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di Eugenia Salza Prina Ricotti
Il futuro
Anche a Roma poi c'era poi il problema del futuro e anche qui si cercava sempre di indagare su quel che sarebbe capitato e su cosa si dovesse decidere. I Romani, vicini degli Etruschi, avevano adottato in pieno le loro credenze e sistemi; quindi preferiti erano l'esame delle viscere delle vittime dei sacrifici che venivano offerti prima di intraprendere qualsiasi impresa e l'osservazione del volo degli uccelli per cui gli auruspici etruschi andavano famosi. Del resto anche nella fondazione di Roma gli uccelli avevano avuto una parte fondamentale e quindi si continuava ad osservare il cielo tenendo però anche d'occhio altri prodigi di cui è piena la storia romana.
Un'aquila gentile.
Era spesso con questi prodigi che gli dei si facevano vivi ed era attraverso fenomeni naturali o voli di uccelli che essi facevano pervenire agli uomini i loro messaggi. A adempiere alla funzione di inviate da Giove per mostrare ai mortali quali fossero i suoi voleri furono sempre le aquile e fu precisamente un'aquila quella che indicò e quasi incoronò un re di Roma: l'uomo che che venne poi chiamato Tarquinio Prisco. Si trattava di un greco chiamato Lucumone che, trasferitosi in Etruria, aveva qui sposato la nobile Tanaquilla. L'intelligentissima sposa, comprendendo che mai e poi mai, neanche con la sua protezione e quella di tutta la sua famiglia, il marito sarebbe riuscito a far carriera in Etruria, lo persuase a trasferirsi a Roma, città nuova dove un uomo abile intelligente poteva facilmente diventare qualcuno. Così partirono a quella volta e, durante il loro viaggio, Giove con un prodigio manifestò quale sarebbe stato il suo destino.
Erano appena arrivati sul Gianicolo e Lucumone stava sdraiato nella lettiga accanto a sua moglie quando un’aquila discese lentamente su di loro e, afferrato tra i suoi artigli il copricapo del futuro re, si alzò continuando volteggiare sulla lettiga e lanciando alte strida. Poi, come se stesse adempiendo ad una missione affidatale dagli Dei, glie lo posò nuovamente sulla testa. Ciò fatto riprese il volo.
La scena così come la descrive Tito Livio è idilliaca: nella lettiga non un’esclamazione, non un sussulto. Eppure chiunque si fosse visto piombare sul capo un’aquila avrebbe avuto certamente un gesto di terrore e, quando poi si fosse visto portar via il cappello dal nobile volatile, una bestemmia l’avrebbe pur tirata.
Invece i due non si scomposero e non si scomposero nemmeno quando perplessa, essendo animale di alta educazione, l’aquila, che forse credeva di aver preso un coniglio, vedendo che quell'affare peloso da lei sollevato coniglio proprio non era, non solo riporto indietro il cappello, ma addirittura lo mise di nuovo sulla testa del futuro Tarquinio Prisco.
Passi per Tanaquilla, che etrusca di alto lignaggio agli uccellacci c’era abituata, ma possibile che Lucumone vedendosi portar via il berretto non abbia almeno cercato di dare una scarpata all’uccello di Giove?
Avvenuto il prodigio e felice di ciò che aveva visto Tanaquilla, cresciuta in mezzo a gente che passava il suo tempo a regolarsi su ciò che facevano gli uccelli, interpretò perfettamente il fenomeno. Abbracciando il marito, gli confermò il fausto presagio spiegandogli accuratamente quanto era accaduto: quell’uccello era disceso dal cielo, e dalla sua parte più alta - gli diceva - quindi dalla zona celeste più importante; inoltre l'aquila era il classico messaggero di Giove che di quell'uccello si era sempre servito per simili cose; senza contare che il sacro volatile aveva portato il suo presagio sulla parte più alta del corpo e, avendo tolto l’ornamento della testa d’un uomo, glie lo aveva poi posto sopra di nuovo per ordine divino. Lo aveva praticamente incoronato.
BIBLIOGRAFIA
R.BLOCH, Prodigi e divinazione nel mondo anttico: Greci-Etruschi -Romani, Roma 1978, p.56
TITO LIVIO, I. 34. 8-10