di Eugenia Salza Prina Ricotti
L'importanza della pesca nell'alimentazione dei popoli antichi insediati sulle rive del Mediterraneo dovette sempre essere altissima. Non è credibile che si rinunciasse a quella pratic a ed economica fonte di cibo e; del resto, la presenza della fauna marina nell'arte figurativa mostra come essa fosse sempre presente nella vita quotidiana. Già nel XIII sec. a.C. polipi dai lunghi tentacoli si attorcigliavano attorno ai vasi micenei e nell'affresco di Santorino il dio pescatore rincasava con due grossì mazzi di lampughe che non poteva certamente aver pescato per puro sport.
Questo consumo di pesce non compare però nei testi letterari più antichi. Prendiamo ad esempio la Grecia anteriore al VI sec. a.C., quella che compare nelle descrizioni dei poemi di Omero. Vediamo spesso descritte le cene degli eroi: pasti abbondanti, ma piuttosto monotoni basati soltanto su grosse pagnotte, vino rosso e carne bovina arrostita . Neanche una foglia d’insalata o un frutto: tutto ciò è poco credibile e, se realmente essi si fossero così nutriti, la guerra di Troia non sarebbe certamente durata 10 anni e tutti sarebbero morti molto primacolpiti dallo scorbuto. Non c'è però dubbio alcuno che questo tipo d’alimentazione fosse quello realmente in vigore nelle corti del XIII sec. a.C.: questo ci viene confermato anche dai resti delle regge micenee dove nei megaron il grande e tondo focolare centrale fu chiaramente creato per costruirvi giganteschi barbecue su cui arrostire potenti quarti di manzo, l'unico cibo che evidentemente si riteneva degno di essere presentato a dei, eroi o monarchi.
Nel V sec. a.C. il pesce fa finalmente la sua apparizione sulle ricche tavole dei banchetti greci e presto diventa una follia. Abbiamo descrizioni di tutto ciò nella commedia. Nel IV sec. a.C. compare poi Archestrato di Gela il quale scrive un libro di cucina composto in esametri eroici, considerato da molti un ottimo lavoro letterario. Si tratta di una via di mezzo tra un poema, una raccolta di ricette e l'equivalente di una guida Michelin dell'antichità, nella quale il poeta gastronomo spiegava dove andare per gustare al suo meglio un dato tipo di pesce e come ammannirlo.
Da questa carta vediamo intanto il mondo di Archestrato che dalla Sicilia, patria della buona cucina, paese che aveva insegnato ai Greci come mangiar bene, iniziava con i bellissimi astici delle Isole Eolie e, proseguendo verso est, arrivava fino al Ponto Eusino ed allo storione salato venduto sul mercato di Bisanzio. Un mondo circoscritto che però chiarisce come al di fuori di quest'area lo sfruttamento della fauna ittica non doveva essere importante e del resto è logico: i Fenici e le loro industrie erano lontani ed i Romani, a quell'epoca popolo di agricoltori dalla semplice alimentazione, non dovevano certamente aver molta confidenza con il pesce. Poi, però, con lo svilupparsi della potenza di Roma, il suo contatto con altre civiltà e, soprattutto, con quella greca, le cose cambiano. Vediamo che alla fine del III o del II sec. a.C. Ennio traduce nei suoi versi niente di meno che il libro di cucina di Archestrato e questo fatto prova che il pesce era ormai pietanza apprezzata
A quell'epoca al rifornimento del pesce provvedeva la pesca costiera, da sempre operata in quantità limitata lungo le coste. Con la nuova richiesta divenne molto praticata: si pescava con la lenza, con le nasse, con le sciabiche, con i cingioli ed i tridenti, senza contare la pesca del tonno che si svolgeva anche allora con le tonnare.
Ma il mare ha un grave handicap: non si può pescare sempre in quanto le condizioni del tempo possono impedirlo e d’inverno ciò accade molto spesso. Inoltre pescare non è come andare al mercato e comprare il pesce desiderato: si prende quello che si può e quello che capita. I ricchi Romani invece non accettavano queste limitazioni: soprattutto con l'aumento del lusso, volevano essere sempre sicuri dei loro menu. Nacquero così gli allevamenti di pesci.
Bibliografia
- E. SALZA PRINA RICOTTI – L'importanza del pesce nella vita, nel costume e nell'industria del mondo antico in Rendiconti della Pontificia Accademia Romana di Archeologia Vol. LXXI, 1998-1999 pp.111-165