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Roma - Affreschi e Xenia

di Eugenia Salza Prina Ricotti

LE CITTÀ DEL VESUVIO - Non sono certamente le notizie sulle città del Vesuvio quelle che ci mancano: molto è stato scritto ed ancor più è stato scavato. Oggi Pompei, Ercolano, Oplontis e Stabia, ormai liberate dalla cenere e dal lapillo che le aveva seppellite nell'eruzione del Vesuvio del 79 d.C., ci offrono una completa documentazione sulle attività quotidiane e le cene dell'epoca. In loro la vita, arrestata di colpo al momento della catastrofe, si è mantenuta intatta, chiusa nel bozzolo di fuoco che si era rovesciato su di loro.
Tutto nelle loro case ci parla di vita. I famosi affreschi pompeiani, che coprono ancora con i loro colori brillanti le pareti delle case, mostrano non soltanto scene mitologiche e magniloquenti epopee, ma anche le piccole cose legate alla vita di tutti i giorni. Vi sono tanti di questi dipinti di tono minore: nature morte, per lo più, ed in esse vediamo esattamente tutto quanto si mangiava in città. A quell'epoca i quadretti di questo genere venivano chiamati xenia, con una parola greca che significa "doni". Esse venivano così definite perchè rappresentavano quei regali di cibarie che, per un'antica tradizione, un anfitrione usava offrire ai propri ospiti. In Grecia, infatti, i visitatori che si sarebbero fermati per un certo periodo di tempo nella casa di un amico, venivano da lui intrattenuti a cena soltanto nel giorno del loro arrivo. Poi, il padrone di casa li alloggiava in uno speciale appartamento annesso alla sua abitazione e riservato agli ospiti. Qui gli stranieri si sistemavano con la propria servitù, e l'anfitrione li lasciava liberi di dedicarsi alle loro occupazioni, ma ogni giorno provvedeva ad inviar loro gli ingredienti con i quali prepararsi i pasti.
Le nature morte della pittura pompeiana rappresentano questi doni e ve ne sono di molto graziose: in esse si vedono galletti legati ed appesi, frutta, a volte verdure come il porro messo in fresco in un vaso di acqua, datteri
e via dicendo. Nella Casa dei Vettii, in uno di questi quadretti, si vedono due fiscelle di ricotta: una di esse si è rovesciata e la ricotta, morbida, perchè freschissima, ne è fuoruscita bianca ed appetitosa. Le fiscelle di giunco, annerite dal tempo, che si vedono nel dipinto sono identiche ai cestini in uso fino a poco tempo fa: fino a quando, cioè, la plastica non era stata ancora inventata, e la ricotta si metteva scolare in esse. Questa piccola natura morta è opera di un pittore attivo nella zona e specializzato in questi soggetti. Il quadretto delle ricotte doveva essergli particolarmente congeniale e doveva incontrare il gusto dei suoi conterranei perchè egli lo ripetè altre volte e lo eseguì anche per altri committenti. Così una replica di questa graziosa natura morta, oggi conservata nel museo di Napoli, venne rinvenuta qualche chilometro più in là ad Ercolano.
Ma non soltanto gli affreschi hanno mantenuto la loro vivacità. Tutto è rimasto così come era in quella terribile giornata d'agosto: dal pane già pronto che non venne mai mangiato, a quello che non fu mai cotto e rimase per sempre nei forni. Al momento dello scavo le grosse giare di terracotta contenevano ancora le granaglie, che le grosse mole di pietra lavica avrebbero dovuto macinare il giorno appresso. Le derrate sono state trovate ben riposte nelle dispense, mentre nei magazzini i cestini di noci, di mandorle e di nocciole apparvero agli occhi degli archeologhi proprio come erano state messe via per conservarle: allineate accanto alle uova fresche, assurdamente piccole in confronto alle nostre, ed alla frutta raccolta per un inverno che la città non avrebbe più visto.
Nell'officina del garum i mucchi di anfore, pronte per essere riempite, sono ancora vuote ed accatastate nel deposito posto alle spalle alla fabbrica. I grossissimi recipienti di terracotta, che si trovano in un angolo del cortile, contenevano la costosa ed aromatica salamoia di pesce, oggi completamente evaporata, ma il colore dei depositi che si trovano in fondo ad ognuno di essi ci rivela tuttora quale ne fosse il contenuto. Basandoci sulle ricette di Gargilio Marziale e delle Geoponiche, che spiegano come ottenere le varie qualità di garum , possiamo ancora identificarne con certezza il tipo. Nella fabbrica di Pompei se ne facevano diverse qualità, compreso quella mista a vino rosso, e vi era di che soddisfare i gusti dei vari clienti.

Bibliografia

Divulgazione scientifica
Preso da un mio dossier su Archeo
E. SALZA PRINA RICOTTI, Cibi, cucine e triclini in L'alimentazione nel mondo antico. I Romani: etá imperiale, Rome 1987. pp. 70-140

Articoli scientifici
- E. SALZA PRINA RICOTTI - Cucine e quartieri servili in epoca romana in Rendiconti della Pontificia Accademia Romana di Archeologia,Vol. LI-LII, (1978-79, 1979-1980), pp. 237-294
- E. SALZA PRINA RICOTTI – Cibi, cucina e banchetti in Vita quotidiana nell’Italia Antica: vita in famiglia. Verona, 1993. Arnaldo Mondadori Casa editrice, pp 111-144.