cap. V. Formule per dar vita agli ushabti