di Eugenia Salza Prina Ricotti
Porti della costa libica
Si è già altre volte parlato di quei porti ed approdi privati attrezzati dai ricchi armatori della zona di Leptis Magna, dopo che alcuni infelici interventi dei governanti romani ebbero irrimediabilmente insabbiato il porto di questa, porto che fino allora aveva magnificamente funzionato e aveva reso ricchissima la città (fig.1). Per tutto il periodo augusteo i commerci avevano fiorito, e a Leptis erano esistite ricche e potenti famiglie di armatori: i Tapapius, i Caphada e via dicendo. Si trattava di gente che, con i ricavati dei loro commerci, potevano permettersi di offrire ai loro concittadini, uno splendido teatro ed uno dei più bei mercati dell’antichità. Una città tutta bianca, una città di marmo che, fiorì indisturbata fino alla metà del I sec. d.C..Poi tutto questo finì.
Si dice che l’inferno sia pieno di buone intenzioni e certamente ottime furono quelle dei Romani. Peccato che non funzionarono. All’epoca di Nerone, per difendere l’approdo dalle onde, venne costruito un pennello proprio davanti lo sbocco di quell’uadi che attraversava la città (fig.2). Non fu una mossa vincente: forse tenne lontane le onde, ma, quel che è certo, è che, tutte le volte che l’uadi Leb2da “scese”, tonnellate di sabbia si accumularono addosso a quel molo. Altri provvedimenti presi dai Romani sempre allo scopo di difendere il porto dalle onde, come quello di collegare alla terra ferma certi scogli che stavano davanti l’imboccatura dell’approdo, ebbero la sola conseguenza di impedire l’accesso a quelle correnti che per secoli avevano spazzato la rada e tenuto libero l’approdo, e questo fu il colpo di grazia (fig. 2).
Gli armatori attesero un po’ sperando l’impossibile, poi lasciarono la città e si crearono i loro approdi privati (fig. 3): questa volta lo fecero da Fenici e quindi da gente che conosceva bene il mare. Scelsero una costa in cui una serie di promontori rocciosi erano affiancati da marse, splendide spiagge di quella sabbia bianca chiamata “Tripoli” che, fino all’arrivo dell’acciaio inossidabile, veniva venduta a chili dai droghieri e ferramenta per lucidare le lame dei coltelli e altri acciai. Sulle alte rocce costruirono le loro dimore ed ognuna potè disporre di due approdi: uno per ogni lato, in modo che uno di essi fosse sempre sottovento (fig. 4). La proprietà delle marse era nettamente divisa come è provato dal muro da me rilevato che tagliava in due quella tra la villa dell Odeon Marittimo e quella del Piccolo Circo, le due poste più ad ovest tra quelle da me identificate. Dopo, proseguendo verso occidente, non c’erano più ville e questo per una ottima ragione. A partire da lì la costa era tutta rocciosa e per un lungo tratto non vi erano più marse.
Una delle ville di Silin, l’ultima ad ovest, quella dell’Odeon Marittimo, che aveva una marsa soltanto sul lato est e dall’altra la piatta ed alta costa rocciosa, dovette confrontarsi con questo problema e lo risolse scavandosi nella roccia un porto con una generosa banchina. Da questo lavoro però ricavò tutta la pietra necessaria alla costruzione della residenza padronale e non dovette crearsi una cava tagliando la fronte del promontorio come fu fatto in tutte le altre ville marittime della Libia, sistema che permetteva, sì, di avere un’elevata posizione sul mare, ma che, a lungo andare e col cessare di ogni forma di manutenzione, permetteva alle onde di scavare profondamente la base della roccia facendo crollare la parte anteriore della costruzione. Infatti l’unica facciata di queste ville marittime libiche che si è salvata è quella dell’Odeon Marittimo, che non soltanto aveva conservato la parte anteriore del promontorio, ma, il cui proprietario, con la creazione del piccolo teatrino rivolto al mare e con le sue gradinate laterali, aveva fatto sì che anche durante le peggiori tempeste le onde scivolassero sopra la roccia e non la scavassero (fig. 5).
Ultimamente su Archeo è uscito un breve articolo, firmato dal dott. Petriaggi e dalla dott.ssa Davidde: esso è teso ad asserire che il porto scavato nella roccia della Villa dell’Odeon Marittimo - ed in cui sono ben evidenti i resti di un imbarcadero perfettamente conservato (fig.6) - è in realtà un’insenatura naturale esposta ai peggio venti. Perché poi gli antichi proprietari si sarebbero dati la pena di costruire quel ben conservato imbarcadero in un luogo simile non è spiegato. Che il porto non sia un’insenatura naturale lo prova un semplice sguardo alla pianta. Quasi 50 anni di vita di nuoto e di attività subacquea su quella costa mi autorizzano a dire che non ho mai visto insenature del genere in una costa che ha soprattutto la tendenza ad essere piatta.
Vi è aggiunta un’altra stupefacente affermazione, e cioè che, avendo esso un fondale di due metri, non sarebbe mai stato uno scalo adatto alle navi onerarie di epoca romana. Dico stupefacente in quanto, essendo il dott. Petriaggi direttore del Museo delle Navi di Ostia, queste navi onerarie, larghe e piatte, egli dovrebbe sempre averle avute sotto gli occhi.
Con questo arriviamo al pescaggio delle navi dell’epoca: la loro stazza veniva calcolata in anfore. Noi sappiamo che già navi di 2000 anfore (120 tonnellate), navi che a pieno carico non potevano pescare più di 2 m, venivano considerate grandissime (vedi Cicerone). Livio parla di navi di 300 anfore (18 tonnellate) e pure quelle citate da Tacito hanno tali dimensioni. Una normale nave oneraria romana stazzava al massimo 1000 anfore (60 tonnellate), era larga e piatta e dubito fortemente che qualcuna di esse potesse pescare più di m 1,50 a pieno carico.
Il dott. Petriaggi poi parla di venti che avrebbero reso impraticabile il porto ad ovest della villa dell’Odeon Marittimo e cita il grecale come quello che più agita il mare libico. Egli non tiene evidentemente conto dell’uso fenicio di avere due approdi ai due lati opposti di un promontorio: è evidente che nel caso di Grecale le navi avrebbero scelto l’approdo della marsa. Per lo Scirocco e l’Ostro venti di terra non c’erano preoccupazioni su dove ancorarsi: con essi non si comincia ad avere mare agitato che a più di 4 miglia dalla costa e in questo caso tutti e due gli approdi sarebbero andati bene. Se mai avesse soffiato il vento proveniente da nord-est che, secondo Petriaggi, avrebbe reso impraticabile la marsa, la grande barra di roccia segnata in pianta con la lettera A avrebbe fornito al porto scavato nella roccia un sicuro approdo sotto la sua protezione (fig. 7).
Questa barra a difesa dal vento di nord-est, che tra l’altro è quello dominante della zona e si alza quasi sempre verso mezzogiorno, dovette esistere in tutti quei porti che, per la particolare posizione della loro residenza, i proprietari di alcune ville marittime furono obbligati a scavarsi nella costa rocciosa. La ritroviamo in uno da me rilevato che esisteva nella mia tenuta di Sidi Billal (fig. 8). Qui, costruita sull’alta costa, esisteva una villa, da me trovata ma non scavata. La mancanza di marse e la sua distanza da tutti gli approdi naturali aveva costretto il suo proprietario a crearsi un porto scavandoselo nella costa rocciosa e devo anche riconoscere che se lo era ben attrezzato. Una lunga barra, oggi parzialmente danneggiata dalle tempeste, ma ancora ben visibile e funzionale, difendeva l’insenatura dal vento di nord-est. Dalla parte opposta erano ben evidenti i resti di un faro e sempre su questo lato si era scavato un canale di 2 m di larghezza a sponde diritte e perpendicolari alla costa. In esso le navi venivano fatte arrivare sotto alla costa rocciosa sulla quale durante le grandi tempeste esse sarebbero state tirate su per sottrarle alle furie del mare e dove, aspettando il ritorno della buona stagione, queste piccole navi, che seguivano rotte di piccolo cabotaggio, venivano ricoverate per il rimessaggio invernale (fig. 9).
Mi resta ora una sola domanda da rivolgere al dott. Petriaggi ed alla dott.ssa Davidde. Non ho potuto fare a meno di restare perplessa leggendo la frase “Le ampie e sicure foci dei fiumi offrivano invece un riparo naturale per le imbarcazioni, un’efficace via di comunicazione ed una preziosa riserva di acqua dolce indispensabile per i naviganti e per gli usi dei residenti”. Ma sono ben sicuri i due studiosi di essere proprio stati in Libia? Salvo per un paio di uadi come l’uadi Raamla che ha qualche pozza d’acqua presso la foce in tutti i 47 anni della vita che ho passato in Libia, io un corso d’acqua con dentro dell’acqua non l’ho mai visto. Conosco soltanto uidian più secchi di un osso di seppia e, per quello che tutti noi poveri italo-libici sappiamo, salvo per quei due o tre giorni in cui, in conseguenza a qualche violenta pioggia caduta nell’interno, questi torrenti “scendono”, nei loro letti non c’è una sola goccia d’acqua. Sarei comunque grata agli autori dell’articolo citato se essi potessero supplire a questa nostra riprovevole ignoranza segnalandoci quei principali fiumi della Libia che offrono “una” così efficace “ via di comunicazione” alle navi. Le stesse navi poi che, a detta del dott. Petriaggi e della dott.ssa Davidde, non possono ancorarsi nel porto dell’Odeon Marittimo perché questo ha “un fondale di solo 2 m”.
Bibliografia
Preso da n mio articolo su Archeo
E. SALZA PRINA RICOTTI, Porti della costa libica in Archeo 2002