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di Eugenia Salza Prina Ricotti
MERCANTI E MERCATI - Nei grossi centri urbani oltre ai molti negozi che vendevano derrate alimentar esisteva quasi sempre un mercato, centro della vita cittadina. Uno lo vediamo rappresentato in un piacevole affresco pompeiano. Nel quadretto il panettiere, che si è tolto le scarpe, sta seduto alla turca su un soppalco di legno. Attorno a lui é messa in mostra, appetitosa e dorata, la sua mercanzia: grosse ciambelle che le incisioni per aiutare la lievitazione permettevano di dividere in porzioni. Vicino, su un lato della scena, una grossa sporta di foglie di palma intrecciate, identica a quelle che si trovano tuttora in tutto il Nord Africa, sta lì sul fondo ed è colma di qualcosa che somiglia molto a quelle tipiche e croccanti ciambelline napoletane chiamate "taralli". Alcuni clienti attendono di esser serviti, mentre n bambino, probabilmente figlio di uno di essi, a braccia aperte chiede al padre di compraglieli per lui quei taralli.
Una bottega questa del panettiere, poco più di una nicchia; lo spazio di un mercante in un mercato dell'epoca; uno di quegli spacci che gli uomini di allora erano abituati a vedere allineati lungo le mura di recinzione del mercato della città. Un mercato! Un luogo dove la vita della città pulsava freneticamente, che iniziava a far risuonare le sue voci alla mattina presto e al pomeriggio era già chiuso.
Un mercato stabile. Certo nei centri piccoli mercati del genere non esistevano quasi mai: un qualsiasi spiazzo di terra battuta poteva andare bene e la vita là pulsava ad intervalli: era soltanto ogni dieci giorni, alle none, che i piccoli proprietari dei dintorni si davano convegno in quello spiazzo, arrivandovi carichi dei prodotti dei loro orti come il contadino descritto nel Moretum, il poemetto un tempo attribuito a Virgilio. I compratori esaminavano la merce sciorinata per terra e tiravano sul prezzo. A sera ognuno se ne andava soddisfatto e per altri nove giorni tutto finiva lì.
Nelle grandi città, invece, non vi erano soltanto veri e propri mercati con le loro botteghe fisse e i ben noti mercanti a cui i clienti potevano rivolgersi con fiducia: in molte città i mercati erano importantissimi anche dal punto di vista monumentale e si ergevano imponenti. Monumentale era ad esempio il mercato di Leptis Magna uno dei più belli tra quelli esistenti. Fu in questa città, agli inizi dell'impero ancora ricchissima e fiorente per i suoi commerci, che questo magnifico mercato fu costruito recingendo di mura un grandissimo spiazzo rettangolare ed erigendo in mezzo ad esso due padiglioni esternamente ottagonali, che avevano internamente un recinto circolare circondato da grandi aperture. Le botteghe erano sistemate in ognuna di queste aperture e lì, sul grande ripiano di marmo che fungeva da davanzale a quel finestrone, il mercante metteva in mostra la sua merce, e mentre ognuno di loro faceva risuonare l’aria con le offerte del giorno e le lodi alla propria merce, i clienti si incontravano, chiaccheravano e certuni, probabilmente gli habitués, perdevano il loro tempo accovacciati su un gradino incidendo nel marmo un gioco, con cui passare il tempo al riparo dal sole. Si trattava quasi sempre di quello del filetto.
Un bellissimo e ricchissimo edificio insomma, ed esso venne eretto a spese di uno dei cittadini di Leptis Magna, un ricco mercante neopunico Iddibal Caphada Æmilius ben Magon, che lo offrì in dono alla cittá. Un monumento che appartiene a quell'epoca augustea in cui Leptis era fiorente e si arricchiva con i propri traffici: i Romani non avevano ancora deciso di mettere le loro mani sul loro porto per, secondo loro, "migliorarlo", e il mercato era lo specchio dell'economia cittadina,
Uno splendido mercato, perciò, in cui si poteva trovare di tutto. In esso vi erano infatti vari settori, ognuno dei quali era specializzato per la vendita di una certa mercanzia. Tra essi il settore del pesce era certamente quello piú decorativo: a Leptis i piani dei suoi banconi, sistemati sul lato corto vicino all'ingresso del mercato, erano sorretti da svelti delfini, ed erano talmente eleganti da far pensare più ad una gioielleria che ad un luogo dove acquistare acciughe e sarde.
Comunque anche in sistemazioni più modeste i banconi per la vendita del pesce erano sempre fatti di pietra pregiata e dura, cosa necessaria se si voleva poterli pulir bene e mantenere l'igiene. Inoltre vicino ai pescivendoli vi era spesso acqua per lavare la mercanzia. La troviamo nel grazioso, anche se più modesto, mercato del pesce di Ostia, dove, dietro ai due banchi di marmo, esiste una vasca.
Naturalmente oggi di questi mercati noi troviamo soltanto le sistemazioni fisse, le botteghe in muratura, i padiglioni o i banconi di pietra, ma in essi esistevano pure quelle bancarelle volanti e traballanti di legno che, con la loro mostra di polli, uova, verdure, sono rappresentate in alcuni bassorilievi ostiensi. Le vendite di derrate alimentari poi non si limitavano ad una sola zona della città. Esse continuavano a svolgersi fuori dai mercati, lungo le vie più affollate. Qui vi erano le botteghe, chiamate tabernæ dai latini. Molti di questi negozi fiancheggiano la via dell'Abbondanza a Pompei: ve ne sono di tutti i tipi: grandi e piccoli, con o senza rettrobottega. Alcuni sono molto belli come ad esempio quello di Felix la cui insegna dice ancora Felix pomarius - Felice il fruttivendolo - ed il cui bancone è decorato da un affresco a motivi bacchici, ancora splendido al momento dello scavo. Delle altre possiamo immaginarci l'aspetto, dato che nell'arte figurata ne esistono alcune rappresentazioni
Biliografia
Divulgazione scientifica
Preso da un mio dossier su Archeo
E. SALZA PRINA RICOTTI, Cibi, cucine e triclini in L'alimentazione nel mondo antico. I Romani: etá imperiale, Rome 1987. pp. 70-140
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