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di Eugenia Salza Prina Ricotti
In ogni città troviamo aree destinate a ospitare quei banchetti che di tempo in tempo gli imperatori erano obbligati a offrire ai loro concittadini. Per far questo a Roma, si poteva disporre di grandi aree come i campi di Marte - la piazza d’Ercole come allora era chiamata - e altri amplissimi spazi dove si potevano mettere in fila migliaia di letti tricliniari. Siccome però di tanto in tanto gli imperatori offrivano cene con molti convitati anche nelle loro ville suburbane pure in queste si preparavano luoghi adatti spaziosi sì, ma anche decorativi. Così ad esempio fu fatto anche a Villa Adriana la magnifica piccola capitale adrianea che l’imperatore-architetto si era costruita presso Tivoli. Qui lo spazio non mancava di certo ma non si potevano lasciare in essa grandi spiazzi vuoti da occupare una volta o due all'anno per poi lasciarli nudi e disadorni. Così queste aree tricliniari occuparono giardini amplissimi, veri parchi, arricchiti da porticati, sezionati da canali e riflessi negli specchi di acqua tutti elementi che li movimentarono e divisero pur mantenendo intatta l’unità dell’ambiente;; tutti luoghi che, bellissimi quando in essi si muoveva tutta la coreografia del banchetto antico, risultavano però ugualmente gradevoli quando erano vuoti. Era anzi allora che si poteva meglio ammirare i loro svelti colonnati, i padiglioni, gli edifici monumentali e la magica bellezza dell'acqua, sulla quale si rifletteva la loro architettura. Fu infatti il sapiente uso dell'acqua, adoprata come materiale architettonico ad essere una delle principali caratteristiche di Villa Adriana. Essa ne fu l’ elemento predominante e per primo Adriano seppe usarla in modo plastico e monumentale, facendola poi trionfare nella più grandiosa area tricliniare del suo complesso: quella del Canopo. Qui l'apparato del banchetto appare in tutta la sua grandiosità e nel suo poderoso studio scenografico.
Il Canopo occupa una valletta posta a spina tra le due aree più importanti di Villa Adriana - quella del c.d. Palazzo e la c.d. Accademia - ed é anche il fulcro di questa residenza imperiale.. Posto nel cuore del complesso si trova a diretto contatto con il Grande Vestibolo, il monumentale accesso alla residenza imperiale: era insomma un’area importante destinata a ospiti di riguardo La sua valle era attraversata da un grandioso canale ed in fondo ad essa si alzava la monumentale esedra absidata nella quale era sistemato un grandissimo stibadio ossia un letto tricliniare a pianta semicircolare. Davanti a questo esisteva poi un triclinio d'acqua, nel quale, come in quello di Sperlonga e come si vede anche in alcuni mosaici, i materassi venivano appoggiati direttamente sul terreno attorno alla vasca, una sistemazione che poteva venir usata se se ne aveva bisogno, ma che poteva anche venir lasciata inutilizzata.
Oggi abili restauri hanno di nuovo valorizzato l'area e, ultimamente, hanno fatto ritrovare i resti delle tessere di marmo e delle paste vitree multicolori che rivestivano il catino dell’esedra absidata: tessere bianche, azzurre, turchesi, auree che ci fanno immaginare un vasto splendente e coloratissimo disegno.. Anche concedendo le differenze di stile dovute alle diverse epoche, chi arrivava doveva esser colpito dalla stessa suggestione che i grandi catini musivi nelle chiese bizantine di Istanbul o di Ravenna provocano nei visitatori. Ai due lati dell’esedra absidata, due padiglioni graziosissimi mostrano ancora i bassi gradini sui quali venivano piazzati altri letti tricliniari.
Al centro dell’esedra absidata si apriva una grande galleria percorsa dall'euripo originato sul fondo da un alta cascata. Sopra il canale cosí formato si trovava una piattaforma coperta da una volta a botte anch'essa rivestita da mosaici. In epoca adrianea questa piattaforma era inaccessibile, e fu soltanto in un periodo posteriore - probabilmente in epoca Severiana - che sfondando una delle nicchie le si creò una porta. Molte sono state le ipotesi avanzate sulla funzione di questa piattaforma, tra cui ne citiamo due, quella dell’Andreae e quella dell’Egittologo Grenier. Per l’Andreae sulla piattaforma vi era esposto in grandezza naturale tutto il gruppo del Polifemo di Sperlonga, idea basata sul ritrovamento della sola testa del compagno che fugge, uno dei personaggi di tale gruppo, emerso dai settecenteschi scavi di Hamilton nel lontano Pantanello.
Grenier, invece, pensando a quello che Adriano doveva aver fatto per onorare la memoria del suo favorito Antinoo, morto affogato nel Nilo, e, accettando in pieno l’idea di Kähler il quale era certo che la tomba di Antinoo si trovasse al Canopo, ed era sicuro che nelle ricerche svolte lì svolte si sarebbe finito col ritrovarla, ricostruì la grande esedra come un vero e proprio tempio dedicato al povero ragazzo. Così, noncurante di dove le statue fossero state effettivamente trovate, egli riunì tutte le statue di Antinoo e tutti i personaggi egizi che gli riuscì di raccogliere in una ricostruzione della galleria centrale effettuata nel reparto egizio dei Musei Vaticani. Poi nella nicchia decorata di finte rocce posta in fondo alla galleria stessa pose persino la colossale testa di Iside,che il Ligorio aveva trovato nel ‘500 scavando la Palestra, sotto alla terrazza della Venere di Cnido, un luogo ben lontano e non collegato col Canopo, senza contare poi che mai un Romano avrebbe sistemato una dea in una grotta rustica come quella, una nicchia foderata di finta roccia che, per la mentalità dell’epoca, era soltanto adatta ad esporvi la statua di un mostro o di una ninfa della natura.
Purtroppo non ci è possibile accettare nè l’ipotesi di Andreae né quella del Grenier. L’idea di Andreae è da scartare per un certo numero di motivi, uno dei quali è sicuramente il fatto che il ritrovamento della sola testa di uno dei 5 personaggi del gruppo - ed in un luogo tanto distante dal Canopo quale era Pantanello, il laghetto prosciugato da Hamilton - non è certamente probante. Poi, a parte la remota possibilità che la piattaforma potesse sostenere il peso del gruppo, resta sempre la questione dello spazio; la piattaforma infatti è larga 4.40 m e lunga 8, quindi non si sarebbe mai potuto incastrarvi la statua di Polifemo per porla di fronte agli spettatori, che del resto, sdraiati sullo stibadio, voltavano le spalle al gruppo e non avrebbero potuto vederle. Oltretutto in qualsiasi modo il Polifemo fosse stato disposto egli sarebbe stato nascosto dai compagni schierati per accecarlo. Del resto anche ammesso che qualcuno dei convitati si fosse alzato e voltato per ammirare le sculture, queste, sulla piattaforma che, posta a m 1.60 dal suolo, era proprio all’altezza dei loro occhi e quindi egli li avrebbe visti dal basso in alto avrebbero solo potuto mostrare il loro fondo schiena e per giunta visto di scorcio.
Intanto, scontrandosi con l’Andreae, anche il Grenier si trovava a voler presentare la sua ricostruzione: lui pensava al tempio egizio e non all’esposizione di statue ellenistiche. Comunque, dopo averne discusso tra di loro, i due riuscirono a trovare un accordo, e insieme decisero che mentre in un primo tempo sulle piattaforma c’era stato il gruppo di Sperlonga, Adriano, dopo la morte di Antinoo, aveva deciso di trasformare il suo ninfeo in un colossale tempio egizio. Purtroppo nessuno dei due archeologi si preoccupò di pensare dove mai, se cosi fosse veramente stato, si sarebbe sistemato l’ingombrante gruppo del Polifemo; un problema da non poco. D’altra parte la colossale opera scultorea non era proprio un bibelot che si potesse facilmente spostare qua e là e che, dopo averlo poggiato su una mensola, si potesse cambiare mettendola sul ripiano di un mobile prezioso.
Fu a questo momento che sul problema della piattaforma del Canopo arrivai io, ma mi limitai ad avanzare un’ipotesi più modesta e più aderente a quello che i miei studi sul banchetto antico mi avevano rivelato e cioè che era uso comune durante un banchetto di esporre il proprio vasellame più prezioso. Ora questo luogo inaccessibile, senza porte e circondato dall’acqua, era certamente l’ideale per lì esporre ill tesoro imperiale. D’altra parte questa mostra si era sempre fatta e la troviamo in tutti i grandi triclini della storia. Vediamo i tesori dei Tolomei esposti nelle nicchie che giravano alte tutt’attorno alla grande tenda per banchetti di del Filadelfo e li troviamo negli ambienti inaccessibili e senza nessuna porta che sovrastavano i triclini laterali nella Sala Ottagona della Domus Aurea,..
Banchetti dunque al Canopo e durante questi Adriano, le persone a lui più vicine e i suoi ospiti più importanti si sistemavano sia sul grande stibadio, sia attorno al triclinio di acqua, sia, infine, nei due padiglioni laterali. I letti tricliniari per la massa degli invitati venivano invece posti sulle banchine ai lati dell'euripo, una ad oriente e l'altra ad occidente. Dato che si trattava di un'area conviviale estiva e dato che la cena romana iniziava verso le tre del pomeriggio, a quell'ora la banchina occidentale si trovava già nell'ombra proiettata dal fianco della valle, mentre quella orientale, veniva colpita in pieno dal sole,. Fu per ovviare ai raggi troppo vivi e caldi che da questa parte e soltanto da questa parte, si provvide a costruire un lungo porticato.
Abbiamo perciò esaminato la cornice architettonica che circondava il banchetto, ci si può poi facilmente immaginare lo spettacolo che veniva offerto ai convitati. Accanto all’imperatore c’era la sua corte, mentre, ai lati, nei padiglioni stavano gli ospiti importanti, ma lui Adriano era il personaggio più importante. e dominava la scena dal centro dello stibadio. Tutto era studiato per concentrare su di lui l'attenzione dei presenti e tutto era studiato alla perfezione: la scenografia aggiungeva al personaggio importanza ed interesse e ne faceva un essere quasi sovrumano. D'altra parte l'imperatore romano era un dio o almeno tale sarebbe diventato dopo la sua morte. Era importante che lo fosse sempre agli occhi dei suoi sudditi. Si doveva infatti fare in modo che tale apparisse loro anche quando, come talvolta succedeva, l'imperatore in carica non aveva quel tale carisma personale che soggiogava gli animi senza altro aiuto. Quindi, per presentare questo uomo-dio in forma imponente e suggestiva, si metteva in moto attorno agli imperatori tutto un apparato speciale che li teneva sempre in primo piano.
Oggi queste magnifiche aree imperiali ci impressionano con la loro imponenza, ma bisognerebbe cercare di immaginarsele come erano allora, e figurarsele durante un banchetto con le loro pareti ancora rivestite di marmi preziosi, con le volte scintillanti di mosaici, con i festoni di fiori pendenti dalle colonne dei porticati, con i materassi dei letti tricliniari drappeggiati di porpora, con la folla dei convitati che sfoggiavano le loro leggere e variopinte vesti conviviali ed i servi decorativi e giovani che giravano portando i grandi vassoi, e poi preparavano le bevande per il successivo simposio. Grandi caldaie fornivano acqua bollente per diluire il vino, ma c’era anche la neve per coloro che lo preferissero ghiacciato, neve, raccolta sui monti nel cuore dell’inverno, avvolta in paglia e poi in panni di lana veniva trasportata al piano e conservata per tutto il resto dell’anno in appositi depositi
I più belli tra questi depositi erano quelli principeschi di Villa Adriana, che, scavati nel tufo, erano costituiti da una serie di gallerie messe ortogonalmente a quinconce ai lati di un canale di servizio. Questo aveva un fondo a sezione concava ed un'inclinazione verso settentrione necessaria per il deflusso dell'acqua di fusione. La neve, una volta immagazzinata e ben stivata nei bracci laterali, veniva sigillata con paglia e fieno. Dato che si intaccava un braccio per volta, gli altri lasciati chiusi ed intatti potevano durare moltissimo, soprattutto perché l'intonaco, che rivestiva questi speciali depositi, era leggerissimo, e formava una sorta di enorme thermos nel quale la neve si conservava bene.
Bibliografia
- E. SALZA PRINA RICOTTI – Forme speciali di triclini in Cronache Pompeiane, V, (1979), Naples, pp. 102-149
- E. SALZA PRINA RICOTTI – Il ferculum dello Zodiaco in Rendiconti della Pontificia Accademia Romana di Archeologia, Vol. LV-LVI, (1982-1983-1984) , pp. 245-264.
- E. SALZA PRINA RICOTTI – The Importance of Water in Roman Garden Triclinia in Ancient Roman Villa Gardens (Dumbarton Oaks Research Library and Collection), 1987, pp. 137-169, figg. 2-7, figg; 35-37.
- E. SALZA PRINA RICOTTI - Cibi, cucine e triclini in L’alimentazione nel mondo antico. I Romani: età imperiale . Rome 1987, pp.70-140.
- E. SALZA PRINA RICOTTI, Adriano: architettura del verde e dell’acqua in Horti Romani, Rome , 1995, pp. 363-399.-
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