Home -> Articoli -> Roma - Magia
di Eugenia Salza Prina Ricotti
Difendendersi da sortilegi e malocchio -
In un mondo così pieno di gente disposta a gettare maledizioni, malefici e sortilegi su nemici, amici, parenti, soci e chi più ne ha più ne metta, non c'era da dubitare che si dovessero prendere accurate precauzioni per difendersi da tutte le fatture dei malevoli. Lo si faceva portando addosso validi amuleti. È evidente poi che i genitori amorosi si preoccupavano prima di tutto di salvare i loro figlioletti e lo facevano coprendoli di oggetti magici. Si trattava di una serie di ciondoli dalle forme attraenti, lucidi, scintillanti ed anche tinitinnanti. Quando si era ricchi li si attaccava ad una catena anch'essa di oro o di argento, ma spesso ci si contentava di cucirli su una fascia di tessuto. Di qualsiasi tipo essa fosse, si usava porla loro a tracolla, e si credeva che tenesse lontano dai bimbi il malocchio. Lo attesta lo scoliaste di Valerio Massimo che poi dice che tra gli amuleti che si mettevano a formare queste tracolle si aggiungevano anche "campanelli, perché essi (i bimbi) godono particolarmente dei sonagli". Queste tracolle tintinnanti, oltre a lasciar tranquille le madri che le pensavano indispensabili per tener lontano gli influssi maligni dal capo dei loro piccoli, costituivano un grande aiuto per coloro che di essi dovevano occuparsi: infatti anche se li si perdeva d'occhio, con tutto quello scampanellio che li accompagnava ad ogni passo, non li si perdeva mai di orecchio.
Tra le altre notizie e descrizioni di questi crepundia, (come si chiamavano in latino), abbiamo una lunga scena di una commedia di Plauto che ci conferma quale fosse la natura e la forma degli amuleti. Si tratta della scena madre nella quale Demones, un Ateniese trasferitosi a Cirene, riconosce attraverso alla descrizione di questi oggetti la figlia che da piccola gli era stata rapita dai pirati e venduta ad un lenone. La giovane Palestra che si era appena salvata da un naufragio suscitato dalla tempestosa stella di Arturo, divinità decisa ad impedire che il lenone in mano al quale la ragazza era finita in schiavitù riuscisse a portarla in Sicilia e lì a prostituirla, approdava con una barchetta proprio davanti alla casa del padre, un certo Demone. Questi, uomo buono e giusto, pur non sapendo chi fosse la bella ed infelice sconosciuta, decise di prenderla sotto la sua protezione. Nel frattempo arrivò lo schiavo di questo padre, un certo Gripo, pescatore, il quale poco prima ritirando le reti aveva pescato la valigia del lenone ed in essa aveva pure ritrovato un cestello di vimini contenente i crepundia, ossia gli amuleti e la tracolla che la bimba aveva addosso quando era stata rapita e che la poveretta conservava gelosamente, sperando di poter un giorno, attraverso a loro, ritrovare la sua famiglia. L'avido Gripo che riteneva la valigia sua preda di diritto, e voleva impadronirsi del denaro e dei gioielli in essa contenuti, si rifiutò di consegnare il cestino alla ragazza. Nella discussione intervenne però Demone, che si impose e, fattasi consegnare la valigia, chiese a Palestra di guardare bene il panierino di vimini e dire se era proprio il suo. Una volta poi che la ragazza lo ebbe riconosciuto la pregò di descrivergli tutti ad uno ad uno gli amuleti appesi alla catena. A questo punto la commedia raggiungeva il suo culmine, in quanto man mano che si andava avanti con la descrizione , Demone si rendeva conto che non soltanto quei gioielli appartenevano a Palestra , ma anche che essa era sua figlia.
BIBLIOGRAFIA
PLAUTO
FIORELLI, Notizie Scavi