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Giochi e giocattoli per le bambine (divulgazione scientifica)

di Eugenia Salza Prina Ricotti

Per le bambine - Poprio come le moderne bambine, quelle dell'antichità giocavano alle bambole. Le più antiche che conosciamo sono quelle egizie (fig. 1). Risalgono a 4000 anni fa e provengono da una tomba dove erano state messe perchè la bimba, che troppo presto aveva lasciato questo mondo, potesse giocarci una volta raggiunto il regno di Osiris. Si tratta di tre bambole di pezza, a forma di ragazze adulte e come tali vestite. I loro capelli, costituiti da una massa di grossi fili di lana nera ricadenti attorno alle guance, incorniciavano le loro schematiche fattezze piatte, come lo sono sempre quelle dei pupazzi di stoffa imbottita con stoppa. Occhi, naso e bocca, grossolanamente schizzati, non erano certo perfetti, ma non c’è dubbio che la loro padroncina le considerasse bellissime.
Bambole d'argilla -Dopo le bambole egizie, le più antiche tra quelle che fino ad ora ci sono pervenute, ne abbiamo un certo numero greche databili all'VIII sec.a.C. Si tratta di bambole di argilla fabbricate in Beozia(2). Alcune di esse sono alte fino a mezzo metro, hanno la gonna a campana decorata da disegni di pesci, uccelli o motivi geometrici. Le loro gambe, fatte a parte e quindi mobili venivano fissate al corpo con legamenti. Ma è evidente che queste pupattole giganti, quasi statue di ceramica, dovevano appartenere a corredi funebri o ad offerte votive: con quel che pesavano, non doveva esser certo facile manovrarle e giocare con loro.
Comunque, sia le bambole egizie che quelle greche e poi le romane, fatte di pezza, di rozza ceramica, di legni preziosi, o di avorio dipinto, erano sempre fatte a immagine e somiglianza di ragazze da marito. Evidentemente l’idea di avere un bambolotto a cui far da madre non venne mai in mente a nessuna!. Si preferivano fanciulle adulte, con vestiti di sogno che avrebbe fatto piacere a qualsiasi ragazza di indossare.Esse insomma erano una sorta di Barbie glorificate e, come queste modernissime bambole, avevano vesti, collane, orecchini e braccialetti. Solo che, mentre nella nostra epoca moderna le Barbie, anche se sfolgoranti, sono dozzinali, e nel loro corredo vi è un grande spreco di rayon e di plastica, gli indumenti indossati e sfoggiati dalle antiche “pupe” erano fatti con stoffe ricchissime, ed esse sfoggiavano gioielli fatti con perle ed oro vero.
I coroplasti - In Grecia durante le feste Dedalee queste bambole vestite da sposa venivano portate in processione. Spesso però, nonostante il lusso del loro abbigliamento, erano fatte di creta: infatti i primi fabbricanti delle bambole greche furono i modesti ceramisti, artigiani che, per la materia da loro utilizzata, venivano da Platone inclusi nella categoria dei vasai e dei fabbricanti di mattoni. E Platone non è il solo a dire che la maggior parte delle antiche bambole erano foggiate con lo stesso impasto con cui si fabbricavano brocche e tegole.
Infatti lo apprendiamo anche da Luciano, il quale parlando delle sue opere, dice, molto umilmente, che le belle parole che maneggiava erano per lui come la creta con la quale si fabbricavano le pupazze tinte in rosso o turchino che sarebbero state poi vendute nell'Agorà, le stesse che avrebbero seguito il destino delle loro padroncine e che, se per disgrazia esse fossero morte, le avrebbero accompagnate nell’Al di là. Sulla stele di una tomba ateniese si vede appunto una bambina con in mano una di queste bambole da pochi soldi fabbricate dai coroplasti e venduta nell’Agorà, una minuscola compagna di argilla che la piccola dovette portare con se nell’ultimo viaggio (fig.3).
Infatti molte delle graziose pupattole antiche sono state trovate nelle tombe di bambine morte prematuramente. Ha però destato interesse la scoperta che alcune facessero invece parte dei corredi funerari di donne adulte. Questo dipendeva dal fatto che non sempre le giovani si separavano dai loro giocattoli consacrandoli agli dei e, mentre tutti i ragazzi, una volta giunti ad una certa età, portavano all’altare dei Lari domestici gli oggetti della loro infanzia segnalando che per essi era arrivato il momento di assumere le responsabilità proprie di un uomo, le giovani si separavano dalle loro bambole esclusivamente quando stavano per sposarsi. Quindi se restavano nubili conservavano le loro “pupe” fino alla morte. Fu così ad esempio che una bambola venne trovata nella tomba della vestale Cossinia, la quale, essendo stata prescelta per tale ambìto sacerdozio, era votata alla verginità, e quindi non dovette come le altre fanciulle separarsi dalla sua compagna di giochi.
Dalle bambole ai figli - Era soltanto con il matrimonio, l’atto che per la ragazza segnava il confine tra la sua condizione e quella della madre di famiglia con tutte le sue responsabilità, che si lasciavano le bambole per occuparsi dei propri figli. In Grecia, le giovani spose portavano i loro giochi più amati ad una dea protettrice del loro sesso con preferenza per Afrodite e Artemide; ed è dalla Grecia che abbiamo un’epigrafe che ci dà un’idea di quello che una fanciulla, giunta a questo momento cruciale della sua vita abbandonava. Nella lapide leggiamo "Al momento di sposarsi Timareta ti ha consacrato, o dea di Limnes, i suoi tamburelli, la palla che amava, la retìna che tratteneva i suoi capelli e tutte le sue bambole. Te le ha dedicate come si conveniva a lei, vergine, a te, dea vergine, e con tutti i vestiti di queste piccole vergini. In cambio tu, figlia di Latona, stendi la tua mano sulla figlia di Timareto e veglia piamente su questa pia fanciulla."
Anche le ragazze romane, giunte al matrimonio, si separavano delle loro bambole. In un primo tempo usavano portarle ai Lari ed ai Penati, quindi all’altare domestico, così come facevano anche i loro fratelli; infine, si convertirono anche esse al costume ellenico . Vi sono alcune testimonianze di questo, come un'accusa di Lattanzio che paragona le statue degli dei a grandi pupazzi, affermando che, mentre si può scusare alle innocenti ragazze il fatto di consacrare le loro bambole nei templi, non si può perdonarlo ad uomini barbuti.
Le offerte nei templi - Dati questi costumi, è ovvio che giocattoli e bambole si trovino non soltanto nelle necropoli, ma anche tra le offerte dei templi. Soltanto, qui, sono in misura molto minore. Vi sono addirittura località come Taranto in cui le bambole vennero trovate soltanto nelle tombe, fossero esse sepolture di bimbe prematuramente scomparse o di donne giovani e meno giovani morte nubili. Sia nei sarcofagi che nelle stipi votive, oltre alle bambole ed ai loro ricchi corredi personali, a volte si trovarono anche i mobili e gli arredi necessari alla minuscola vita delle belle “pupe”.
Molti di questi oggetti miniaturizzati furono scoperti nella tomba di una fanciulla, Grafide, che visse 15 anni, due mesi ed 11 giorni. Era nata schiava ma i suoi padroni, una coppia di Aquileia, le si erano talmente affezionati che l'allevarono come una figlia e, dopo la morte della madre, l'adottarono dandole il nome gentilizio. Alla sua morte espressero il loro amore per lei definendola "carissima" e, per eternare il ricordo della sua giovane bellezza, fecero scolpire sulla stele l’immagine di una rosa tra due pigne secche. Nella tomba, poi, deposero i suoi giocattoli; e così, tra ceneri ed ossa bruciate, vennero ritrovati tredici piccoli oggetti di piombo, minuscoli mobili per una minuscola padroncina.
Vi erano una sedia alta poco più di 4 centimetri, una mensa a tre piedi alta 3, un contenitore cilindrico per riporre il vasellame alto 2,5 e infine un'olla alta 2,7 centimetri. Poi c’erano un secchio, una cesta con un coperchio, una casseruola col manico, una lucerna, due vassoi rotondi, un piatto ovale con in fondo un pesce, un altro piatto ovale semplice ed una scodella a forma di conchiglia. Infine c’era anche una una lucerna di pasta nera fatta a forma di pigna. Insomma l’arredamento completo di una casa di bambola: evidentemente la povera Grafide non arrivò mai al matrimonio e venne sepolta con tutti i suoi giocattoli
Un corredo simile venne trovato anche in una stipe votiva dedicata al tempio di Venere Anxur (figg.4 e 5). In questo caso non ci sono tristi considerazioni da fare, in quanto si tratta dell'offerta di una sposa subito prima del suo matrimonio. Anche qui abbiamo ua serie di oggettini di piombo e ritroviamo la solita mensa a treppiede, un seggiolone, due sgabelli, una panca o tavolo rettangolare, un candelabro, persino l'immagine di un servo che regge un vassoio. Sono oggetti molto simili a quelli che furono trovati nella tomba di Grafide, anche se di circa quattro secoli precedenti.
Il servetto di Anxur - Come si vede, oltre abiti e gioielli le “pupe” avevano pure tutto il necessario per la casa. Si trattava di oggettini legati allo svolgimento della vita quotidiana. Non c’è da stupirsi, quindi, del servetto che reggeva il vassoio trovato nella stipe del tempio di Anxur: alle “pupe” veniva concessa anche un po’ di servitù. Già in epoche molto più remote le si doveva fornire di schiavi e schiave: infatti proveniente da Corinto e databile al V secolo a.C., abbiamo una graziosa cuciniera oggi conservata nel British Museum di Londra, un giocattolo che deve aver certamente fatto felice la bambina a cui fu data. Si tratta della figurina di una giovane donna la quale, ruotando avanti indietro su un perno, faceva scorrere un bastone retto a braccia tese sul piano di una tavola (fig.6). Il gesto ci è molto familiare: la donna è intenta a spianare una sfoglia di pasta fresca con un mattarello.
La giovane Crepereia - Le aristocratiche “pupe”, queste magnifiche antenate di Barbie, bellissime ed eleganti, non si sarebbero mai abbassate a tali lavori domestici. Non si può davvero immaginare che, benché snodata e perfettamente articolata, quella bellissima rinvenuta nella tomba della giovane Crepereia. avrebbe consentito a piegarsi in due per stendere la pasta. Essa, al massimo, poteva cambiar vestiti e gioielli tre volte al giorno e sedere adorata dalla sua padroncina la cui tomba venne scoperta, nel maggio dell’1889, mentre si stava scavando l’argine del Tevere per gettare le fondazioni del Palazzo di Giustizia.
Si trattava di un sarcofago di marmo decorato con strigilature. L’acqua del Tevere vi si era infiltrata e l’aveva riempito: quando il coperchio venne sollevato, si ebbe l'impressione che il cranio della fanciulla che vi era stata sepolta fosse ancora coperto da una folta chioma di lunghi capelli neri che ondeggiavano nell’acqua. Soltanto dopo ci si accorse che si trattava di alghe impiantate sulle povere ossa, ma ormai la notizia era corsa ed aveva fatto molta impressione. Il corpo della sventurata giovane, come ci racconta il Lanciani, giaceva nella tomba con il capo piegato verso la spalla sinistra e sembrava guardare ancora la sua bambola: una bambola bellissima (fig.6).
In un primo tempo il colorito bruno scuro del giocattolo fece pensare che fosse foggiato in legno di quercia o addirittura in ebano, indurito e pietrificato dalla lunga permanenza in acqua, ma poi gli esami di laboratorio permisero di riconoscerlo come avorio. Ai suoi tempi il perfetto candore doveva esser stato appena velato da leggeri colori per dare verisimiglianza all’incarnato sfumando di rosa le guance, di rosso le labbra e prestando colore ai dolcissimi occhi.
Specchietti in miniatura - Oltre alla bambola nel sarcofago era stato riposto anche un piccolissimo cofanetto, rivestito di lastre sempre di avorio. Esso era rotto, ma ancora conteneva due pettinini e due specchietti in miniatura per la toilette della bambola. Probabilmente vi erano pure stati conservati quei gioielletti che giacevano sparsi nella sepoltura: una serie di oggettini miniaturizzati che dovevano ornare la “pupa”.
Quando venne trovata la bambola ne indossava ancora uno: al pollice della sua mano destra faceva bella mostra di sé un anellino con una chiave (fig.8). Ai suoi orecchi si notavano i fori: quindi essa doveva anche portare orecchini, probabilmente decorati da due minuscole perline forate giacenti nel sarcofago. Inoltre, dovevano sempre essere della bambola due cerchietti tenuti assieme da un piccolo anello in oro: certamente un leggero bracciale. Piccoli prismi di pasta vitrea verde, anch'essi forati, e frammenti di spiraline in oro erano forse resti di altri anellini della bambola.
Non è però probabile che i pettinini contenuti nello scrignetto d’avorio, ad uno dei quali mancava pure qualche dente, potessero aver mai servito a pettinarla. Infatti, come accadeva per le statue, la sua pettinatura era abilmente scolpita nell’avorio e, probabilmente, dipinta del colore preferito dalla padrona: un bel biondo oro. È chiaro che difficilmente si possono rompere denti di pettini per acconciare compatte chiome del più puro e solido avorio. Non si può però escludere che Crepereia abbia anche avuto altre bambole più modeste, ma non per questo meno amate: bambole fatte di di pezza e con parrucchette da pettinare, pupattole che non avremmo mai potuto ritrovare in quanto si sarebbero ridotte in polvere nella sepoltura.
Una vera dama dell'epoca - L’acconciatura della superba Barbie dell’antichità era invece in perfetto ordine ed era quella in voga all’epoca in cui la bambola era stata creata: una pettinatura di mezzo tra quella adottata da Faustina Maggiore, la bella moglie di Antonino Pio, e quella della figlia sua, la licenziosa consorte del troppo saggio e troppo filosofo Marco Aurelio. Una vera dama dell’epoca insomma, la “pupa” di Crepereia, e attenta alla moda ed ai suoi dettami in ogni loro più piccola sfumatura, proprio come si addiceva ad una personcina così elegante e ben fatta.
Ben fatta, infatti, lo era davvero. Chi l’aveva fabbricata aveva tenuto molto a darle la maggior verisimiglianza possibile, e aveva diviso la bambola in varie parti articolate fra loro in modo da farla muovere con la massima naturalezza. Anche il torso era diviso dalla testa, che poteva girare liberamente, e braccia e gambe erano ognuna composte dei due pezzi principali. Tutte queste parti erano poi stati connesse con perni di avorio e questi, incastrati perfettamente in modo da non sporgere alla superficie, davano l’impressione che la “pupa”, pur essendo snodabile, avesse un corpo perfettamente liscio come quello di una bella donna..
Ovviamente, oltre a quella di Crepereia, ve ne furono altre bellissime; e qualcuna fu pure dotata di gioielli veri. Abbiamo ad esempio quelli appartenenti alla bambola che venne trovata nella tomba della vestale Cossinia e che oggi è conservata nel Museo Nazionale Romano, una bambola pregevolissima. Dato che Cossinia era vissuta alla fine del II e all’inizio del III secolo la sua “pupa” era foggiata come una fanciulla della sua epoca, e quindi per lei si era scelta l’acconciatura della moglie di Settimio Severo, Giulia Domna. Grande era la responsabilità delle imperatrici nel campo delle acconciature: anche se non si fossero dedicate ad opere di bene o alle altre attività proprie delle mogli dei maggiorenti, potevano star sicure di lasciare una traccia indelebile nella storia dei parrucchieri.
Molto alla moda perciò, era la bambola di Cossinia ed anche molto ricca e fornita di tutto il necessario per far bella figura. La si era munita persino di un cofanetto di pasta vitrea rosea con cerniere di rame perché potesse riporvi le sue gioie: una collana d'oro, foggiata come una catena a doppie maglie, e un certo numero di braccialetti d'oro, da porre non soltanto ai i polsi ma anche alle caviglie.
Abbiamo poi i giocattoli trovati nella tomba di Maria, la giovanissima sposa dell'imperatore Onorio, una fanciulla morta attorno al 398 d.C., che conservò le sue bambole e le portò con sé nell’ultimo viaggio perché, probabilmente per la giovane età degli sposi, il matrimonio non venne mai consumato. Su questa mancata consumazione ci furono però molte chiacchere. La gente non credeva molto alla scusa dell’età: molti erano gli sposini romani che si univano appena puberi, ma questo non aveva mai impedito la loro effettiva unione, e il fatto era poi stato ampiamente provato dalla successiva nascita di figli. Quindi si insinuava che la defunta avesse conservato le sue compagne di giochi per colpa di una probabile impotenza del giovanissimo imperatore. Chi tra i conoscenti di Onorio, più benevolo, non voleva arrivare ad accusarlo di questa grave menomazione, gli attribuiva un'eccessiva continenza. Altri ancora davano la colpa di tutto alla suocera della giovane Maria, e attribuivano il fattaccio a questo personaggio, sempre calunniato attraverso i secoli, dicendo che il matrimonio non era mai stato consumato perché la madre di Onorio, Serena, che era contraria alle nozze, aveva fatto in modo che il figlio non rendesse effettiva l'unione.


Bibliografia

Divulgazione scientifica
Preso da un mio dossier su Archeo
- E. SALZA PRINA RICOTTI, Dossier Giocare nel mondo antico in Archeo (Anno IX, nº 6 (112)) June 1994, pp. 40-85

Lavori scientifici
- E. SALZA PRINA RICOTTI, Giochi e giocattoli, Casa editrice Quasar, Roma 1995