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di Eugenia Salza Prina Ricotti
Roma e il paranormale –
A Roma, come abbiamo detto prima parlando dell'evocazione del fantasma di Imhotep, la magia (e con essa tutti i suoi addentellati come spiritismo, necromanzia, e via dicendo) era considerata un reato e si rischiava la morte a praticarla. Già dal 138 a.C. si era decisa per senato consulto l’espulsione dall’Italia di astrologhi e maghi. Uno di questi Lucio Pituano fu addirittura espulso definitivamente facendolo precipitare dalla Rupe Tarpea, mentre un altro Publio Marzio venne fatto giustiziare dai consoli fuori della porta Esquilina, dopo aver annunciato il supplizio al suono delle trombe come in antico (Tacito, Annali, II. 32). Quindi c'era poco da scherzarci su, ma nella Roma imperiale, purché protetti e richiesti da personaggi potenti, questi individui continuarono ad essere molto numerosi e, anche se chi li consultava commetteva un delitto capitale, sempre pieni di clienti. Sappiamo ad esempio che il senatore Firmio Cato, amico intimo di Libone, spinse costui giovane leggero ed incline alla fantasia a prestar fede alle promesse dei Caldei a incantesimi di negromanti e persino agli interpreti dei sogni.
Riconosciuta, approvata e completamente legale era invece una magia tipicamente romana che essendo connessa ai culti di questo popolo veniva considerata un fatto religioso. Era quella che si praticava pronunciando le appropriate formule magiche contenute nelle 12 tavole (formula della vestale Tuccia). Si trattava di incantesimi potenti dato che avevano permesso a tale sacerdotessa di trasportare acqua in un setaccio. bisogna però anche dire che dal corpo di Tuccia, in quanto appartenente ad una vestale, emanava una forza magica, tanto che si si credeva che queste vergini, potessero pure arrestare gli schiavi fuggitivi purché essi non avessero superato i confini della città, esse (N.H. XXVIII. 3. 12). Altro libro magico consentito era quello di Numa. Bisognava però stare molto attenti a come si pronunciavano le formule ivi catalogate: sbagliare una sola parola o un'intonazione poteva riuscire fatale e ne sapeva qualcosa Tullo Ostilio che avendo cercato di far scendere Giove dal cielo e avendo sbagliato le parole, venne colpito dal fulmine e incenerito
Perciò nella letteratura romana non abbiamo molte storie di magie prodigiose come quelle dei papiri egizi. C'erano si fattucchiere come la Canidia delle satire di Orazio che non bella e giovane come le maghe greche, ma, vecchia e brutta come saranno poi tutte le orride streghe che, dal medioevo in poi, popolarono le leggende europee, si aggirava nei cimiteri a cercare materiale per i suoi incantesimi e, per effettuare qualche mostruoso sortilegio, uccideva in modo orripilante un ragazzino.
Quindi nonostante tutte le leggi e controleggi a Roma esistette sempre qualche fattucchiera. Nessuno di questi esseri malefici correva il pericolo di restare senza clienti: c'erano in giro tanti di quegli innamorati che tentavano con potenti fatture di incatenare il cuore della sua bella, e tante comari che, desiderando veder morte le rivali, compravano da loro veleni potenti, che le streghe non avevano bisogno di preoccuparsi del denaro. Vendere il veleno poteva però venir scoperto e mettere in guai seri sia la strega che la cliente. Per disfarsi di un nemico c'erano altri metodi ugualmente esiziali e, non volendo arrivare al delitto materiale, si poteva cercare di eliminare l’oggetto del proprio odio con la magia. ciò si otteneva facendo tracciare da mano esperta orrende maledizioni su certe tavolette di piombo, le cosiddette tabulae maledictoriae, sui cui perniciosi effetti gli antichi credevano ciecamente e, dato che il piombo dura un' eternità, di tanto in tanto se ne ritrova qualcuna.