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I giardini dei Persiani (divulgazione scientifica)

di Eugenia Salza Prina Ricotti

I GIARDINI DEI PERSIANI: Per i popoli del Medio Oriente i giardini furono sempre molto importanti ed i Persiani continuarono a sviluppare i loro parchi secondo le tradizioni Assiro-Babilonesi. Già gli Assiri, come abbiamo visto, avevano considerato gli alberi elementi fondamentali del giardinaggio. I Persiani, poi, ebbero per essi un'autentica venerazione. Da Strabone apprendiamo che queste piante avevano una grande importanza nella loro religione. Vi era l'albero della vita eterna ai cui piedi scorreva un corso d'acqua e vi era l'albero miracoloso che conteneva il seme di ogni cosa. Perciò tra i Persiani piantarli e coltivarli era addirittura considerata un'occupazione sacra e, sempre a quel che racconta Strabone, faceva parte dell'educazione che si impartiva la sera ai ragazzi.
Si mettevano alberi di alto fusto nei parchi e se ne metteva anche attorno alle tombe creando giardini e boschetti per la gioia delle anime dei defunti. Così la tomba di Ciro a Pasagardæ era circondata da alberi e suo figlio Cambise ne aveva affidato la cura ad una famiglia di Magi. Quando Alessandro il Grande la visitò, gli alberi erano cresciuti alti, ma il giardino era stato malamente trascurato. Alessandro ne fu indignato e punì severamente i guardiani infedeli.
Parchi alberati venivano a maggior ragione creati per i vivi ed è ben noto l'aneddoto di Lisandro, re di Sparta, al quale Ciro fece visitare il suo paradeisos di Sardi. Così, con la parola che sta all'origine del nostro "paradiso", termine oggi usato per descrivere il luogo più bello e più felice che esista, i Persiani usavano chiamare i loro giardini. Riportando la cronaca di questa visita, il cronista scrive:
"Lisandro ammirava come fossero belli quegli alberi e come fossero disposti bene, tutti piantati a filari ben dritti e sempre alla medesima distanza l'uno dall'altro, seguendo un perfetto ordine geometrico. Egli ammirava pure i piacevoli profumi che li avvolgevano mentre passeggiavano. Affascinato il Greco esclamò "Ciro, sono veramente colmo di meraviglia davanti a tanta bellezza, ma sono maggiormente pieno di ammirazione per colui che ha progettato e sistemato il tuo giardino." Compiaciuto del complimento Ciro gli rispose "Ebbene sono io che ho tutto progettato e sistemato, e vi sono persino alberi che ho piantato con le mie stesse mani."
Lisandro restò meravigliato della risposta: mai si sarebbe immaginato che il Gran Re con i suoi sontuosi abiti ed i suoi costosi profumi potesse abbassarsi a compiere simili umili lavori. Ma, sorridendo, Ciro gli confermò che, a meno di essere malato, egli non andava mai a cena senza prima aver fatto una bella sudata, e che ogni giorno, quando non doveva esercitarsi nelle arti marziali, si dedicava a qualche lavoro agricolo. Ciro infatti considerava il piantar alberi come una delle occupazioni più importanti e, allo stesso tempo, più gradevoli.
Del resto la venerazione per gli alberi permeava tutta la società Persiana. Erodoto narra che Serse passando in Lidia vicino alla città di Caltebus era rimasto talmente colpito dalla particolare bellezza di un platano, che ne ornò i suoi rami con catene d'oro e braccialetti, proprio come un amante avrebbe potuto abbellire la sua amata e vi mise a guardia uno dei suo immortali, ossia uno dei soldati che facevano parte della sua guardia del corpo.
Data questa adorazione che i Persiani avevano per i giardini era chiaro che chi volesse offenderli non poteva inventar niente di meglio che tagliare i loro alberi. Questo era infatti il primo atto ostile che veniva intrapreso dai nemici dei Persiani quando riuscivano a penetrare nel loro territorio. Non c'è dubbio che questo popolo ponesse gli alberi tra i più preziosi dei suoi monumenti e considerasse la loro distruzione un sacrilegio. Plutarco racconta che, nella sua campagna contro i Cadusii, Artaserse una volta si accampò in una pianura desertica vicino ad una proprietà regale dove esistevano estesi e ben tenuti giardini. Siccome si era nel cuore dell'inverno e faceva molto freddo, il re concesse ai soldati di tagliar gli alberi per riscaldarsi e li esortò a non risparmiare neanche i più bei cedri, cipressi ed abeti. Ma i soldati non avevano il coraggio di abbattere piante di tale bellezza, tanto che alla fine il re dovette egli stesso prendere in mano l'ascia e dare loro l'esempio.
Purtroppo l'adorazione dei Persiani per i propri alberi non si esplicò nell'arte figurativa e, se nella letteratura (quella greca, però) troviamo tante notizie sui loro giardini, poco o niente troviamo nei loro bassorilievi, qualche pianta ornamentale e qualche fiore, e tutti molto stilizzati, (fig.12). Fortunatamente a Pasagardae sono emersi i resti del grande parco che circondava il palazzo di Ciro. Così ci è oggi possibile ricostruire come fossero organizzati i "paradisi" persiani. La residenza reale, vastissima e recintata, era costituita da lussuosi padiglioni sparsi nel giardino. Era nelle sue aiole ben squadrate che dovevano allungarsi quei filari di alberi, bellissimi e profumati, descritti nell'aneddoto di Ciro. Attorno per irrigarli girava una rete di canali decorativi rivestiti di marmo bianco, una lunghissima catena rotta ad intervalli regolari da pozzetti quadrati di 1 m per lato e 0.50 m di profondità (fig.13). Lo scorrere di quest'acqua limpida e pura rallegrava il luogo che possiamo immaginare fresco, pieno del canto degli uccelli, del ronzio degli insetti, e di infinita pace: insomma, un vero paradiso.

I GIARDINI DEI PERSIANI: I Persiani continuarono a sviluppare i loro parchi secondo le tradizioni Assiro-Babilonesi. Già gli Assiri, come abbiamo visto, avevano considerato gli alberi elementi fondamentali del giardinaggio. I Persiani, poi, ebbero per essi un'autentica venerazione. Da Strabone apprendiamo che queste piante avevano una grande importanza nella loro religione. Vi era l'albero della vita eterna ai cui piedi scorreva un corso d'acqua e vi era l'albero miracoloso che conteneva il seme di ogni cosa. Perciò tra i Persiani piantarli e coltivarli era addirittura considerata un'occupazione sacra e, sempre a quel che racconta Strabone, faceva parte dell'educazione che si impartiva la sera ai ragazzi.
Si mettevano alberi di alto fusto nei parchi e se ne metteva anche attorno alle tombe creando giardini e boschetti per la gioia delle anime dei defunti. Così la tomba di Ciro a Pasagardæ era circondata da alberi e suo figlio Cambise ne aveva affidato la cura ad una famiglia di Magi. Quando Alessandro il Grande la visitò, gli alberi erano cresciuti alti, ma il giardino era stato malamente trascurato. Alessandro ne fu indignato e punì severamente i guardiani infedeli.
Parchi alberati venivano a maggior ragione creati per i vivi ed è ben noto l'aneddoto di Lisandro, re di Sparta, al quale Ciro fece visitare il suo paradeisos di Sardi. Così, con la parola che sta all'origine del nostro "paradiso", termine oggi usato per descrivere il luogo più bello e più felice che esista, i Persiani usavano chiamare i loro giardini. Riportando la cronaca di questa visita, il cronista scrive:
"Lisandro ammirava come fossero belli quegli alberi e come fossero disposti bene, tutti piantati a filari ben dritti e sempre alla medesima distanza l'uno dall'altro, seguendo un perfetto ordine geometrico. Egli ammirava pure i piacevoli profumi che li avvolgevano mentre passeggiavano. Affascinato il Greco esclamò "Ciro, sono veramente colmo di meraviglia davanti a tanta bellezza, ma sono maggiormente pieno di ammirazione per colui che ha progettato e sistemato il tuo giardino." Compiaciuto del complimento Ciro gli rispose "Ebbene sono io che ho tutto progettato e sistemato, e vi sono persino alberi che ho piantato con le mie stesse mani."
Lisandro restò meravigliato della risposta: mai si sarebbe immaginato che il Gran Re con i suoi sontuosi abiti ed i suoi costosi profumi potesse abbassarsi a compiere simili umili lavori. Ma, sorridendo, Ciro gli confermò che, a meno di essere malato, egli non andava mai a cena senza prima aver fatto una bella sudata, e che ogni giorno, quando non doveva esercitarsi nelle arti marziali, si dedicava a qualche lavoro agricolo. Ciro infatti considerava il piantar alberi come una delle occupazioni più importanti e, allo stesso tempo, più gradevoli.
Del resto la venerazione per gli alberi permeava tutta la società Persiana. Erodoto narra che Serse passando in Lidia vicino alla città di Caltebus era rimasto talmente colpito dalla particolare bellezza di un platano, che ne ornò i suoi rami con catene d'oro e braccialetti, proprio come un amante avrebbe potuto abbellire la sua amata e vi mise a guardia uno dei suo immortali, ossia uno dei soldati che facevano parte della sua guardia del corpo.
Data questa adorazione che i Persiani avevano per i giardini era chiaro che chi volesse offenderli non poteva inventar niente di meglio che tagliare i loro alberi. Questo era infatti il primo atto ostile che veniva intrapreso dai nemici dei Persiani quando riuscivano a penetrare nel loro territorio. Non c'è dubbio che questo popolo ponesse gli alberi tra i più preziosi dei suoi monumenti e considerasse la loro distruzione un sacrilegio. Plutarco racconta che, nella sua campagna contro i Cadusii, Artaserse una volta si accampò in una pianura desertica vicino ad una proprietà regale dove esistevano estesi e ben tenuti giardini. Siccome si era nel cuore dell'inverno e faceva molto freddo, il re concesse ai soldati di tagliar gli alberi per riscaldarsi e li esortò a non risparmiare neanche i più bei cedri, cipressi ed abeti. Ma i soldati non avevano il coraggio di abbattere piante di tale bellezza, tanto che alla fine il re dovette egli stesso prendere in mano l'ascia e dare loro l'esempio.
Purtroppo l'adorazione dei Persiani per i propri alberi non si esplicò nell'arte figurativa e, se nella letteratura (quella greca, però) troviamo tante notizie sui loro giardini, poco o niente troviamo nei loro bassorilievi, qualche pianta ornamentale e qualche fiore, e tutti molto stilizzati, (fig.12). Fortunatamente a Pasagardae sono emersi i resti del grande parco che circondava il palazzo di Ciro. Così ci è oggi possibile ricostruire come fossero organizzati i "paradisi" persiani. La residenza reale, vastissima e recintata, era costituita da lussuosi padiglioni sparsi nel giardino. Era nelle sue aiole ben squadrate che dovevano allungarsi quei filari di alberi, bellissimi e profumati, descritti nell'aneddoto di Ciro. Attorno per irrigarli girava una rete di canali decorativi rivestiti di marmo bianco, una lunghissima catena rotta ad intervalli regolari da pozzetti quadrati di 1 m per lato e 0.50 m di profondità (fig.13). Lo scorrere di quest'acqua limpida e pura rallegrava il luogo che possiamo immaginare fresco, pieno del canto degli uccelli, del ronzio degli insetti, e di infinita pace: insomma, un vero paradiso.

Bibliografia
Divulgazione scientifica.
E. SALZA PRINA RICOTTI, Dossier: I giardini nell'antichità in Archeo nº 69, November, pp. 50-97

Articoli scientifici
39. E. SALZA PRINA RICOTTI – I giardini del Paradiso in Donum Natalicium: studi presentati a Claudio Saporetti in occasione del suo 60. Compleanno, Rome 2000, pp. 225-246.