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di Eugenia Salza Prina Ricotti
Gli Architetti e le loro opere: l'Egitto - Non c'è però nessun dubbio che gli uomini che hanno creato i magnifici monumenti del passato dovettero essere speciali. È impossibile non realizzare quanto grande debba essere stata non soltanto la loro arte, ma anche la loro capacità tecnica se, in un'epoca nella quale non si disponeva di quei mezzi che per noi risolvono tutti i problemi, essi riuscirono a progettare e costruire meraviglie senza pari ed affrontare difficoltà che persino oggi farebbero tremare le vene ed i polsi ai moderni architetti.
È all'inizio dell'architettura egizia che incontriamo il primo architetto della storia di cui si conoscono sia opere che nome. Questo straordinario personaggio si chiamava Imhotep ed a lui furono attribuiti molti tra i testi di architettura egizia. Ancora duemila anni dopo, al tempo dei Tolomei, egli veniva considerato il progettista più importante dell'Egitto e le prescrizioni dei suoi trattati, gelosamente conservati nei templi, andavano strettamente seguite. Duemila anni: infatti Imhotep, medico oltre che architetto, tanto che i Greci lo assimilarono ad Asclepio, era vissuto all'epoca del Faraone Djeser Neterierkhet (III dinastia) nel terzo millennio a.C. e fu di una bravura talmente eccezionale che si pensò dovesse avere origine divine e che fosse figlio di Ptah, patrono degli architetti e dei costruttori. Ovviamente, dopo avergli attribuito questa divina paternità, il popolo egizio fu sicuro che, alla morte del suo corpo terreno, Ptah non poteva averlo abbandonato, ma dovesse averlo divinizzato. Così nacque il dio Imhotep che venne adorato ed a cui furono innalzati templi.
È chiaro che Imhotep esistette ed è altrettanto chiaro che suo padre non fu il mitico Ptah e che le storie in cui, evocato, appariva a pochi intimi splendente come un dio nella cella del suo tempio, sono belle favole raccontate dai suoi sacerdoti e da qualche persona facilmente impressionabile, ma è certo che nel suo campo egli fu un grande tra i grandi. Lo prova a Sakkara la piramide a gradoni di Djeser Neterjerkhet, la prima tra tutte le piramidi, e la prima opera di architettura ad essere firmata dal suo architetto. Il nome di Imhotep venne infatti trovato inciso sulla base di una statua di Djeser, posta vicino al colonnato nel recinto stesso della piramide. Progettata con una grandiosa concezione la cinta rappresentava un ultraterreno palazzo regale che non soltanto avrebbe simboleggiato al mondo a venire la potenza del faraone, ma l'avrebbe rappresentato in modo tangibile imponendosi agli uomini del futuro. Al centro del palazzo costruito non per la morte ma per l'eternità, si ergeva alta la piramide a gradoni: gli scalini salivano in alto e, dissolvendosi allo sguardo nel vibrare dell'aria rovente del vicino deserto, si allontanavano dallo spettatore divenendo quasi immateriali fino a terminare nella cuspide tesa al cielo ed al sacro sole. Tutti avrebbero sempre saputo che lì, sotto al monumento, nelle viscere della terra, Djeser, il faraone, giaceva nel cuore dell'Egitto mentre il suo ka librato in alto sovrastava il paese, dono del Nilo. Anche oggi che le ferite dei secoli hanno lasciato il loro segno sulle pietre il visitatore viene colpito da quel qualcosa di magico che si sente in questo complesso, un'opera che sempre ricorderà agli uomini Imhotep e che, non soltanto fu il suo capolavoro, ma costituì anche uno dei più importanti monumenti dell'antichità.
Di architetti egizi, anche se non più figli di Ptah ce ne furono poi molti. Allora non esistevano scuole di architettura: università vere e proprie vennero create soltanto molto più tardi all'epoca di Alessandro Severo e altre ne vennero poi istituite anche da Costantino. Praticamente la professione, ce lo dice anche Vitruvio, si apprendeva "a bottega", e quasi sempre veniva tramandata di padre in figlio. Sappiamo che in una famiglia egizia vi furono addirittura 22 generazioni di architetti e, calcolando 3 generazioni per secolo, la loro stirpe dovette dominare il campo per almeno 700 anni. Forse nessuno di loro fu all'altezza del mitico Imhotep, ma, dato che continuarono così a lungo e dato, quindi, che non dovettero mai restare senza lavoro, è certo che il loro mestiere dovessero conoscerlo bene. Di essi comunque sappiamo poco, ma molti altri architetti dell'Egitto lasciarono ai posteri il loro nome e di molti conosciamo pure l'aspetto in quanto, come facenti parte della elevata e potente casta sacerdotale ed essendo spesso addirittura principi del sangue o quanto meno sposati a figlie e nipoti dei Faraoni, essi venivano eternati con statue ed in affreschi.
- Architetti attorno al Nilo: Sen-mut, una leggenda romantica - Interessante tra gli architetti egizi è la figura di Sen-mut (8) colui che per la regina Hatshepsut creò il bellissimo tempio di Deir-el-Bahari. Qui, secondo l'intenzione della faraona, il suo Ka, il suo doppio, la sua parte immortale avrebbe dovuto iniziare il cammino nell'oltretomba. Il tempio, che si inerpica con i suoi terrazzamenti e le sue scalinate sulla rossa collina del deserto è uno dei più spettacolari che si vedano in Egitto. Ammirandolo si capisce come si potesse credere che alla base della stupenda creazione, meraviglioso dono di un artista, vi fosse un grande amore. Forse fu la bellezza dell'opera a dare la stura alle dicerie su un possibile rapporto tra architetto e committente; ma non si può neanche escludere che tali antichi pettegolezzi siano stati originati dalla posizione della tomba di Sen-mut , un sepolcro che, come se il progettista avesse nutrito l'intenzione di passare l'eternità a fianco della sua sovrana, si addentrava nella roccia della collina per finire sotto la terrazza del tempio regale e qui avere la sua cella funeraria.
L'ingresso a questa che avrebbe dovuto essere l'ultima dimora di Sen-mut si trovava sulla vicina collina e precisamente all'angolo S.O. di una cava abbandonata. Qui si apriva un lungo corridoio interrotto ogni tanto da scalini che scendeva fino a raggiungere l’angolo N.E. della prima terrazza. A tre quarti del corridoio, di fronte alla porta di una piccola stanza coperta da strane infiorescenze saline, si vedeva ancora lo schizzo del profilo dello stesso Sen-mut identificato dal suo nome. Poi il corridoio attraversava una cameretta dalle pareti finemente illustrate con le scene della vita dell'architetto mentre la sua volta - il più antico soffitto astronomico trovato in Egitto (11) - era decorata con tutti gli astri e le principali costellazioni del firmamento. Vi si vedevano Orione, Sothis (Sirio), Giove, Saturno, l’Orsa Maggiore, la stella polare, e anche il cerchio dei dodici mesi dell’anno. Passata questa camera il corridoio continuava ancora verso il basso e nella stessa direzione del primo, fino a raggiungere una terza camera e infine, scendendo una scala, sboccava in un sotterraneo. Questa ultima parte - che non è stata ancora scavata - era quella che si trovava sotto all’angolo N.E della prima terrazza. Secondo la leggenda Sen-mut, da buon tecnico, aveva fatto bene i suoi calcoli e, se tutto fosse andato liscio, padrona ed architetto avrebbero potuto riposare vicini per tutta l'eternità, o, almeno, fino all'arrivo di qualche archeologo in cerca di fama. Se questa era stata realmente la loro intenzione, essa fallì miseramente e nessuno dei due fu li sepolto. Forse fu Tuthmosis III ad impedire che i resti terreni della regina giacessero nella sua magnifica tomba; comunque anche molti tra i suoi successori dovettero provare risentimento per quella donna, che aveva avuto l'impudenza di vestirsi come un faraone, incluso il contenitore per la barba che essa evidentemente non aveva. Certo è che qualcuno mostrò la sua disapprovazione rompendo e mutilando tutta una serie delle sue statue - grandi immagini sia sedute che stanti, quasi tutte in granito rosa - ed i loro frammenti vennero ritrovati gettati come in una discarica nel deposito di argilla sfruttato all'epoca dei lavori: proprio la cava in cui si apriva l'ingresso della tomba di Sen-mut. Chiunque fosse stato a ordinare lo scempio, quel che è certo è che Hatshepsut non venne sepolta nel magnifico tempio che si era fatta costruire, ma giacque lontano di là in una tomba poi ritrovata nel 1841. Anche la tomba di Sen-mut non venne mai usata ed egli fu deposto a Cheik-abd-el-Gournah in un’altra sepoltura che si era fatto preparare in un periodo anteriore alla costruzione di Deir-el-Bahari. Più lontani di così non si poteva. Si amarono davvero quei due? Probabilmente no, ma la leggenda è talmente affascinante che è davvero impossibile non parlarne e magari anche crederci.
Il Faro di Alessandria viene elencato tra le sette meraviglie del mondo. Indubbiamente, se lasciamo da parte le piramidi di Cheope e di Chefren, esso con i suoi 120-140 m di altezza era l'edificio più alto del mondo antico e, data la sua struttura a torre, doveva ancora più impressionare chi, entrando nel porto, lo ammirava dal basso ponte di una nave dell'epoca. Di notte il raggio della sua luce riflesso da potenti specchi si vedeva da lontano, anche se non era poi vero che dall'alto della sua ultima terrazza si potesse addirittura scorgere Bisanzio. Le sue strutture, la cordonata che avvolgendoglisi attorno a spirale saliva fino in alto, i sistemi per portare il petrolio necessario ad alimentare la fiamma fino alla lanterna, i ritrovati ottici per potenziarne la luce sono stati variamente studiati ed ipotizzati. Quel che è certo è che esso era molto ben costruito, dato che durò intatto mille anni. Ci volle il terribile terremoto del 700 d.C. per distruggere la sua lanterna. Restò così decapitato e gli arabi si accontentarono di accendere fuochi sulla terrazza superistite. Nel 1100 vi fu un altro terremoto e questo risparmiò solo il suo primo blocco rettangolare alto 71 m. Infine nel 1480 un terzo terremoto rase al suolo anche questo. Oggi sull'isola che gli diede il nome niente più resta del Faro e soltanto qualche elemento della sua decorazione è tornato ultimamente ad affiorare dalle acque del porto.
Bibliografia
Divulgazione scientifica
Preso da un mio dossier su Archeo
- E. SALZA PRINA RICOTTI, Dossier Gli architetti e progettazione di architettura nell'antichità in Archeo (Anno XI, nº 12 (142) December 1996, pp. 58 - 85.
Lavori scientifici
- E. SALZA PRINA RICOTTI - Villa Adriana. Un singolare solaio piano in opus caementicium, in Palladio, Nuova serie, Anno I, N. 1, Giugno 1988. pp. 1-12.
- E. SALZA PRINA RICOTTI, Adriano: architettura del verde e dell’acqua in Horti Romani, Rome , 1995, pp. 363-399.
- E. SALZA PRINA RICOTTI – Hadrien, architecte, ingénieur et urbaniste, in Hadrien. Trésors d’une villa impériale, Italia 1999, pp. 37-46
- E. SALZA PRINA RICOTTI – Adriano, architetto, ingegnere e urbanista, in Adriano architettura e progetto, Italia 2000, pp. 41-45 e schede