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Il Canopo

di Eugenia Salza Prina Ricotti

Il Canopo dopo la scoperta della tomba di Antinoo.

Antinoo e il Canopo

Una delle conseguenze scoperta della tomba di Antinoo fatta da chi scrive ed i risultati degli scavi di Mari hanno portato a cambiare molte idee sul Canopo. Fino a poco tempo fa molti credevano che questo ninfeo fosse un tempio ed un sacrario. Molti studi sono stati scritti a questo proposito In realtà è evidente che fino alla metà del secolo scorso e gli scavi di Salvatore Aurigemma tutte queste opinioni erano scusabili in quanto:questo settore di Villa Adriana era ancora coperto di terra e non era stato ben studiato; era perciò facile pensare che il grande edificio posto in fondo alla valletta dovesse essere un tempio, un sacro edificio dedicato a Canopo, il timoniere di Menelao.
Poi all’inizio del XIX secolo alcuni cominciarono ad accorgersi che un simile dio non era mi esistito e passarono a Serapide un’idea che piacque e così ancora nel XX sec. la troviamo ben radicata. Anche dopo che nel 1956 gli scavi di Aurigemma provarono che il Canopo era soltanto un vasto triclinio con le sue relative latrine singole sempre presenti nelle coenationes adrianee, e quando si vide che le statue emerse dall’euripo erano soltanto copie romane di statue greche, alcuni irriducibili studiosi non abbandonarono l’idea del tempio egizio e andarono avanti a crederlo e chiamarlo Serapeo.
Anzi secondo le loro teorie il Canopo o Serapeo come volevano chiamarlo non era soltanto un tempio, ma tutta la sua area veniva da loro considerata come il luogo di Villa Adriana egizio per eccellenza. Come conseguenza è facile capire come la valletta del Canopo venisse considerato il posto più adatto per ospitare la tomba di Antinoo e questa deve pure esser stata la ragione che spinse il prof. Kähler a qui cercarla. Dopo tutto il Prof Grenier, il famoso egittologo non aveva affermato che dopo la morte di Antinoo questo posto gli era stato consacrato e se questa era la sua idea perché non credergli?
Così Kähler iniziò a ricercare una tomba sotterranea sul fianco occidentale della valletta. Nel frattempo invece Grenier si dedicò alla ricostruzione del Canopo come egli pensava dovesse esser stato in epoca adrianea. Così, senza preoccuparsi di dove fossero state scavate mise in esso tutte le sculture egizie di Villa Adriana che gli fu possibile avere e, oltre alla testa di Iside, trovata dal Ligorio alla Palestra a un km di distanza dal Canopo ed a 30 m sotto al suo livello, egli espose nella sua ricostruzione anche l’Antinoo-Osiride che i fratelli Michilli avevano rinvenuto rinchiuso con l’Arpocrate in un ambiente delle Cento Camerelle e che era chiaro che col Canopo non aveva proprio niente a che fare.
L’unica spiegazione di questo appropriamento di tutte le statue egizie puòesser spiegato col fatto che si era sempre detto che le statue egizie provenivano dagli scavi praticati dai Padri Gesuiti per impiantare vigne e, ignorando quale fosse l’estensione della loro proprietà, tutti pensavano che questa area fosse limitata alla valletta del Canopo e a Roccabruna.
Ora però gli studi svolti dal Mari negli antichi archivi hanno ricostruito la mappa catastale del 1700 da cui risulta che la proprietà dei Gesuiti si estendeva dai piedi del Pecile fino a tutto il Canopo. Oggi, però, se è chiaro che le statue egizie trovate vengono tutte dall’area dei Gesuiti, è anche vero che soltanto alcune di esse furono trovate al Canopo. Inoltre nessuna proveniva dall’euripo o dall’esedra: lo provava il Piranesi e sarebbe stato sufficiente studiare con attenzione la sua pianta su cui questo architetto aveva segnato con esattezza i luoghi degli scavi per constatare che esse furono trovate nei giardini terrazzati che alti sulle colline dominavano la valle. Inoltre nessuna di esse è in alcun modo collegata ad Antinoo. L’unica statua rinvenuta sulle sponde del canale che fosse lontanamente collegata all’Egitto era il coccodrillo. Una statua di fontana certamente non sufficiente a trasformare l’area nella terra dei Faraoni..
Oggi la testimonianza della pianta del Piranesi, tutti gli altri dati sui ritrovamenti di statue che troviamo nei documenti dell’epoca e quello che è emerso dalla tomba di Antinoo possiamo chiarire la situazione: sappiamo con certezza che molte delle statue conservate al Vaticano provengono dalla tomba di Antinoo e tutto questo sarebbe stato facile saperlo studiando gli scritti del Batoli che ci racconta come le prime dieci statue di idoli e sacerdoti egizi furono trovate nel terreno del giardino della tomba di Antinoo proprio davanti alle Cento Camerelle
“Incontro alle Cento Camerelle”
e fu nello stesso luogo che nel ‘700 vennero qui riportate alla luce dieci altre statue di sacerdoti e dei.
Il risultato di tutto questo fu di provare che il Canopo non era un tempio – e del resto un tempio con latrine non si era mai visto - e che il ninfeo non era un edificio sacro dedicato a Serapeo. Non nego che questo deve aver colpito molti studiosi di Villa Adriana, ma dopo che io con una conferenza ebbi dato notizia della mia scoperta alla Pontificia Accademia Romana di Archeologia, molti furono costretti ad accettare il fatto. Ci fu anzi chi disse che tutto quello che era stato scritto sul Canopo doveva venir cestinato o revisionato. Adesso molti hanno accettato di riconoscere il Canopo per quello che era: una bella area tricliniare ad ospitare quei banchetti per moltissime persone che di tanto in tanto gli imperatori offrivano ai loro concittadini.




Pubblicazioni sull’argomento
E. SALZA PRINA RICOTTI Villa Adriana: il sogno di un imperatore, L’Erma di Bretschneider, Rome, 2001.
E. SALZA PRINA RICOTTI - The Importance of Water in Roman Garden Triclinia in Ancient Roman Villa Gardens (Dumbarton Oaks Research Library and Collection), 1987, pp. 137-169, figg. 2-7, figg; 35-37.
E. SALZA PRINA RICOTTI, Adriano: architettura del verde e dell’acqua in Horti Romani, Rome , 1995, pp. 363-399.
E. SALZA PRINA RICOTTI, La ricerca della tomba di Antinoo a Villa Adriana in RPAA, vol. LXXV 2002-2003, pp. 113-144, figg. 1-19
E. SALZA PRINA RICOTTI, Antinoo o il potere della bellezza in Archeo Luglio 2003, pp. 52-65.