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Giochi per tutte le età: la palla (divulgazione scientifica)

di Eugenia Salza Prina Ricotti

Giochi per tutte l’età - Giochi, quindi, sempre giochi e di tutti i generi, Gioco principe ed antichissimo fu quello della palla. Quando e come nacque la palla? Chi potrà mai dirlo? La sua origine si perde nella notte dei tempi. Si sa soltanto che essa era già nota in periodo Geometrico e la troviamo rappresentata anche in periodo Arcaico. Alcune antichissime sono state trovate tra gli oggetti offerti agli dei, quali quelle di creta decorate con un motivo a rete rosso conservate nel Museo Storico di Basilea; ed è chiaramente un’offerta agli dei la pallina d’avorio che venne trovata nel sacrario degli dei Cabiri a Tebe.
La palla era però uno dei giochi più versatili ed interessanti ed era inevitabile che si cercasse di ricostruire la sua storia e scoprirne l’inventore. Bisognava pure trovarlo, e tanto valeva fosse qualcuno famoso. Così, Agallis, l'erudita intellettuale di Corcira, ne attribuì l'invenzione a Nausicaä, la bella fanciulla che apparve come una visione ad Ulisse quando l'eroe, caduto in un sonno profondo dopo essersi salvato a stento da un naufragio, venne bruscamente svegliato dal grido delle fanciulle la cui palla era caduta in mare. È evidente che l'antica "grammatica" - come allora venivano definiti gli studiosi - fosse stata spinta a questa deduzione perché la primissima descrizione di questo passatempo si trova nell'Odissea di Omero, ed è Nausicaä la persona che il grande vate cieco ci presenta mentre con essa giocava. Quella di Agallis era comunque un'ipotesi. Forse - come insinua Ateneo - essa formulò questa teoria perché ci teneva ad attribuire l'onore della scoperta ad una sua compatriotta quale era la bella Nausicaa.
Sulla palla e sui giochi che con essa si potevano fare molto venne scritto. Esistettero trattati di cui conosciamo i titoli anche se poi essi non ci sono pervenuti. Sappiamo che autore di uno dei più importanti fu uno spartano, un certo Timocrate, ma per immaginarci cosa egli possa avervi scritto dobbiamo basarci sulle scarse notizie che altre fonti letterarie ricavarono dal suo testo. Si tratta quasi sempre di opere greche, come greche furono le primissime rappresentazioni di questo gioco.
Dalle varie notizie che scopriamo qua e la veniamo comunque a sapere che anticamente, come accade anche oggi, ci furono vari tipi di palle, ed ognuna di esse era adatta al gioco per il quale era stata creata. Esistevano così un tipo di palla piccola e dura ripiena di lana o di stoppa chiamata alla greca harpastum., la quale veniva usata per un gioco dello stesso nome. Si trattava di una partita movimentatissima giocata a squadre in un grande spiazzo con regole e finalità abbastanza simili a quelle del football americano. Consisteva cioè nel tentativo di riuscire a portare la palla all’ultima estremità del campo avversario. La partita che si svolgeva tra lotte accanite, rapidi passaggi e tutto il relativo accompagnamento di urla, applausi del pubblico, mischie e sgambetti tra i giocatori, non aveva niente da invidiare a quelle che si svolgono oggi nei nostri modernissimi stadi.
Il gioco ci viene descritto da Antifane, un poeta della commedia di mezzo le cui opere sono databili dopo l'anno 388 d.C.. il quale dopo aver gridato:
"Accidenti al demonio! che tremendo torcicollo mi sono buscato!"
Descrive vivacemente la cronaca di una partita
"…Prese la palla ridendo e la scagliò ad uno dei suoi compagni. Ruscì ad evitare uno dei suoi avversari e ne mandò a gambe all'aria un altro. Rialzò in piedi uno dei suoi amici, mentre da tutte le parti echeggiavano altissime grida “E' fuori gioco!”, “E' Troppo lunga!”, “E' troppo bassa!”, “E' troppo alta!”, “ E' troppo corta!” “Passala indietro nella mischia!”
Come si vede anche qui non c’è molto di nuovo sotto il sole. A Roma il gioco attecchì trionfalmente ed ebbe i suoi appassionati ed i suoi tifosi. Cambiò soltanto il nome: i concorrenti erano numerosi e la mischia feroce, il campo era un campo qualsiasi di terra semplice e non di terra battuta, per cui si combatteva in una nuvola di polvere, così che i Romani, che amano definire tutte le cose in modo scanzonato, ma appropriato, invece di continuare ad usare il nome greco di harpastum , preferirono chiamarlo in latino pulverulentus, un nome più pittoresco e che meglio rendeva l’idea dello svolgimento dell’accanita competizione: la "polverosa" o meglio il “polverone”.
Oltre l'harpastum c'era poi un altro tipo di palla: la paganica. Era più grande dell'harpastum e, dato che era riempita di piume, risultava leggerissima. Non ci voleva molta abilità a lanciarla e a riprenderla Probabilmente veniva usata per giochi più tranquilli, come quelli con i quali Nausicaa si divertiva con le sue compagne, giochi nei quali la palla veniva adoprata in connessione con musica, canti e danze. Infine c'era una palla chiamata follis o folliculus che si diceva fosse stata inventata da un certo Attico il Napoletano, allenatore di Pompeo Magno, ma che probabilmente esisteva già da prima. Si trattava di un pallone riempito di aria: una palla che rimbalzava e si prestava anche al gioco singolo. La vediamo usata in una scena dipinta sul fondo di una bella kylix a fondo nero e figure rosse oggi conservata nel Museo di Ancona. In essa un giovane con la mano destra tesa sta facendo rimbalzare contro terra una palla di media grandezza (fig.1).
Tanti tipi di palle perciò e tanti giochi. Probabilmente con un harpastum e degli speciali bastoni si giocava ad un gioco che doveva essere molto simile al nostro hockey, dato che i bastoni sono identici a quelli con i quali oggi si sui pattini a rotelle o sul ghiaccio (fig.2). Lo vediamo anch’esso rappresentato su un vaso greco Poi, ovviamente, si facevano tutti quei giochi nei quali si lancia la palla ad un amico e questo a sua volta la lancia ad un altro fino a che uno di essi non la lasci cadere per terra. A volte per rendere la cosa più difficile si accoppiava questo gioco con l’ephedrismos, un altro divertimento molto rappresentato su vasi greci e nel quale uno dei giocatori portava a cavalluccio un altro (fig.3). È evidente che qualsiasi partita giocata con metà dei giocatori portati a spalla dell’altra metà, e con le varie coppie di portati e portatori che cercavano disperatamente di coordinare i propri movimenti in modo da non perdere la palla, doveva rendere lo svolgimento della competizione più movimentato, e doveva spesso suscitare l’ilarità degli spettatori (fig.4). Sempre con l'efedrimo si giocava anche in un altro modo, il ciocatore che stava sulle spalle del compagno gli tappava gli occhi e questo seguendo vaghe indicazioni doveva raggiungere col suo piedde una pietra posta in terra (fig.5).

Vi sono quindi molti modi di giocare alla palla e vi sono anche molte rappresentazioni di questo gioco, ed una di queste è quella che vediamo riprodotta sulle pareti della tomba degli Hatterii, probabilmente molto simile a quella di Trimalcione magistralmente descritta da Petronio Arbitro.
"…… Noi intanto," è Encolpio che parla descrivendo la scena che vede alle terme dove si è recato con Ascilto e Gitone, prima di raggiungere la casa di Trimalcione al cui banchetto erano stati invitati "ci aggiravamo là ancora vestiti e passavamo il tempo a curiosare tra i vari gruppi di frequentatori delle terme, quando ad un tratto ci colpì la vista di un vecchio calvo che, vestito di una tunica rossiccia, stava giocando a palla con un gruppo di adolescenti dai lunghi capelli. E non furono questi ragazzi ad attirare la nostra attenzione - eppure valeva proprio la pena di mangiarseli con gli occhi! - quanto il padrone che, in pantofole, si dedicava al gioco lanciando palle verdi. Se per caso una di queste finiva per terra, egli non la toccava più, e se ne faceva dare una nuova da uno schiavo che stava lì vicino con un sacco pieno di palle. Ci colpì poi un'ulteriore stranezza: da un lato stavano impalati due eunuchi, uno teneva in mano un vaso da notte di argento, mentre l'altro contava le palle, e invece di tener conto di quelle che, lanciate, venivano prese dai giocatori, si appuntava il numero di quelle cadute a terra……"
Non si tratta di una partita comune questa, ma soltanto perché in essa entra in scena il desiderio di Trimalcione di mettersi in mostra e ostentare al mondo la sua grande ricchezza.
Infine c’era il gioco del trigone di cui tanto parla Orazio, il quale da buon intellettuale non lo amava troppo: il poeta, del resto, non doveva del resto dedicarsi a nessun esercizio fisico se appena poteva evitarlo. Dai suoi versi traspare abbastanza apertamente la sua ritrosia a parteciparvi.
Ma quando il sole ardente mi ammonisce di recarmi alle terme
fuggo il Campo (Campo Marzio) ed il gioco del trigone.
E Virgilio non era da meno. Evidentemente i due sommi vati non si sentivano tanto sportivi, e nei versi di Orazio leggiamo della volta in cui con la scusa della congiuntivite uno e l’altro con il pretesto di un autentico mal di fegato, i due erano riusciti ad esimersi dalla partita che Mecenate stava organizzando in una sosta del loro viaggio verso Brindisi.
Mecenate si recò a giuocare. Io e Virgilio andammo invece a dormire.
Infatti il gioco della palla non si addice nè alla congiuntivite, nè all'indigestione
Purtroppo però le partite a palla, e precisamente il trigone, era anche il gioco favorito da Mecenate e quindi molte volte, volente o nolente il poeta doveva rassegnarsi
a vedere i giochi o a giocare assieme (a palla) al Campo Marzio
luogo dove si recavano tutti personaggi più o meno noti e più o meno influenti della grande Roma prima di recarsi alle terme. per rilassarsi con un pò di moto dalle fatiche del Foro Il trigone si giocava con tre giocatori disposti a triangolo che si lanciavano una palla. È molto probabile che si cercasse - senza troppe scorrettezze, però - di fare in modo che, nonostante le corse più disperate, i compagni di gioco non riuscissero a prenderla.



Bibliografia

Divulgazione scientifica
- E. SALZA PRINA RICOTTI, Dossier Giocare nel mondo antico in Archeo (Anno IX, nº 6 (112)) June 1994, pp. 40-85

Lavori scientifici
- E. SALZA PRINA RICOTTI, Giochi e giocattoli, Casa editrice Quasar, Roma 1995