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I giardini dei Greci (divulgazione scientifica)

di Eugenia Salza Prina Ricotti

I GIARDINI GRECI : Anche se alcuni li vogliono far risalire molto in là nel tempo e addirittura presentarli come contemporanei di quelli del Vicino Oriente, i giardini greci sono piuttosto recenti. Anche a Creta, paese isolato e sempre in pace, nel quale non c'erano mura nè fortezze, non ve n'è traccia. É vero che nell'arte figurativa di questa isola ricorrono spesso motivi floreali eseguiti con particolare accuratezza e verismo, ma purtroppo, a parte il ritrovamento di alcuni vasi da fiori, non c'è altra evidenza di giardinaggio, ed è doveroso aggiungere che negli scavi dei palazzi, fitti di costruzioni, non si è mai trovato uno spazio che potesse venir utilizzato a questo scopo. Inoltre la decorazione dei vasi fa capire che essi dovevano essere esposti all'aperto, appoggiati a qualche muretto o balaustra dei cortili lastricati e non certamente interrati.
In quanto al giardinaggio che secondo alcuni studiosi si praticava nella Grecia dei tempi eroici, la Gotthein fa giustamente osservare che in questi cosiddetti "giardini" non veniva mai piantato niente che non fosse utile e aggiunge che, se nell'Odissea (VII sec. a.C.) il poeta descrive quanto di meglio esisteva allora e non trova niente altro da raccontare, questo vuol dire che l'unica cosa conosciuta ai suoi tempi era l'orticultura. Le aiuole descritte nel poema, aggiunge la Gotthein, erano soltanto quadrati di verdure e di alberi da frutto, e quindi non si trattava che di orti.
In Grecia questo stato di cose durò molto a lungo e per molto tempo non esistettero giardini veri. Del resto l'agitata vita politica delle capitali greche sempre in lotta fra di loro non offriva molte possibilità di ozi, e l'urbanistica di queste città, accalcate ed inerpicate attorno alle acropoli con le loro case strette le une contro le altre, non lasciava spazio ad aree verdi. Negli scavi delle loro abitazioni si trovano, sì, cortili, ma si tratta di aree piccole e soprattutto pavimentate (fig.14). Tutto quello che ci si poteva tenere era qualche vaso di erbe aromatiche destinato alla cucina. É però ovvio che ad un certo momento anche in Grecia si cominciarono ad avere giardini, ma a lungo essi furono confinati fuori della cinta muraria, attorno alla quale - come scrive Plinio - esisteva una cintura di orti che ancora ai suoi tempi, ossia nel I sec. d.C., riforniva la città di fiori e di verdura. Fu forse in questi recinti che i Greci cominciarono pian piano ad aggiungere ai loro alberi da frutto altri alberi ombrosi sotto cui sedere a riposarsi; fu qui che tra gli ortaggi piantarono cespugli profumati e decorativi, aggiungendo man mano ai loro campicelli tutti quegli elementi che distinguono il giardino dal puro e semplice frutteto od orto. Ma le città aggrappate alle colline pietrose continuarono a lungo a restare spoglie di ogni forma di vegetazione.
Fu soltanto nel V sec. a. C. che si cominciarono ad avere spazi verdi nelle piazze pubbliche di queste città ed attorno alle loro mura: a questo momento, infatti, Cimone dotò la sua patria di giardini pubblici ispirati ai paradisi persiani e, quindi, anch'essi basati su lunghi filari di alberi disposti secondo quella rigida geometria tanto grata ai Persiani. Non dovevano essere paragonabili a quelli del Gran Re, ma furono certamente molto ammirati. Furono così ombreggiate le aree destinate agli esercizi fisici, e quelle riservate alle riunioni intellettuali dei cittadini, e, sempre per ordine di Cimone, vennero piantati alberi anche nell'Agorà, al centro di Atene (fig.15).
Uno dei parchi di Cimone fu quello dell'Accademia nel quale egli pose filari di splendidi platani. Aristofane nelle Nuvole lo descrisse come ricco di alberi. Nella sua commedia, lo spirito della Giustizia, invitava il giovane eroe a distogliersi dalle fatuità: soltanto a tal prezzo, lo ammoniva, egli, incoronato di candidi giunchi, avrebbe potuto passeggiare sotto gli olivi dell'Accademia e avrebbe potuto correre in esso con i suoi amici. Soltanto là - asseriva la Giustizia - rilassandosi tra i profumati tassi e tra i gattici dalle tremule foglie, ascoltando gli uccelli cantare e gli olmi ed i platani sussurrare alla brezza delle dolci serate primaverili, il ragazzo avrebbe finalmente potuto sentirsi felice.
Il luogo doveva essere effettivamente piacevole e fu lì che Platone cominciò a tenere la sua scuola; ma poi la spostò in un altro giardino di sua proprietà. Egli infatti offerse alla sua scuola filosofica un pezzo di terra vicino al Ginnasio. Nacque così un altro parco che egli chiamò Accademia come quello di Cimone. Anche questo giardino era molto bello ed era ricco di edifici: sappiamo infatti che vi era un Esedra, un Museo e, probabilmente, anche un'abitazione. Infatti sia Platone che altri capi della scuola dopo di lui vi elessero stabile dimora. Sotto Ptolemon anche i discepoli vi si stabilirono e, pur di poter vivere accanto al loro caposcuola, si costruirono modeste tettoie e capanne.
Dopo di ciò le altre scuole filosofiche vollero avere anche loro parchi freschi e viali alberati. Spesso in questi nuovi giardini belli e verdeggianti i platani raggiunsero dimensioni notevoli, e un gigantesco esemplare che si trovava nel Liceo arrivò ad abbracciare 15 metri quadri di terreno con il suo estesissimo apparato radicale.
Nello stesso periodo Teofrasto creò un giardino che donò alla sua scuola .........per quegli amici che qui si riuniscono per discutere di filosofia........ Il giardino era vicino al Liceo e quando Aristotele, nominando Teofrasto quale suo successore, gli lasciò il suo parco, Teofrasto riunì i due giardini. Dal testamento di Aristotele si ricava che nel suo giardino vi era un santuario delle Muse, un aula per lo studio della geografia con varie mappe, ed una statua di Aristotele. Inoltre egli lasciò scritto che vi si doveva costruire una seconda aula altrettanto bella ed informava che Prassitele aveva ricevuto l'ordine di fare una statua di Nicomaco da esporvi. Aristotele terminava dicendo che lasciava al suo schiavo-filosofo Pomfilo la cura delle costruzioni, del giardino, dei suoi viali e del memoriale che vi doveva venir eretto in suo onore. Apprendiamo così che il giardino greco antico era arricchito dall'esistenza di numerosi padiglioni e che in esso erano ospitate statue di eminenti scultori ed altre opere d'arte.
Una generazione dopo qualcosa cambiò. Fino allora i parchi erano restati fuori dalle mura cittadine, ma a quel momento, rivoluzionando la tradizione, Epicuro pagò 80 mine per acquistare una bella proprietà posta internamente alle mura, e qui creò un magnifico giardino, dove si ritirò con tutti i suoi studenti maschi e femmine in dispregio della pubblica opinione. La cosa creò scandalo ed il fatto gli venne rimproverato per secoli. Ancora 400 anni dopo, Plinio, deprecando Epicuro ed i suoi costumi, gli rinfacciava l'invenzione del giardino di città e coglieva contemporaneamente l'occasione per censurare quei Romani - ed ormai erano molti - che, imitandolo, trasportavano la campagna in città.
Ma non si facevano soltanto giardini per i filosofi. In Grecia tutte le forme di atletica erano grandemente rispettate e si creavano parchi anche per le gare sportive. Era in recinti sacri solitamente ombreggiati da begli alberi che si combatteva e ci si contendeva la palma della vittoria. Olimpia, ad esempio possedeva un oliveto che si diceva fosse stato creato addirittura da Eracle. Si narrava che l'eroe, arrivando in questa località, era rimasto stupito nel vedere quello che egli definì un "giardino nudo", uno spiazzo, cioè, nel quale non esisteva nessun albero e dove ogni vegetazione era stata bruciata dal sole. Perciò, racconta Pindaro, si era affrettato a recarsi nelle terre Iperboree. Qui, dopo aver ammirato la fecondità del suolo, aveva colto un ramo di olivo e - scrive il poeta - era tornato ad Olimpia per piantarlo là dove " i cocchi dodici volte rombano mentre si affrettano verso la meta".
Alberi venivano piantati anche nei luoghi dove gli atleti si esercitavano per prepararsi alle gare ed il parco più bello era certamente quello spartano: i "Platani", un luogo piacevole, dove tutti i giorni i giovani dovevano esercitarsi nella lotta. Esso consisteva in un'area di forma circolare posta al centro di Sparta. Un canale la circondava tutta, formando un' isola coperta da platani lussureggianti e collegata alla città da due ponti.
Oltre alle scuole filosofiche ed agli impianti sportivi anche molti templi greci, come quelli egizi od assiri, ebbero, se non giardini veri e propri, boschetti piantati attorno ad essi. Dodona aveva la sua quercia e probabilmente non soltanto quella. Nella parte posteriore del tempio di Delfi fu creato un boschetto di allori. Altri boschetti esistettero ad Epidauro ed a Mileto ed in quest'ultimo luogo, quando si scavò il tempio, si notò l'esistenza di un area libera di 60 metri per 100 posta attorno ad esso. Probabilmente era qui che si trovava il bosco sacro.
Ogni tanto, però, questi boschi sacri venivano trascurati e inaridivano. Questo accadde, ad esempio, a quello del santuario di Poseidone ad Onchestos. Nell'Iliade si descriveva il tempio circondato da alberi e così pure lo si presentava negli inni ad Hermes, ma quando Strabone vi si recò, trovò soltanto una zona desertica nella quale non esisteva neanche un filo di erba. Questo lo fece infuriare e lo spinse ad accusare di menzogna il povero Omero. Forse fu proprio la sua indignazione a spingere i fedeli ad intervenire, perchè quando Pausania arrivò lì 150 anni dopo trovò un florido gruppo di alberi. Lo scrittore non doveva aver letto Strabone e non doveva , quindi, conoscere la misera condizione in cui il suo predecessore aveva trovato quel luogo. Così, ingenuamente, credette che quegli alberi fossero addirittura gli stessi che Omero aveva descritto tanti secoli prima.
Ma il giardino sacro più bello era certamente quello delle ninfe che si trovava ad Itaca. Qui vi era un bel bacino d'acqua nel quale una cascatella si riversava spumeggiando. Tutt'attorno c'era un boschetto di alti e svelti pioppi e, proprio sulla roccia dalla quale sgorgava la cascatella, c'era un altare sul quale i viaggiatori sacrificavano alle ninfe. La sistemazione paesaggistica di questo luogo sacro era talmente notevole che i nomi dei tre Itacensi che lo avevano creato vennero citati dal poeta.
Fu soltanto verso la fine del V sec. a.C. che, oltre a questi speciali giardini, iniziarono ad apparire anche i primi giardini privati e qualche chioma di albero cominciò a far capolino qua e la anche tra le case strette l'una all'altra delle città greche. L'oratore Iseo (420-350 a.C.) cita uno di questi giardini, che egli dice esser precedente anche a quello, tanto bistrattato, di Epicuro. Egli racconta che, pur di poter avere un giardino annesso alla sua dimora, il poeta Dicaeogenes comprò la casa del suo vicino Teopompo e la fece demolire. Fu su quest'area che potè piantare i suoi alberi ed i suoi cespugli ed avere un pò di verde davanti alle sue finestre. Dopo Dicaeogenes altri seguirono il suo esempio. Nelle città greche comunque gli spazi verdi furono sempre pochissimi.
In compenso ad Atene attecchirono prestissimo i poetici "giardini di Adone".. Erano gli unici che non prendevano molto posto e, oltre tutto, duravano men che niente. Essi facevano parte del culto dedicato allo sfortunato amante di Venere, morto nel fiore della sua gioventù. A mezzo agosto, quando Adone veniva pianto dalle donne di Atene, esse ponevano sui loro tetti immagini del semidio e le circondavano di vasi nei quali piantavano finocchio, lattuga ed anche grano ed orzo. Le piante spuntavano rapidamente ed altrettanto rapidamente morivano riproducendo il ciclo della vegetazione e simbolizzando la immatura e violenta fine del bell'Adone.
Presto questo uso venne abbandonato dagli adulti. Ma i bimbi continuarono a porre sui tetti i giardini di Adone ed a piantare semi di rapida germinazione nei vasi improvvisati. Ormai questi poveri contenitori di ceramica erano spesso sostituiti da vecchie anfore spaccate a metà, ed erano diventati una cosa talmente priva di valore che Platone li nomina spesso quando vuole indicare una sciocchezza. Le loro conseguenze non furono invece senza importanza: infatti dai "giardini di Adone" derivò la coltivazione sui balconi e sulle terrazze di piante in vaso per uso ornamentale e già Teofrasto testimonia che ai suoi tempi la si praticava diffusamente.

Biliografia
Divulgazione scientifica.
E. SALZA PRINA RICOTTI, Dossier: I giardini nell'antichità in Archeo nº 69, November, pp. 50-97