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Misteri storici 2: dove finirono i goti di Ravenna?

di Egenia Salza Prina Ricotti

Storia di un mosaico bizantino

...E SCOMPARVERO NELLA NEBBIA.
Eugenia Salza Prina Ricotti

L'Italia è sempre stata la patria della damnatio memoriae, termine con cui i Romani definivano quell'operazione con la quale, appena qualcuno dei protagonisti delle interminabili guerre civili o lotte per il potere riusciva a vincere e sopraffare il nemico, non soltanto cancellava il suo nome da tutte le iscrizioni e minacciava di gravi sanzioni chi avesse avuto anche soltanto l'ardire di pronunciarlo, ma faceva immediatamente scomparire tutte le sue statue. Ora è certo che nessun despota ha mai potuto resistere alla tentazione di veder eternato nel marmo e nel bronzo il suo volto e le sue gesta - cosa che del resto ha arricchito i nostri musei di una serie di formidabili ritratti - e non c'è dubbio che in ogni tempo con statue ed epigrafi si sia esagerato un pochino, ma distruggerli non è mai stata una buona idea. Oltre tutto è quasi impossibile abbattere, fondere e ridurre in frantumi ogni traccia del passato. E poi, a che pro? La memoria della gente è dura a morire ed a volte e, quando gli autori di queste intemperanze sono ancor peggio dei loro predecessori, cosa che spesso accade, anche nella mente dei più accaniti oppositori di un passato regime rispunta la famosa frase: "Si stava meglio quando si stava peggio." Comunque l'abitudine di tentare di distruggere con fuoco e piccone le tracce del passato non scomparve mai e mai scomparirà. Si cercò sempre di farlo, anche se quasi mai con successo.
Comunque la lezione che ci dà la storia è questa: non si può cancellarla, e se un personaggio è stato parte di essa, dentro ci resta con tutti i suoi vizi e tutte le sue virtù. Solo poche volte ci si riesce quasi del tutto, ma soltanto "quasi": mai completamente, come, per quanto si cercasse, nessuno riuscì a far scomparire completamente dal passato gli Ostrogoti ariani.
Ecco quel che successe: correva l'anno 540 d. C. ed infuriavano le guerre gotiche. I Bizantini agli ordini di Belisario attaccavano Ravenna in cui dominavano gli Ostrogoti, il popolo del grande Teodorico, ed alla fine la conquistarono. Con loro arrivò il primo vescovo bizantino, Massimiano, che aveva il compito di riorganizzare e riportare in auge la chiesa cattolica oppressa dagli Ostrogoti. Oltre tutto, a parte i torti subiti, i Cattolici non avevano mai visti di buon occhio gli ariani e probabilmente non furono molto gentili con loro. Ma nella lotta tra i due culti non c'entravano soltanto le ragioni spirituali. Fatto è che, durante il loro insediamento, gli Ariani si erano impadroniti dei beni della Chiesa, e il ruolo principale di Massimiano era quello di riuscire a riprenderseli in quanto molto importanti dal punto di vista economico dello stato. Chiaramente gli Ostrogoti non si rassegnarono facilmente. Quindi, per aggirare l'ostacolo ed evitare lunghe battaglie, la migliore soluzione e la più semplice era quella di cercare di farne dei buoni cattolici. A ciò si dedicò il vescovo Agnello (565?) che pose gli Ostrogoti dinnanzi al dilemma: o convertirsi, o perdere le terre. Non c'è dubbio sulla soluzione che, per quanto nordici e tetragoni, molti di loro adottarono.
Vi fu la solita danza della burocrazia: in questo i Bizantini erano più che maestri. Papelli, papelli e papelli a non finire e, probabilmente dopo le solite estenuanti attese e le vivaci arrabbiature, tutto venne messo in ordine. Oggi i convertiti del vescovo Agnello si riconoscono soltanto per i nomi, evidentemente germanici, che si leggono su quel che resta degli archivi dell'epoca: atti che dovevano essere un vero trionfo del bizantinismo, se si pensa che per scriverne uno ci fu bisogno di vergarlo su un papiro lungo ben 3 metri.
A parte ciò i Bizantini si davano da fare per cancellare la memoria dei loro nemici. Lo vediamo nella chiesa palatina di Teodorico, una volta probabilmente intitolata a Cristo, che, recuperata al culto cattolico venne dedicata a San Martino di Tours, un noto nemico degli Ariani, un uomo forte e deciso che li aveva combattuti in ogni modo. Oggi, però, la chiesa non si chiama più S.Martino, perché quando i Longobardi presero il potere essi preferirono un santo a loro più congeniale e la consacrarono a S. Apollinare: S. Apollinare Nuovo.
È una bellissima chiesa, risplendente di mosaici come tutte le chiese di Ravenna, ed è proprio in uno di questi che essa reca traccia del suo tumultuoso passato. Si tratta di quello laterale che rappresenta un elegante porticato del palazzo di Teodorico di Ravenna: una serie di svelte colonne su cui si incurvano gli archi a tutto tondo e, fissate in alto, cortine colorate che probabilmente venivano tirate giù per proteggere dal sole e dal vento. Nelle arcate, una volta, erano stati rappresentati in atto orante i principali personaggi della corte di questo re ostrogoto. Dopo la vittoria dei Bizantini tutti furono evidentemente epurati: oltre ad essere Goti ed Ariani, erano stati sconfitti, e questo è un peccato che non si può mai perdonare. Si agì come sempre cancellando le loro immagini mentre nella parte del mosaico che, fuori dal porticato, convergeva sull'abside, e dove prima si vedeva continuare la processione di Goti, il corteo venne sostituito da una fila di santi martiri che in processione si recavano ad offrire le corone del loro martirio a Cristo. A capo di essi, al posto di onore, ben visibile nella sua veste di porpora che risaltava vivace sullo splendente cielo d'oro, stava ovviamente S. Martino, identificato anche con il suo nome.
I Bizantini pensavano così di aver sistemato la questione e la questione era pure sistemata per i Goti che si erano convertiti, i quali, restati a Ravenna, si "imbizantinarono" a fondo e diventarono Italiani. Per quelli irreducibili però la vita non era più tollerabile. Bisognava fare qualcosa. Certamente: dovettero parlarne tra loro, discuterne, valutare i pro ed i contro; i capi famiglia dovettero esporre le proprie idee; forse litigarono, ma alla fine si venne ad una decisione che ha la grandiosità delle antiche saghe. Una mattina presto tutti i Goti che, neanche per salvare le proprie terre avevano accettato di rinunciare alla loro eresia ariana, arrivarono alla spicciolata al luogo dell'appuntamento: seri, dignitosi, con le loro famiglie ed i servi fedeli. Era una tipica alba della pianura padana quando non tira un filo di vento; la nebbia ristagnava come una regina avvolta di veli incolori. Tutto era freddo, umido e triste. Anche i suoni giungevano ovattati in quel nulla grigio in cui pareva sparire il mondo. Quando tutti gli Ostrogoti Ariani furono riuniti, qualcuno, il più vecchio o colui che su tutti aveva più autorità, diede il segnale della partenza. Il gruppetto partì verso il Nord e scomparve nella nebbia. Nessuno ne seppe mai più niente.
Ma i Bizantini ce l'avevano poi fatta a far sparire realmente i Goti ariani da Ravenna? Non del tutto: quando si cancellarono i personaggi della corte di Teodorico dal bellissimo mosaico di Sant'Apollinare Nuovo, si tolsero le figure poste tra le arcate ed il fondo venne rifatto. Era abbastanza semplice: anche se, a guardare bene, la leggera differenza nelle tessere lasciava come l'impressione di una sagoma evanescente, un po' come le schiene dei Goti Ariani che sparivano nella nebbia. Il fondo delle arcate venne così sistemato, ma le colonne vennero lasciate così come erano: erano più complicate da modificare e si evitò il "lavoraccio". Oggi, guardando queste colonne, vediamo manine, resti disincarnati dei personaggi che in quell'arcata erano stati rappresentati. Sono quelle mani rivolte verso il Cristo che attraggono l'attenzione.
La morale? La morale è la stessa di sempre: non basta fondere una statua o cancellare un mosaico per cancellare la storia. Resterà sempre qualcosa, magari soltanto una povera manina disincarnata, a testimoniarla.