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Maledizioni legali

di Eugenia Salza Prina Ricotti

Maledire, ma nella legalità:
Non è che per maledire un nemico i Romani dovevano per forza ricorrere a questi individui fuori legge. Essi potevano maledire chi a loro piacesse, ma dovevano farlo personalmente e con formule sacre e del tutto romane. Tale fu la maledizione di Ateio Capitone, un romano che non soltanto era ben fermo nelle sue convinzioni, ma che era disposto ad attaccare con questi terribili riti chiunque non desse ascolto alle sue parole o peggio ancora ai suoi consigli e della sua maledizione ci parla Plutarco. Visto come finì tutta la storia, quella volta Ateio Capitone aveva mille buone ragioni per agire a quel modo. Egli infatti disapprovava la spedizione che Crasso voleva fare contro i temibili Parti. Tutti i presagi erano stati avversi alla campagna, ma Crasso sperando in grandi vittorie ed in ancora più grandi bottini non voleva desistere.
Capitone decise che bisognava fare qualcosa di drastico per punirlo e, saputo che Cicerone aveva invitato Crasso ad una cena tenuta nei giardini di suo genero Crassipede, costruì un’ara su quella porta di Roma da cui Crasso doveva uscire per raggiungere gli horti in questione. Qui, tra continue libazioni e dense fumigazioni, appena lo vide arrivare pronunciò imprecazioni terribili chiamando con il loro nome certe strane e spaventose divinità affinché punissero Crasso dei suoi misfatti. Tali maledizioni segrete ed antiche i Romani le scagliavano con una tale forza che coloro che ne erano l’oggetto non potevano sfuggire ad esse, ma anche coloro che praticavano questi riti non se la passavano liscia. Tutti sapevano infatti che la disgrazia avrebbe colpito non soltanto coloro che erano stati maledetti ma anche coloro che avevano scagliato la maledizione; perciò i Romani facevano ricorso a questi riti molto raramente e non a cuor leggero . Anche Cassio Dione parla di queste terribili imprecazioni. Comunque Capitone non si lasciò piegare dal timore della pena a cui lui stesso si condannava e Crasso e il figlio di Crasso incontrarono la sconfitta ed una morte orribile per mano dei Parti i quali, per punire il triumviro della sua avidità, gli versarono in gola oro fuso. Non sappiamo però cosa capitò ad Ateio.

BIBLIOGRAFIA
J. BAYET, La malediction du tribun C. Ateius Capiton in Latomus XLIII, Bruxelles 1960
CICERO, Ep. ad Fam., I.9-20
PLUT. Cicero, 26.1
PLUT. Crassus, 16.4.8.