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Giochi per i ragazzi (divulgazione scientifica)

di Eugenia Salza Prina Ricotti

- I giochi di abilità - Col crescere i cavallini ed i carretti, che avevano formato la gioia dei maschietti dell'antichità, venivano abbandonati e ci si divertiva con giochi che richiedevano una certa abilità, giochi antichissimi le cui origini risalgono alla notte dei tempi. Uno di questi era la trottola (fig.1), che i Greci amavano anche all’epoca di Omero e che probabilmente conoscevano già molto prima. Vi si giocava con una frusta e si avevano vere e proprie competizioni per vedere chi riusciva a farla girare più a lungo. Ci voleva forza ed abilità: per metterla in moto si avvolgeva la trottola con la lunga frusta e la si lanciava, strappando poi la corda con violenza per imprimerle un rapido movimento rotatorio; poi, appena essa dava segno di rallentare, le si assestava una buona dose di sferzate in modo da farla continuare a girare e correre il più a lungo possibile.
Dato questo sistema si capisce che la trottola antica non veniva mai usata da bambini piccoli che non avrebbero avuto nè la forza nè l'abilità necessaria per azionarla. Ad essa giocavano soprattutto gli adolescenti. Negli scavi sono state trovate parecchie trottole e molte provengono dal Cabirion di Tebe. Ve ne erano di metallo, di legno e di terracotta e questo gioco vennne rappresentato in una lunga serie di vasi e coppe in cui si vedono giovani cimentarsi in queste gare.
Il cerchio - Un altro gioco molto amato dai giovani Greci. era quello del cerchio. Lo si praticava con cerchi fatti su misura che, per essere adatti al giocatore, dovevano arrivargli all’altezza del suo petto. Ve ne dovevano essere anche di legno; ma quelli più belli e ricercati erano di bronzo. I giovani efebi li spingevano davanti a sè correndo per le sassose vie delle città greche e il cerchio, rimbalzando sull’ineguale pavimentazione dell’acciottolato, si sentiva risuonare da lontano. Era un rumore che giungeva gradito all’orecchio degli amatori di ragazzi che si affacciavano alle porte delle loro case per ammirarli.
Molte volte erano proprio gli stessi che avevano donato al loro favorito il costoso giocattolo. Su una ceramica preziosa si vedono due giovani interrotti nei loro giochi da Eros che, volando, si precipita su di loro minacciandoli con un sandalo stretto nella sua mano, pronto a picchiarli duramente, ed a punirli per non aver ceduto ai suoi richiami. I due fuggono: l'uno, abbandonata la trottola che sta ancora girando, getta via la frusta; l'altro, meno disposto a perdere il suo tesoro, corre via portandosi stretti al petto il suo cerchio e la bacchetta per farlo andare (fig.2): neanche l’ira e la minaccia di Eros, potevano indurlo ad abbandonarli per facilitarsi la fuga.
Il rocchetto - È interessante notare che questa piacevolissima scena, dipinta da un noto ceramista conosciuto come il “Pittore di Pentesilea”, si trova su un giocattolo molto ambito dai giovani. Si tratta di un oggetto che in campo archeologico viene chiamato tecnicamente “rocchetto”(fig.3). Fino a che non se ne vede uno il nome non dice molto, ma una volta avuto agio di esaminarli si realizza che si tratta di quegli yo-yo che furoreggiarono negli anni ‘40 ed invasero case e salotti. Di quelli antichi, però, non ce ne sono pervenuti molti: se ne sono trovati soltanto sei, ma tutti preziosamente decorati. Anche se la loro qualità artistica è molto alta, non c'è discussione che si tratti di giochi: vediamo oggetti simili usati da ragazzi in due vasi a figure rosse del V sec. a.C., una coppa a Berlino e un'anfora ad Erlangen. Probabilmente questi pezzi di grande valore dovevano essere doni di amore, ma non possiamo escludere che si trattasse di arredi funebri o offerte votive.
5 - I giochi eterni - Vi erano poi i giochi eterni, ossia quelli che i bambini giocano da tempo immemorabile. Uno di questi passatempi è l’altalena(fig.4) che già in periodo minoico e miceneo si trova rappresentata in piccole terrecotte. La vediamo poi nelle scenette che decoravano sia la ceramica greca, sia le antiche stele sia le grandi anfore con figure nere su fondo bianco che si ponevano a segnare le tombe nei cimiteri greci. Alcune altalene erano semplici corde appese al ramo di un albero. In una rappresentazione si vede che sulla corda era stato posto un cuscino per far star comodo chi la adoprava in altre scenette vediamo che invece del cuscino si era legata alle corde una sedia o uno sgabello, ancora più comodo.
Il dondolo - Un altro gioco tuttora in voga è il “dondolo” (fig.5), semplice divertimento realizzato con una lunga tavola posta in bilico su una grossa pietra o su un tronco d’albero giacente per terra. Con il dondolo troviamo nei tempi antichi altri passatempi a noi ben noti. Chi ad esempio non ha avuto un aquilone? Vi si giocava anche nell’antica Grecia. Lo vediamo in una scena riprodotta su un antico vaso: si tratta di un aquilone molto semplice e di forma triangolare (fig.6). Noi oggi li facciamo di carta; ma, non essendo questo un materiale anticamente diffuso, essi dovevano venir confezionati con tela o qualche pellicola leggera, il che non cambiava la sostanza del gioco. L’aquilone triangolare si comportava come i nostri e volava ondeggiando lentamente, tenuto ancorato al filo stretto nella mano del suo padroncino.
Altri passatempi eterni erano quelli che ancor oggi i bambini improvvisano in riva al mare. Ad esempio fin dai tempi più antichi si facevano piastrellare i sassi sulla lucida superficie delle acque per vedere chi riusciva a farli rimbalzare di più. Ma era più interessante e gratificante erigere grandi castelli di sabbia al limite del bagnasciuga, quei castelli che già si facevano sulle spiagge care agli dei di Omero (Iliade., 15, 361) e che, anche se diversi come forma da quelli turriti e merlati oggi in voga, erano sempre grandi e complicati e servivano da scenario per le battaglie fino a che un’onda più forte delle altre non li cancellava ompletamente dalla spiaggia.
Il salto della quaglia -Vi erano poi tutti quegli altri giochi che i fanciulli sanno organizzare quando riescono a riunirsi in uno spiazzo aperto. I bimbi greci giocavano ad esempio al moskinda, termine derivato dalla radice moskios, che in greco significa vitello. Si trattava del nostro salto alla quaglia, praticato secoli dopo anche dai loro coetanei romani. L'archeologo Paolino Mingazzini lo riconobbe in uno stucco della Basilica Pitagorica di Santa Maria Maggiore e pubblicò la graziosa scenetta nella quale un gruppo di ragazzini, posti in fila, erano pronti a giocarlo, mentre uno di essi, già piegato, attendeva che quello che stava dietro a lui gli saltasse sulla schiena.
Una serie di graziosi quadretti tolti ad una residenza pompeiana ci introduce ai giochi cui si poteva assistere nelle case e nelle strade delle sfortunate città campane distrutte dall’eruzione del 78 d.C. Qui i bambini, rappresentati come amorini alati, si divertono con tutti i tipi di giochi : in una delle scenette essi giocano a nascondino, e dallo spiraglio di una porta si vede un bimbo già nascosto e timoroso di venir scoperto; in un altro due amorini si cimentano al tiro alla corda; infine in due quadretti si vedono altri eroti montati su piccole bighe, una delle quali è trascinata da un mansueto e rassegnato ariete dalle lunghe corna. Era il grande sogno dei piccoli Romani quello di possedere una biga in miniatura, ad imitazione di quelle bighe che correvano nel circo e facevano impazzire i loro padri, dividendoli in accese fazioni: i rossi, i bianchi, gli azzurri ed i verdi. Era però un regalo che potevano permettersi soltanto i ragazzi con padri molto ricchi e generosi.
La mosca cieca - Vi era poi naturalmente la mosca cieca, per la quale bastava avere un fazzoletto o uno straccio qualsiasi, atto a bendar bene il bambino che, avendo perso la conta, doveva darsi da fare per acchiappare uno dei suoi compagni e passare a lui la pena. Oltre questi, vi erano poi quei giochi che i bambini organizzano per imitavare i grandi. Così molti si improvvisavano mercanti e bottegai, vendendo ai fratelli maggiori o alle mamme indulgenti focacce, verdure, frutta: insomma tutto quello che erano riusciti a procurarsi dalle paterne dispense. Alcuni bambini, che già da piccolissimi avevano la vocazione al comando, preferivano invece giocare ai magistrati. Settimio Severo, ad esempio, pare si rifiutasse di occupare il suo tempo in altro gioco che non fosse quello del tribunale.
Il gioco del tribunale ofriva ai piccoli partecipanti un gran numero di ruoli che essi potevano scambiarsi di tanto in tanto. Ovviamente la parte più prestigiosa era quello del giudice, quella alla quale il giovane Settimio Severo non avrebbe mai rinunciato. Così si faceva precedere da un adeguato numero di littori con i relativi fasci di bastoni e l’ascia sporgente da questi. Possiamo immaginarcelo mentre avanzava, serio in viso, minacciando terribili punizioni a tutti i compagni di gioco che si mettessero a ridere. Una volta sistemato in cattedra iniziava il giudizio con tanto di reo in ceppi, avvocati che si sbranavano e pubblico che prendeva viva parte in attesa della condanna. Non c'è dubbio che Settimio Severo avesse già in mente quello che "voleva fare da grande"


Bibliografia

Divulgazione scientifica
Preso da un mio dossier su Archeo
- E. SALZA PRINA RICOTTI, Dossier Giocare nel mondo antico in Archeo (Anno IX, nº 6 (112)) June 1994, pp. 40-85

Lavori scientifici
- E. SALZA PRINA RICOTTI, Giochi e giocattoli, Casa editrice Quasar, Roma 1995