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Le amanti di Cesare (divulgazione scientifica)

di Eugenia Salza Prina Ricotti

Le amanti di Cesare - Si celebravano a Roma le feste per la dea Bonariti a cui nessun uomo poteva assistere e al fare dell'alba non solo tutti gli uomini di casa. ma anche i bambini e gli animali maschi dovevano uscirne. Comunque Clodio, che ormai era divenuto l'amante di Pompea, moglie di Cesare, pensò d'acccordo con lei che se si fosse travestito da donna egli avrebbe potuto raggiungere indisturbato la camera dell'amato bene e passare con lei una torrida nottata. Tutto sarebbe andato bene, sfortunatamente Clodio si era travestito da musicante e venne fermato da alcune delle partecipanti che gli chiesero di intrattenerle cantando. Clodio non riuscì a esimersi ovviamente appena aprì bocca venne riconosciuto per quello che era. Anche se riuscì a fuggire dalla casa di Cesare venne riconosciuto e lo scandalo fu enorme. Egli non solo aveva profanato la casa di Cesare ma avevacommesso un atto terribile dissacrando i riti per la dea Bona. Perciò Clodio venne denunciato e messo sotto processo.Cesare che intanto aveva rapidamente ripudiato la moglie venne chiamato a testimoniare, ma interrogato a proposito dell'offesa che gli era staa fatta disse tranquillamente che a lui di Clodio e dello scandalo non constava niente. richiesto poi perchè mai allora egli aveva ripèudiato Pompea egli rispose che lo aveva fatto perchè la moglie di Cesare non doveva neanche esser sfiorata da un sospetto. Insomma Cesare non infierì su Clodio ed è sicuro che lo fece per ragioni politiche ma è anche probabile che lsia anchestato spinto da un certo senso di solidarietà. Infatti, più o meno alla stessa epoca nella quale il giovane e dissoluto patrizio si era dato anima e cuore al culto della dea Bona, Cesare era molto occupato a coltivare le sue relazioni con un certo numero di nobili dame: così Mucia, moglie del suo collega e futuro genero Pompeo; così Marcia, moglie di Crasso; e così anche Lollia, la moglie di Gabinio, un suo generale. Senza contare un nutrito numero di altre gentildonne della buona società, mogli di amici, nemici e parenti. Solo che, più accorto di Clodio, era sempre riuscito a non farsi cogliere in fallo.
Tra le sue numerose avventure, tre furono le donne che val la pena di ricordare. Con una di esse, Sempronia, egli si legò nel 62 a.C., subito dopo il ripudio di Pompea. Era l'epoca della congiura di Catilina nella quale la giovane matrona si trovava implicata fino al collo, mentre Cesare, che si guardava bene dal finire invischiato in un'avventura così incerta e pericolosa, si limitava a tenersi in contatto con l'ambiente. Così - per passare meglio il tempo mentre si informava - si concesse un'infuocata relazione con la bella congiurata.
Che Sempronia fosse bella è cosa certa. Sallustio, che scrive su lei, non riuscì mai a nascondere la sua ammirazione per la donna, nonostante che essa fosse ben nota per la sua perfidia e che si fosse macchiata di molti delitti, partecipando persino ad efferati omicidi. Evidentemente il suo fascino era tale da far dimenticare ogni colpa. E certamente, a parte le sue tendenze criminali, era una donna con molte qualità positive, che aggiungeva ad una vastissima cultura altre doti più frivole come quelle di suonare perfettamente la lira e danzare con grazia consumata. Sempronia era infatti un'eccellente ballerina ed amava esibirsi nelle riunioni mondane.
La danza, una delle più antiche manifestazioni sociali dell'umanità, era apprezzatissima dal mondo classico. Qui si ballò sempre e vi furono sempre danze di tutti i generi: da quelle guerriere che risalivano alla notte dei tempi, a quelle della fine della repubblica ritmate dal suono delle nacchere o dallo strumento, che, nel bel gruppo di epoca ellenistica chiamato "invito alla danza", il giovane satiro pesta col piede per sottolineare la cadenza della musica, mentre una graziosa e seminuda fanciulla seduta su un masso lo ammira estatica. Si danzava molto, insomma, ma fino ad una certa epoca i membri della classe patrizia non avevano mai praticato quest'arte, ed avevano lasciato che ad animare i loro banchetti e simposii fossero i mimi da loro convocati. Fu alla fine della repubblica che la danza venne introdotta come svago anche per gli uomini liberi e fu allora che persino i membri della classe senatoria non la disdegnarono.
Possiamo aver un'idea di quali fossero i balli del mondo classico ammirando le scene riprodotte sui vasi o negli affreschi dell'antichità. Qui si vedono ballerini che roteano rapidamente su sè stessi, o serie di personaggi che sfilano muovendo sinuosamente e con grazia le braccia, quelle braccia che, evidentemente, erano elementi importantissimi nelle coreografie dell'epoca. Anche Ovidio lo teneva presente quando, insegnando ai giovani del bel mondo l'arte della seduzione, li incoraggiava, sì, a danzare, ma si premurava di raccomandar loro di farlo soltanto se erano sicuri di aver belle braccia.
Così, ancor prima della fine della repubblica il saper danzare rientrò nell'educazione normale dei patrizi. Scrive Macrobio. "Fra le due guerre puniche i giovani di famiglia libera, ma che dico i figli di famiglia libera! Addirittura i figli dei senatori frequentavano la scuola di danza ed ivi imparavano a ballare accompagandosi col suono delle nacchere. Persino le matrone non ritenevano più che l'esercizio della danza fosse indecoroso e le donne oneste la praticavano, pur senza cercare di raggiungere la perfezione artistica. Che dice infatti Sallustio? "Suonar la cetra e danzare con più eleganza di quanto si richieda ad una donna onesta." Tanto che egli rimprovera Sempronia non perchè sapeva danzare, ma perchè danzava troppo bene."
Fin dal primo incontro con l'elegante e dotata matrona Cesare dovette decidere di non lasciarsela sfuggire; nè, d'altra parte, Sempronia aveva la minima intenzione di sfuggirgli. Dal lato di lei c'era, infatti, quel 'desiderio di sesso' che, come scrive Sallustio "era così forte da spingerla a cercare la compagnia degli uomini più spesso di quanto essi non cercassero la sua'; e dalla parte di Cesare dominava, come sempre, la già largamente citata 'disposizione… tanto suscettibile al fascino femminile …'. Fu così che Sempronia finì anche lei nella corona delle donne che ebbero una parte nella vita di Cesare. E, strano destino, fu anche la madre di uno dei suoi assassini, Decimo Bruto. Ma almeno di questo ragazzo Cesare non fu padre. Quando egli divenne l'amante di Sempronia, Decimo Bruto era già nato.
Grossi dubbi ci furono invece su una sua possibile paternità per Bruto figlio di Servilia. Anche se molti storici moderni non vogliono accettare tale teoria avanzata da Plutarco, bisogna riconoscere che il rapporto di Cesare con Bruto ha aspetti inspiegabili. Bruto era figlio di Servilia, la sorellastra di Catone l'Uticense, e anche la donna che, secondo Svetonio, fu la più amata da Cesare. La loro relazione dovette iniziare fin dalla più tenera età, ma i due non riuscirono mai a sposarsi perchè le loro vicende matrimoniali li divisero sempre. Ancora adolescenti, Servilia prima e Cesare non molto dopo si sposarono con altre persone; e poi, nel corso della loro vita, quando l'uno di loro fu libero, l'altro non lo era. Così, quando nel 78 Servilia restò vedova, Cesare era ormai sposato da sei anni con Cornelia.
Com'era Servilia? É probabile fosse bella, ma ciò non potrà mai essere provato. Gli unici membri della sua famiglia di cui conosciamo il volto sono Bruto e Catone. Di Catone esiste un busto di bronzo oggi conservato nel Museo di Volubilis, località dove venne trovato: è il ritratto di un uomo molto bello dai lineamenti fini e regolari la bocca larga e carnosa, il naso aquilino, i folti capelli pettinati in avanti. Ma anche se il ritratto presenta un'iscrizione, CATO, incrostata in lettere d'argento sul petto, non è del tutto sicuro che il personaggio sia proprio Catone l'Uticense.
Si dice che il busto, commissionato da Giuba II re di Mauretania per la sua collezione, venisse eseguito da uno scultore greco subito dopo la morte dell'Uticense. Ma la scritta e l'attribuzione contrastano con la notizia storica secondo la quale Catone, dopo aver lasciato Roma, non si era più tagliato barba o capelli, mentre l'uomo del ritratto è perfettamente rasato e ben pettinato. Quindi, a meno che il busto non sia la copia di un altro, oggi perduto, precedente alla sua partenza al seguito di Pompeo, quello di Volubilis non dovrebbe essere l'immagine di Catone, l'eterno nemico di Cesare.
Perchè non cè dubbio che Catone fosse il peggior nemico di Cesare: i due uomini si erano sempre detestati con un odio viscerale, che però non aveva impedito a Cesare di amare profondamente la sorellastra dell'Uticense, nè aveva impedito a Servilia di ricambiare tale sentimento. Tra Cesare e la donna una relazione adulterina ci fu sempre e non subì interruzioni. Pettegolezzi sul loro conto se ne fecero parecchi: i due non si diedero mai la pena di nascondere il loro amore. Anzi! Si ha quasi l'impressione che godessero a sventolarlo in pubblico. Secondo Plutarco, lo scandalo varcò persino le soglie della Curia ed interruppe l'animato calore delle discussioni politiche. Lo storico racconta infatti che una volta capitó che Catone e Cesare si alzassero contemporaneamente per esporre i propri pareri: opposti, naturalmente. Ma proprio nel momento in cui la battaglia stava per iniziare, a Cesare venne portato un biglietto; ed egli, interrotto il suo intervento, si mise a sedere ed iniziò a leggerlo in silenzio.
Catone, al quale non parve vero di cogliere la palla al balzo, cominciò a gridare che Cesare infrangeva tutte le leggi ricevendo lettere dai nemici dello Stato. Poiché molti senatori si associavano al suo attacco, Cesare tese silenziosamente il biglietto da lui ricevuto a Catone, il quale, alla prima occhiata, si rese conto, inorridito, che si trattava di una lettera d'amore della sorella. Allora pazzo d'ira lo gettó in faccia a Cesare urlando "Tieni, ubbriacone"! Un'accusa, questa, estremamente ingiusta in quanto Cesare non beveva quasi mai e, quando ciò accadeva, lo faceva molto moderatamente. Non è però detto che questo fosse proprio l'epiteto usato da Catone e neanche è certo che egli non adoperasse qualche altra parola più pittoresca e volgare. Il senato romano ospitava a volte scene molto vivaci e poco parlamentari.
Comunque, nonostante l'evidente riprovazione del fratellastro, la relazione tra Cesare e Servilia continuò mentre ognuno di essi era legato alle proprie situazioni familiari. Alla fine venne un momento nel quale i due avrebbero potuto sposarsi e sistemare la loro posizione. Nel 61, infatti, scoppiato lo scandalo della dea Bona e ripudiata Pompea, Cesare era tornato libero. Contemporaneamente Servilia, vedova, non aveva legami. Si arrivò all'anno 59 a.C. e niente ormai impediva ai due di sposarsi. Eppure non lo fecero. Perchè? La verità è che Cesare non aveva ancora un discendente maschio nato da legittime nozze e desiderava questo figlio più di qualsiasi altra cosa. Difficilmente Servilia, ormai oltre la quarantina, poteva dargli quell'erede.
Ne discussero? Forse. E forse fu la stessa Servilia (che, per quanto si ricava dalle notizie in nostro possesso, era certamente una donna notevole) a tirarsi indietro per lasciargli campo libero e permettergli di realizzare il suo grande desiderio. Probabilmente tutti e due di comune accordo decisero che non vi era una vera ragione per sposarsi: in fondo la loro relazione era andata avanti benissimo per tanti anni e non c'era motivo di cambiarla. Servilia poteva permettersi di fare il gran gesto e di lasciare l'amante libero di provvedere alla propria discendenza.
Così nel 59 a.C. Cesare sposò Calpurnia, che aveva soltanto 18 anni e che, oltre ad assicurargli il potente appoggio del padre, avrebbe potuto mettere tra le sue braccia un figlio maschio. Non era destino: l'erede legittimo non nacque. Ma a Cesare un suocero come Pisone serviva, e comunque non era nel suo carattere di ripudiare una moglie per qualcosa che non era colpa sua. Quindi restò sposato con Calpurnia fino all'ultimo.
Questo non gli impedì però di continuare ad amare Servilia; e, proprio nel momento nel quale si univa alla sua giovanissima nuova moglie, egli inviò in dono alla sua amante una perla talmente preziosa da mettere in moto tutte le buone lingue di Roma. Perle grosse e dalla forma perfetta erano allora rarissime e molto pregiate, quindi il dono di un gioiello del genere faceva epoca. La notizia di quel regalo si sparse in un lampo per tutta la città trovando persino strada nelle storie di Svetonio. Come non pensare che con questo gesto clamoroso Cesare volesse non soltanto esprimere a Servilia la sua gratitudine per la dolorosa rinuncia, ma soprattutto esternarle di fronte a tutti il suo amore?
Del resto, il dittatore coprì sempre Servilia di regali e, tra tutti, le perle e gioielli erano i meno importanti. Vi furono infatti ricche proprietà terriere, che essa ricevette all'epoca della guerra civile partecipando ad aste preventivamente truccate a suo favore. Fu con questo sistema infatti che essa acquistò la bellissima villa napoletana di Ponzio, una di quelle ricche ville marittime che costellavano la rive del Tirreno e che sul golfo partenopeo erano particolarmente panoramiche. Le vediamo riprodotte nei riquadri affrescati sulle pareti di Pompei e dintorni. Anche non conoscendo quale e come fosse la villa di Ponzio, possiamo facilmente immaginarcela come le altre, con i bei moli protesi nel mare e le lunghe gettate sulle quali era piacevole passeggiare godendosi la brezza tirrenica, mentre gli alberi del giardino interno al peristilio svettavano dietro alla bassa facciata del fabbricato ed i lunghi portici si aprivano verso il tramonto. Doveva proprio essere gratificante ottenerne una per una manciata di spiccioli!
Ovviamente, tutti questi doni con i quali Cesare copriva Servilia attiravano su loro le frecce dei maligni; e pare che il solito Cicerone non perdesse l'occasione di commentarli. Scrive Svetonio: '…a lei, all'epoca della guerra civile, oltre ad altre donazioni, egli (Cesare) fece aggiudicare per un nummo vastissimi poderi messi all'asta; e poiché molti si stupivano per l'esiguitá del prezzo, Cicerone con spirito tagliente disse: 'Per farvi poi capire come l'affare sia stato anche migliore di quel che sembra, sappiate che da questa somma venne dedotta anche la "Terza"'. Il doppio senso si basava sulla parola "terza", intesa come la terza parte della somma, e il nome Terza, che era quello di una graziosa giovanetta, figlia di Servilia. Si diceva infatti che Servilia avesse piegato anche lei alle voglie di Cesare.

Bibliografia

Divulgazione scientifica
Preso da un mio dossier su Archeo
E. SALZA PRINA RICOTTI, Dossier L'amore a Roma in Archeo, VII, 10 (92) October 1992, pp. 54-99

Lavori scientifici
E. SALZA PRINA RICOTTI,
Amori ed amanti tra la repubblica ed il principato, Casa editrice L’Erma di Bretschneider, Roma, 1992