di Eugenia Salza Prina Ricotti
I giochi per ambo i sessi: le noci - Anche anticamente vi erano i giochi per ambo i sessi come, ad esempio, quelli che si facevano con le noci. I bimbi romani avevano sempre una certa dotazione di noci, così che esse finirono col simboleggiare l'infanzia. In un imeneo composto da Catullo per un amico, fino a quel momento attirato dal fascino dei bei fanciulli, si parla di noci ed il poeta ordina all'amante del novello sposo di gettare le sue ai bambini che si accalcavano per vedere la cerimonia: tanto, con l'ingresso in casa della novella sposa, per lui il periodo spensierato della fanciullezza era finito per sempre: "Dà le noci ai bambini, sfaticato concubino: già troppo a lungo hai giocato con le noci……" Il concetto viene poi ribadito anche da Persio quando, per dire che l'infanzia era finita, usava la frase " avendo lasciato le noci".
In un suo poemetto, chiamato appunto "La noce", Ovidio ci descrive i giochi che con esse si facevano. Uno dei più popolari era quello detto "dei castelli", nel quale uno dei ragazzi cercava di gettare la sua noce sopra un gruppetto di altre tre noci messe per terra a formare la base (fig. 1). Se riusciva a lanciarla sopra al mucchietto senza scomporre le altre ed a formare una piccola piramide, il "castello", aveva vinto. Questo gioco è rappresentato in vari bassorilievi, ma indubbiamente il più bello è quello conservato nei Musei Vaticani, nel quale la vivacità del gioco, gli stati di animo dei fanciulli, l’attenzione con cui seguono il gioco ed i litigi scoppiati tra essi sono riprodotti con grande arte.
Il marmo riesce a farci sentire il vocio delle clamorose discussioni sorte fra gli spettatori che, mentre attendono il loro turno, stanno discutendo, ma si capisce che esse non riescono a distogliere il giocatore dalla sua concentrazione. Il bimbo, col viso intento e teso, sta pronto a gettare la sua noce; gli altri gli stanno attorno e evidentemente sono assai vivaci: uno, fermo alle sue spalle e per il momento intento soltanto al gioco dei “castelli”, non ha però rinunziato di portare con se una fionda con la quale, una volta finita la partita, cercherà da qualche ben coperto appostamento colpire qualche ignaro passante o di uccidere uno sventurato volatile.
Coloro che hanno già giocato custodiscono ai loro piedi le loro vincite. Uno, evidentemente molto bravo o molto fortunato, regge in mano un sacchetto di noci e ne ha ai suoi piedi due mucchietti, due "castelli"; un terzo tiene il suo capitale in una piega del mantello. Intanto, mentre quasi tutti osservano con attenzione il gioco, una contestazione è sfociata in una vivace lite e, alle spalle del giocatore, due ragazzini sono passati alle vie di fatto. Uno di essi ha già acchiappato l'altro per i capelli e si capisce che ben presto tutto l'ambiente finirà col riscaldarsi e la discussione diventerà generale con grave pericolo per le folte chiome dei fanciulli.
Come se niente fosse, lì vicino, un gruppo di cinque ragazze stanno alle loro spalle. Sono forse le sorelle maggiori, anche esse tutte assorte nel gioco dei "castelli". È evidente che sono talmente abituate alle liti dei fratelli che dovrebbero sorvegliare che non si preoccupano affatto di intervenire per salvare i ricci dei due contendenti. Esse stanno divertendosi per i fatti loro e lasciano quindi che gli altri si scannino a loro piacimento. Una delle fanciulle, accosciata, sta sistemando per terra le tre noci della base; un'altra seduta su un bassissimo sgabello ha in mano la quarta noce e la sta porgendo ad una delle sue amiche che è quella che dovrà giocare, mentre una quarta si avvicina reggendo altre noci nel grembo della sua veste. La quinta funge soltanto da spettatrice.
Vi erano poi altri giochi delle noci, sempre descritti da Ovidio: uno consisteva nel far scivolare la propria noce su una tavola inclinata dandole una spinta tale da farla avvicinare al massimo al bersaglio. Un altro si giocava tracciando per terra un triangolo, un Delta, diviso da linee orizzontali parallele alla base e i giocatori, posti ad una certa distanza, vi gettavano delle noci, cercando di avvicinarsi il più possibile al vertice; vinceva colui che aveva raggiunto il punto più alto senza uscire dal Delta. E sempre nel poema Nux si parlava del gioco della "fossetta" anticamente chiamato "tropa" per il quale si doveva centrare o una buchetta scavata nel terreno o la stretta bocca di un orcio(fig.2).
Giochi come quello della “fossetta” si facevano quasi sempre con le noci, ma non esclusivamente con esse. Si poteva usare gli astragali con i quali giocarono sia grandi che piccini, anche se lo fecero con modi e soprattutto con poste diverse. Gli astragali erano quegli ossicini situati nel tarso di pecore e di altri animali ed erano articolati tra tibia a perone. Con questi si giocava già in epoca arcaica ed abbiamo documentazioni della loro esistenza sia in epoca omerica che in quella micenea. In un primo tempo si usarono gli ossicini veri e propri, ma poi si cominciarono a copiarli foggiandoli in bronzo, piombo, marmo e terracotta e persino in materiali preziosi come oro, avorio. Esistevano scatole speciali per contenerli esse venivano decorate da valenti pittori. I bambini li amavano molto ed a scuola questi ossicini venivano dati come premio a quelli di loro che si erano dimostrati particolarmente studiosi. Uno scolaro ne ricevette ben 80: doveva essere o una creatura di un'intelligenza mostruosa o un favoloso sgobbone!.
Con gli astragali si potevano fare diversi giochi. Uno di quelli che veniva giocato dai bambini si chiamava "il cerchio". In esso i giocatori si disponevano ad una distanza convenuta tutt'attorno ad un cerchio segnato sul pavimento, ed ognuno di essi doveva cercare non soltanto di centrarlo con il proprio astragalo, ma altresì spostare e cacciar fuori col suo quelli che i suoi avversari erano riusciti a piazzarvi. Un gioco come si vede che presentava analogie con quello prima descritto della “fossetta’.
Sempre con astragali o pietruzze si giocava poi al gioco delle "cinque pietre", che era soprattutto amato da fanciulle e bambini e che, del resto, è ancora in voga, solo che oggi lo si fa con 5 pietruzze, monete o altre cose del genere. In questo gioco si gettavano per aria cinque astragali e, rivoltando rapidamente la mano si cercava, di riprenderli sul dorso. Vinceva chi li prendeva tutti e cinque. In alcune rappresentazioni si vede una fanciulla accosciata per terra con la mano stesa davanti ed il palmo verso terra. Le dita sono ancora rivolte verso l'alto in un movimento forzato e innaturale teso ad impedire che gli astragali scivolino via. L'altra giocatrice, in piedi davanti a lei, controlla il risultato.
Bibliografia
Divulgazione scientifica
Preso da un mio dossier su Archeo
- E. SALZA PRINA RICOTTI, Dossier Giocare nel mondo antico in Archeo (Anno IX, nº 6 (112)) June 1994, pp. 40-85
Lavori scientifici
- E. SALZA PRINA RICOTTI, Giochi e giocattoli, Casa editrice Quasar, Roma 1995
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