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di Eugenia Salza Prina Ricotti
I GIARDINI DI ROMA - Come sempre anche il giardino romano derivò dall'orto e horti, quasi sempre al plurale, vennero chiamati i loro parchi.
Quando apparvero i primi giardini romani? Lasciando perdere un accenno di Plinio ad un ipotetico giardino di Tarquinio il Superbo, è soltanto all'inizio del II sec. a.C. che ne troviamo uno: sappiamo, infatti, che Ennio amava passeggiare negli horti di S. Sulpicio Galba, giardini che, posti sull'Aventino (180 a.C.), più o meno nel luogo dove oggi sorge la Villa dei Cavalieri di Malta, godevano di una splendida posizione . Secondo Cicerone, questi di Galba sarebbero stati i primi giardini di Roma. Non vi sono infatti accenni precedenti. Comunque a partire da questo momento il giardinaggio ebbe un rapido sviluppo.
Così nel I secolo a.C. tutti i grandi personaggi della fine della repubblica, oltre alle lussuose residenze da essi abitate in città vollero avere un hortus e, intorno al centro di Roma, si creò una fascia di grandi parchi alberati. In essi vi era sempre una residenza dove poter soggiornare, ma la loro parte più importante era costituita dal giardino. I ricchissimi patrizi possedettero insomma, una casa in città ed una villa in periferia, ne più ne meno di come fecero tutte le famiglie principesche di Roma dal Rinascimento in poi: vedi villa Borghese, villa Chigi, villa Aldobrandini, villa Torlonia e via dicendo.
Questi parchi occuparono i luoghi più scenici esistenti attorno al centro. Molti occuparono le rive del Tevere. Uno di questi si trovava all'altezza dell'odierno Lungotevere della Farnesina. Pare che appartenesse alla bellissima Clodia, la Lesbia di Catullo. Qui affreschi di soggetto isiaco furono trovati nello scavo della villa antica ed alcuni vennero spinti a collegarli con il soggiorno romano di Cleopatra, che nei giardini di Cesare risiedette. Quindi alcuni studiosi attribuirono a lui la proprietà del sito. Eppure non era certo necessario avere un'amante nata sulle rive del grande fiume africano per affrescare le proprie pareti con soggetti nilotici! A quell'epoca lo facevano tutti, e bene a ragione, questa attribuzione non è più accettata da nessuno.
Comunque gli horti di Cesare, che sappiamo esser stati ombreggiati da alti alberi e adorni di tempietti e statue di pregevole fattura, non dovevano trovarsi molto lontano da lì: probabilmente, li si incontrava appena girata l'ansa del fiume in direzione di Ostia. Nella zona c'erano anche gli horti di Antonio, ed anche loro si affacciavano sul sacro fiume, ma lo facevano dall'alto del Gianicolo, mentre i sottostanti giardini di Agrippina, posti all'altezza del Vaticano, godevano il Tevere molto più da vicino e lo costeggiavano con un bel portico posto proprio sulla riva del biondo fiume.
Vi furono poi le ville poste sui colli tutt'attorno al centro di Roma: sul versante occidentale del Pincio sorsero, bellissimi, i giardini di Lucullo che dopo vari passaggi di proprietà, nel quarto secolo d.C. divennero gli horti Pinciani, e Pincio si chiama ancora oggi il grande belvedere sulla Piazza del Popolo.
Sulla direttiva che dal Pincio va verso l'attuale Porta Pia, sorsero, ancor più fastosi, i giardini di Sallustio, una parte dei quali occupò un giardino che Cesare aveva presso porta Collina. Nel loro recinto che andava dalla porta Salaria a quella Pinciana - oltre ad un tempio di Venere Ericina del 180 a.C. - vi era un magnifico ninfeo adrianeo i cui resti, posti oggi a ben 14 m sotto il livello stradale, si trovano al centro di piazza Sallustio. Il parco che lo circondava era estesissimo e ricco di splendide statue. In esso vi era persino un circo talmente grande che si pensò di tenervi i giochi quando le innondazioni resero inagibile il Circo Massimo.
Nel 20 d.C. questi famosi giardini, entrati a far parte della proprietà imperiale, furono il rifugio favorito di molti imperatori: Nerva vi morì e Vespasiano vi passò molto tempo. Aureliano li preferì addirittura al Palatino e li abbellì costruendovi un portico pavimentato di marmo giallo, il "porticus miliariensis", lungo mille passi, cioè 300 m, che occupava tutta la lunghezza dell'odierna via XX Settembre. Aureliano lo usava addirittura come luogo dove esercitarsi a cavalcare, e vi galoppava avanti ed indietro fino a che sia lui sia il cavallo non erano sfiniti.
Mecenate, invece, si sistemò sull'Esquilino. Fu il primo a stabilirvisi e Orazio lodò i suoi horti per la purezza della loro aria, la bella vista che si godeva sulla Sabina ed i colli Albani e le loro lunghe passeggiate sulle mura serviane. In essi vi era anche un altissima torre, che, si diceva, toccasse quasi il cielo. Secondo Svetonio, era questa la torre dall'alto della quale Nerone, assistendo all'incendio di Roma, aveva cantato la caduta di Troia. Qualcosa di questi horti di Mecenate si è conservato. A parte la grande piscina natatoria, della quale fu notato qualche resto, esiste ancora il cosiddetto auditorium, un interessantissimo ninfeo tutto affrescato e con una gradinata dotata di un impianto per irrigare sulla quale si sistemavano le piante in vaso. Mecenate, morendo, lasciò i suoi horti ad Augusto, e Tiberio vi visse dopo esser tornato da Rodi. Nerone, poi, quando creò la sua Domus Transitoria, fece di essi il fulcro del suo progetto e li incorporò in essa.
Ma oltre la fascia di Horti che recingevano Roma, vi erano giardini anche nelle case di città: Attico al Quirinale aveva un boschetto dove soleva ricevere gli amici, e la casa di Crasso al Palatino disponeva di un vero e proprio parco nel quale tra l'altro vi erano 6 giganteschi lotos , alberi delle ulmacee talmente belli da passare alla storia. Crasso ne era così fiero che, quando vendette la proprietà, si riservò quella degli alberi.
Roma in definitiva era un città verde ed a questo verde contribuivano molto i giardini pubblici che la munificenza dei ricchi patrizi, prima, e degli imperatori, poi, avevano creato per il popolo. Si trattava quasi sempre di grandi recinti, costeggiati da lunghissimi portici. In quello di Pompeo, un recinto di 180 x 135 m, c'erano bellissime fontane, filari di platani ed una splendida statua di fauno dormiente. Il portico di Livia andava famoso per le sue viti: una di queste riusciva da sola a coprire tutta una pergola. Il portico di Vipsania si fregiava invece dei suoi boschetti di allori. Ma il più interessante di tutti - almeno dalle descrizioni che ne abbiamo - risulta esser stato quello di Agrippa. Questo parco era posto ad ovest della Via Lata ed in esso l'acqua aveva un'importanza fondamentale. Vi era infatti un grande canale che seguiva press'a poco il tracciato dell'attuale Corso Vittorio, mentre uno stagno di 300 x 180 m occupava tutta l'area tra il Pantheon e Piazza Navona. La gente andava a nuotare nella loro acqua gelida e Seneca usava tuffarvisi in occasione del primo dell'anno. A sud il parco, piantato ad alberi, era poi terminato da un lunghissimo portico, l'Hecatostylon.
I Romani erano insomma abituati ad avere molti giardini in città. Ma la maggioranza di essi erano pubblici; quelli privati, gli horti , si mantenevano discretamente alla periferia e, anche se al centro di Roma qualche casa godeva di un pò di verde, si trattava sempre di aree di modeste dimensioni. La città restava quindi a disposizione del popolo. Quando, però, dopo l'incendio di Roma, Nerone costruì sul colle Oppio la sua Domus Aurea ed occupò tutto il centro della città con un parco che, coprendo un'area di ottanta ettari, si estendeva dal Portico di Livia al Claudianum, includendo completamente il Palatino fino al limite del Circo Massimo, i cittadini si indignarono e la rivolta lo travolse.
É un peccato perciò che Nerone non abbia deciso di creare la sua residenza fuori dal perimetro cittadino, come poi, ammaestrati dalla lezione, fecero sia Domiziano che Adriano, perchè la Domus Aurea con il suo parco dovette essere una delle meraviglie del mondo antico, un monumento unico del quale, purtroppo, a noi è rimasta soltanto qualche breve descrizione . Il palazzo principale, che si ergeva su una bassa collina al centro di esso, lo dominava tutto. A sud si ammirava l'ingresso al complesso imperiale: un grandioso portico colonnato alto tre piani ed esteso su tre lati. Al centro di questo portico giganteggiavano i 40 metri della statua dorata di Nerone, un colosso che più tardi, con la testa cambiata e trasformata in quella del dio sole, fu posto davanti all'anfiteatro Flavio, e finì col dargli il nome.
Davanti al colosso si estendeva il grande parco, tutto centrato su una depressione nella quale gli architetti di Nerone, Flavio e Celere, avevano fatto confluire una serie di cascatelle artificiali e ruscelli che, alimentati da speciali diramazioni degli acquedotti, si riunivano a formare un lago. Il resto dell'area, ricca di padiglioni marmorei, terme e statue bellissime, aveva un carattere paesaggistico con boschetti, prati e persino animali pascolanti: rus in urbe , campagna in città, fu chiamato dagli storici. Una splendida residenza, ma del suo giardino niente è rimasto.
Bibliografia
divulgazione scientifica.
E. SALZA PRINA RICOTTI, Dossier: I giardini nell'antichità in
Archeo nº 69, November, pp. 50-97
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