di Eugenia Salza Prina Ricotti
Bruto. Uno strano uomo pieno di contraddizioni. Una figura interessantissima anche se non particolarmente simpatica. Chi fu realmente Bruto? Cambiò talmente tanto d’idee, di gusti e di partito che non saprei davvero dare una precisa risposta a questa domanda. Certamente non ebbe una vita particolarmente felice, e presto, nelle lotte che si scatenarono alla morte di Silla, restò orfano. Il padre, uomo appartenente ad una famiglia di provata fede democratica, combatté accanitamente Pompeo. Si era asserragliato a Modena e lì resistette fino a che non poté più sostenere l’assedio. Solo allora, dietro l’assicurazione di aver salva la vita, si arrese. Pompeo, gentilissimo, gli diede persino una scorta di cavalleria e lo fece accompagnare in una piccola città della valle Padana. Poi, l'indomani, gli mandò a tradimento un suo uomo, Geminio, che lo uccise. Il comportamento di Pompeo gli attirò molte critiche ma intanto Bruto era morto.
Il ragazzo crebbe seguendo il normale iter di tutti i giovani romani di buona famiglia. Saggi precettori, poi gli studi ad Atene, infine il ritorno a Roma ed il matrimonio con Claudia, la figlia di Appio Claudio Pulcro. Ormai, con il padre morto quando egli era un bambino, Bruto viveva sotto l’influenza del fratellastro della madre, Catone l’Uticense, accanito conservatore e figura dominante nella famiglia. C’è quindi poco da meravigliarsi se, dimenticando l’assassinio del padre, le tradizioni familiari e tutto il resto, il giovane finì con lo schierarsi nel campo degli Ottimati divenendone un accanito sostenitore. Dato il suo carattere, però, era prevedibile che anche questo non dovesse durare molto.
Con lo scorrere della sua storia continuiamo, infatti, a scoprire in lui atteggiamenti contraddittori al punto dell’incredibile. Nelle lettere di Cicerone, proconsole in Cilicia, scopriamo un Bruto che, avendo prestato una forte somma alla città di Salamina, ne esigeva un interesse del 4% mensile, (il che voleva dire il 48% annuo) mentre quello fissato per legge era dell’1%. Poi, come se questo non bastasse, pretendeva pure che Cicerone gli desse la cavalleria per costringere i disgraziati debitori a pagarlo.
Un crudele usuraio perciò. Eppure in un periodo successivo lo troviamo a governare con grande disinteresse la Gallia Cisalpina. Ovviamente anche lì si faceva notare per i suoi salti di umore. Era capace di mettersi a piangere davanti alle rovine di una città distrutta e, pochi giorni dopo, con la massima indifferenza, farne saccheggiare un’altra. Di lui Cesare aveva detto “ Bruto quando vuole qualcosa la vuole intensamente”. e a Roma si aggiungeva “Bruto non sa sempre quello che vuole, ma quando lo vuole, lo vuole intensamente”
L’aggiunta alla frase di Cesare era dei Romani che, loro, Bruto, lo giudicavano spassionatamente. Cesare invece aveva sempre avuto una gran debolezza per quel ragazzo, una debolezza che probabilmente gli costò la vita. Certamente Bruto era figlio di Servilia e Servilia era non soltanto l’amante di Cesare, ma lo era sempre stata ed era il di lui grande amore. Quando Bruto nacque nella vita di Servilia c’erano sia Cesare sia il marito. Plutarco, Appiano e molti altri non hanno mai avuto dubbi sul fatto che il ragazzo non fosse il figlio di Cesare. In realtà, dato che a quell’epoca a chiarire le cose non c’erano né esami del sangue né del DNA, chi fosse il padre di Bruto non lo sapremo mai. La sola cosa che possiamo dire é che quasi sicuramente Cesare lo credette suo figlio. Questa è la sola spiegazione possibile di quanto egli sempre fece per cavarlo dai guai, iniziando dal 59 a.C. e dalla congiura di Vettio. Costui, un informatore di Cicerone, si era fatto avanti con una denunzia e aveva incluso il nome di Bruto in una lista di giovani che, secondo questo pentito ante litteram, avevano complottato di irrompere nel Senato con i gladiatori di Gabinio ed uccidere Pompeo. Non era vero. Probabilmente si trattava di una mossa di Cicerone che, accusando Bruto, voleva colpire Cesare. Mossa imprudente, però, perché allora Cesare era console e, finita la seduta, si portò a casa Vettio: ufficialmente “per interrogarlo”. L’indomani non soltanto il nome di Bruto era scomparso dalla lista, ma al suo posto vi era una non tanto velata accusa allo stesso Cicerone.
Bruto avrebbe dovuto essere riconoscente a Cesare. Non lo fu. Venne la rottura tra Cesare e Pompeo e il giovane, dimentico del vile assassinio del padre (almeno lui si spera che non avesse dubbi sulla sua paternità), seguì lo zio Catone nella battaglia di Farsalo. Anche qui Cesare si precipitò a salvarlo e, preoccupato di quello che poteva accadere nella mischia, diede ordine ai suoi soldati di difendere Bruto, prenderlo e, se mai egli lo avesse voluto, portarglielo; se no rimandarlo a Roma. Bruto scelse di vedere Cesare e da quel momento gli fu legatissimo Cesare per parte sua se lo tenne accanto, gli diede cariche ed onori e lo favorì in tutti i modi. Neanche il suicidio dell’amatissimo zio Catone ruppe allora il legame che si era stabilito tra loro, ma Bruto era una bomba ad orologeria, e cominciava a ticchettare.
Si era arrivati al 45 a.C., anno in cui Bruto inspiegabilmente divorziò da Claudia per sposare la cugina Porcia, figlia di Catone. Intanto si stava formando la congiura contro Cesare di cui faceva parte il cognato di Bruto, Cassio. I congiurati aspiravano molto a che Bruto entrasse anche lui a far parte del complotto ed, in un certo senso, ne diventasse il capo. Come abbiamo visto Bruto non era di sicuro la roccia che non crolla: influenzabile quale era, con vicino quella moglie piena di odio e assetata di sangue. I congiurati, poi, non facevano altro che ripetergli in tutti i modi che lui doveva fare qualcosa, doveva salvare la patria, reinstaurare la repubblica: in conclusione, che doveva uccidere Cesare. Alla fine cedette. Si arrivò alle idi di marzo del 44 a.C., alla sanguinosa scena nella Curia di Pompeo, al kaivj su; tevknon mou, che, chissà perché, tutti citano in latino.
Dopo, i congiurati si aspettavano di esser accolti da una città festante. Trovarono invece un mondo terrorizzato che li condannava. Agli inizi furono salvati da un’amnistia, ma ormai erano continuamente sballottati dagli alti e bassi di una politica sconvolta. Si arrivò così allo scontro finale con Antonio ed Ottaviano. Fu allora, mentre Bruto stava organizzando il passaggio della sua armata dall'Asia in Europa, che gli apparve il fantasma. L’apparizione, che disse essere il suo cattivo genio, gli annunciò: “Ci rivedremo a Filippi”, e a Filippi si rividero. Era la resa dei conti. Cassio morì in battaglia. Bruto, vinto, si uccise. Marco Antonio trovato il suo corpo esanime, lo pianse. Poi lo avvolse in un mantello di porpora, lo arse su una pira e inviò le ceneri alla madre.
La storia si era conclusa e Bruto si era finalmente incontrato con i mani di Cesare.
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