di Egenia Salza Prina Ricotti
Leptis ed il mare –
A partire dal I sec a.C, chiunque, partito da Alessandria, veleggiasse lungo la costa settentrionale dell’Africa, avrebbe ad un certo punto visto apparire, ancora bassa sull’orizzonte e stesa pigramente sullo sfondo, una città bianca e spendente di marmi. Si trattava di Leptis Magna, un fortunato centro marittimo, nato probabilmente quando attorno al Mediterraneo avevano cominciato ad affermarsi civiltà potenti e ricche con cui commerciare, e quando i Fenici, ottimi marinai e ancor più abili mercanti, si erano messi a creare i loro empori sulle rive di questo mare. Leptis fu uno di questi centri e ben presto qui conversero le carovane provenienti dall’interno dell’Africa: lunghe file di cammelli con il loro carico di merci preziose, articoli che i furbi commercianti riuscivano facilmente a smerciare sulle piazze europee, dove popolazioni ormai raffinate, come quelle etrusche, acquistavano volentieri oggetti di lusso per adornarne le loro case ed i loro templi. Così, con carichi per cui valeva la pena di rischiare marinai e navi, i Fenici facevano continuamente la spola tra Asia Minore, Africa ed Europa.
Diciamo che Il nucleo di quella che poi sarebbe divenuta Leptis Magna si formò probabilmente attorno al VII-VI sec. a.C. La sua posizione era stata ben studiata e attentamente vagliata da quei formidabili navigatori che salpavano dalla lontana Tiro. Le navi commerciali dell’epoca, quelle dette onerarie, erano piccole, larghe e col fondo piuttosto piatto. Navigavano sospinte dal vento che gonfiava la loro unica vela quadrata. I pochi remi erano usati soltanto quando si doveva manovrare nei porti o ci si trovava bloccati da mortali bonacce. In queste condizioni non c’è da stupirsi se raramente si affrontava il mare aperto. Si seguivano quasi esclusivamente rotte di piccolo cabotaggio tenendosi sempre in vista della costa e dei luoghi in cui ci si poteva rifornire di cibo, ma soprattutto d’acqua. Oltre tutto se si restava vicini alla terra si poteva sempre trovare un rifugio in caso di bufera, e dopo aver alato le imbarcazioni sulla spiaggia, attendere che gli elementi si placassero.
I Fenici giudicarono subito adattissima per un emporio la località dove poi sarebbe sorta Leptis. Le caratteristiche dell’approdo ne facevano un riparo ideale ed il luogo, sito com’era immediatamente dopo le interminabili ed inospitali Grandi Sirti, costituiva una tappa assolutamente necessaria. Quella era la tratta di navigazione più pericolosa del Mediterraneo. Per giorni e giorni dopo esser salpati dalla Cirenaica, i naviganti costeggiavano la distesa arida e disabitata con cui il deserto del Sahara si affacciava sul Mediterraneo. Le terribili Sirti le chiamavano gli antichi e, per le fragili navi onerarie, che, di tanto in tanto, dovevano provvedere all'indispensabile rifornimento d'acqua, quell’acqua di cui non c’era traccia in quell’arida regione, veleggiare lungo quella riva piatta su cui tra le rosse sabbie si allungavano le sepke, le bianchissime e abbacinanti distese di sale, era realmente un incubo. Il pericolo era sempre in agguato Quei poveri marinai vivevano continuamente agitati dalla paura che Eolo potesse tradirli: per loro una lunga bonaccia mentre si trovavano a metà strada lungo le Sirti avrebbe significato la morte. Possiamo immaginarci con quale sollievo proprio alla fine di questo tratto essi vedevano aprirsi davanti loro la larga foce che l’uadi Lebda si era scavato nella costa. Alcuni scogli, posti a non molta distanza dalla riva, rompevano la prima furia delle onde, mentre l'ancoraggio, spazzato dalle dolci correnti locali, restava libero e offriva ottimi fondali alle normali navi onerarie dell'epoca che, con una stazza variabile da un minimo di 25-30 tonnellate ad un massimo di 160, non pescavano mai più di due metri a pieno carico. Era a quest’approdo che i marinai potevano far capo e, oltre a caricare le mercanzie, rifornirsi d’acqua e di cibo.
All’inizio possiamo immaginarcelo questo nucleo di una futura città: un largo e polveroso spiazzo di rossa e impalpabile sabbia del deserto con attorno, una frangia di palme e una fila di abitazioni per la gente dell’emporio. Casupole di tim, la terra battuta in casseforme con cui in Africa si tirano su le mura. Al centro dell’area ci saranno stati un paio di pozzi ed un largo abbeveratoio per i cammelli delle carovane. Qui, in un secondo tempo, s’impiantò anche un nucleo di immigrati greci e con loro si formò il gruppo ideale per sviluppare attività e commerci. Cominciò così Leptis Magna, la città che doveva diventare quel bianco miracolo di marmo.
Passarono i secoli e la grande potenza punica che abbracciava tutta la costa nordoccidentale dell’Africa si era ormai saldamente affermata.. Leptis cresceva sempre di più. Neanche le rovine delle guerre puniche influenzarono molto il suo sviluppo. Vennero i Romani, ma, anche dopo che Leptis fu multata e declassata da civitas foederata (città alleata) a stipendaria, (città tributaria), il suo periodo d'oro continuò. Del resto i legami tra Leptitani e Romani erano forti. I Leptitani avevano tanto da vendere ed i Romani tanta voglia di comprare. Cittadini romani interessati a questi commerci si erano trasferiti a Leptis e, per poter meglio badare ai propri interessi, vi avevano messo su casa. Sempre in Africa si era insediato l'argentarius Erennio di cui ci parla Cicerone nelle sue Verrine, un intraprendente banchiere il quale esercitava il traffico tra la costa africana e quella siciliana. Così la maggiore espansione di Leptis ed il suo periodo economicamente più florido ebbe luogo tra il I sec. a.C. e la seconda metà del I sec. d.C. quando ormai i Romani dominavano una larga parte del mondo conosciuto.
In quell’epoca i prosperi commerci permisero agli armatori locali di accumulare immensi patrimoni. Dalle sue banchine si caricavano sulle navi merci di ogni genere. Qui giungevano le strade che provenivano dal paese dei Garamanti, e qui arrivavano le carovane che, come ci raccontano Plinio e Strabone, portavano avorio, gemme, pelli di animali selvatici, schiavi negri e belve. Sulla costa fiorivano la pesca e le industrie della conservazione del pesce; qui si produceva tonno salato ed ottimo garum, mentre per un vasto raggio tutt'attorno alla città, si stendevano le campagne dei ricchi latifondisti .Ancor oggi nei letti degli uadi troviamo i resti delle dighe con cui essi raccoglievano le acque per l'irrigazione, e ancor oggi vediamo le rovine delle loro fattorie e dei numerosi frantoi dove si spremeva l'olio delle olive locali. Insomma la campagna attorno alla città era uno di quei fiorenti centri dello sfruttamento agricolo fatto seguendo le direttive contenute nel trattato di agricoltura del neopunico Magone. Ma la base della ricchezza di Leptis continuava a provenire dal suo porto: un semplice approdo naturale, è vero, ma estremamente efficiente. Per tutto il I sec. a.C. e buona parte del I d.C. esso continuò ad essere in piena attività e le cose andavano a gonfie vele. Basta esaminare lo sviluppo urbanistico della città per rendersene immediatamente conto. Oltre che incrementare ogni sorta di nuove imprese, i ricchi traffici incidevano anche sullo sviluppo cittadino. A ogni piè sospinto sorgevano monumenti e costruzioni con cui i locali Mecenati abbellivano la loro città e si ingraziavano la popolazione. Non c’è dubbio che durante quel periodo qui si sviluppò una florida edilizia privata: quell'industria pilota che con il suo andamento ha sempre rispecchiato la situazione economica di un popolo.
Infatti, finché tutto va bene, il privato spende, investe e porta lavoro e benessere ai suoi concittadini. Appena però l'economia entra in crisi, i locali plutocrati, sia per mancanza di liquidi, sia perché vengono spinti a cercare altrove nuovi investimenti che li salvino, si ritirano dal campo. A quel momento, quasi sempre per aiutare la larga parte della popolazione cui l'edilizia dava pane e lavoro, l'intervento statale è obbligato ad entrare in gioco e lo fa più o meno efficacemente, ma certamente con un più scarso entusiasmo.
Osservando l'urbanistica di Leptis vediamo proprio verificarsi un fenomeno di questo genere. Per tutto il periodo che va dal I sec. a.C. alla fine del regno di Nerone, l'edilizia privata, finanziata dai cittadini leptitani, quasi tutti neopunici, fiorisce. Fu in questo periodo che Iddibal ben Caphada, di cui ci resta un bellissimo ritratto, fece costruire il Calchidico, un portico adiacente ad un largo spiazzo sulla cui funzione si è detto un po' di tutto: luogo di commerci, mercato delle lane e dei tessuti e via dicendo. Intanto il suo contemporaneo Annobal Tapapius Rufus figlio di Himilco aveva donato ai suoi concittadini uno splendido teatro e il monumentale mercato per le derrate alimentari i cui banconi, e specialmente quelli per la vendita del pesce, sembrano più adatti ad una gioielleria che ad uno spaccio di cernie e merluzzi. Altri contribuirono con templi, come quello in onore della Cerere Augusta offerto da Suphunibal figlia di Hannobal Rufo che lo fece erigere sulla sommità della cavea, o quello degli dei Augusti fatto costruire da Iddibal Tapapius figlio di Magon nel peristilio dietro al teatro,
Un anfiteatro in negativo - Lo stato fu presente soltanto con un certo numero di archi di trionfo, più un anfiteatro creato in epoca neroniana sotto il proconsole Taberio Flavino. Fu un'opera di grandissimo effetto, che, tra l'altro, non richiese molto denaro e fatica. Infatti, si pensò bene di sfruttare la grande cava di pietra dalla quale erano stati tratti i blocchi per le monumentali costruzioni di Leptis, e si creò un anfiteatro che, invece di ergersi alto sul terreno, come gli altri sparsi nell'impero romano, sprofondò nelle viscere della terra. Oggi realmente notevole è l'effetto prodotto sul visitatore che, seguendo i cartelli con le indicazioni cerca, stupito, di vedere elevarsi sulla pianura odorosa di origano selvatico la gran massa di un monumento quale è quello che egli si aspetta, ma, mentre ancora si guarda intorno, l’arena gli si apre all'improvviso sotto ai piedi. Egli si trova di colpo sul più alto gradino di un profondo anfiteatro e, colto da vertigini, resta lì a contemplare il vuoto. Uno splendido anfiteatro, ma non certo un intervento economicamente importante.
E poi, la stasi - Si arrivò così alla fine del I sec. d.C. quando, al frenetico periodo di attività dell'epoca precedente, ne subentrò uno di stasi. Da quel momento in poi, i potenti mercanti e gli armatori che fino allora avevano fatto a gara ad abbellire la città se ne disinteressarono completamente. Verso la fine del I sec. d.C. ci fu la costruzione flavia di due templi posti proprio nella zona del porto e rivolti verso il mare. Poi. Adriano contribuì all'edilizia cittadina con le grandi terme il cui lato nord-orientale era tagliato sghembo per seguire il corso dell'uadi Lebda: un grandioso impianto termale adorno di statue bellissime tra cui spiccava, immancabile, quella di uno splendido Antinoo. Un edificio notevole, ma pur sempre un intervento minore se lo si paragona al fervore delle opere dei secoli precedenti. In campo privato intervenne soltanto un certo Candidus che provvide al rifornimento idrico delle terme e che, nonostante il nome latinizzato, era in realtà un leptitano, cosa che si deduce facilmente dall'immancabile elenco di antenati che nelle epigrafi locali definisce chi sia il donatore, e che, per il nostro Candidus, inizia quasi subito con nomi indiscutibilmente punici. Un Leptitano romanizzato, quindi, che probabilmente aspirava a ingraziarsi i potenti ed ottenerne in cambio qualche carica importante.
Ma Candidus fu una rondine che non fece primavera: a Leptis ormai esisteva soltanto l'intervento statale, e anche questo agiva in misura modesta. La città insomma era caduta in una fase di torpore e così continuò fino alla fine del II sec. d.C.
I Romani ed i porti - Cerchiamo di immaginare cosa stesse succedendo e, data la fondamentale importanza del porto nella vita economica di Leptis Magna, vediamo di capire se esso si trovasse o no alla base di tale periodo nero. La storia di questo scalo è stata esaminata a fondo dal Bartoccini, l’archeologo che scavò il suo bacino, ed è attraverso i suoi rendiconti che noi possiamo seguire dal principio alla fine quello che accadde. Come abbiamo visto, fino ad una certa epoca, il porto era stato fonte di ricchezza per tutta la regione e aveva molto ben funzionato. Lo prova la stessa presenza di Leptis che, se non fosse stato per esso non avrebbe mai avuto né ragione né possibilità di esistere.
Nel primo approdo, una semplice insenatura creata dall'uadi e difesa da barre di scogli che le facevano da frangiflutti, tutto dal punto di vista pratico ed economico era andato a gonfie vele. Le navi arrivavano a sostare e fare il loro carico sul lato occidentale dell'insenatura, là dove sorgeva la città. Qui, dove tutt'al più esisteva una rudimentale banchina, un lungo tratto di spiaggia, lasciato libero a monte di essa, serviva per alare le imbarcazioni durante l'inverno, quando le navi onerarie non viaggiavano, come pure per metterle a riparo in caso di mareggiate, o per tirarle a secco quando si fosse reso necessario ripararle e calafatarle. Non era il porto di Alessandria con il suo monumentale Faro e le varie sezioni, ma, come abbiamo visto, funzionava.
Questa tranquilla e prospera vita venne ad un tratto bruscamente compromessa da un maldestro tentativo di migliorare lo scalo. Probabilmente qualche proconsole romano di epoca neroniana pensò di proteggere meglio le navi creando un pennello che chiudesse l'estremità occidentale dell'insenatura. Purtroppo egli non si rese conto che questo molo avrebbe sbarrato proprio lo sbocco dell'uadi. Infatti, ogni volta che l’uadi “scendeva” (come si dice da quelle parti) l'impetuoso torrente depositava tonnellate della rossa e fine sabbia del deserto contro il malaugurato sbarramento. A complicare la situazione e, sempre con l'idea di formare un tranquillo specchio d'acqua che avrebbe permesso alle navi di restare ormeggiate anche durante le tempeste, il responsabile della trasformazione del porto pensò poi bene di unire lo scoglio più orientale con la terraferma. Il risultato dei due interventi fu quello di escludere dal bacino le benefiche correnti che, provenendo da oriente, spazzavano continuamente la rada e impedivano alla sabbia di accumularvisi. Dopo i lavori l'unica corrente lasciata in azione fu quella proveniente da nord che trascinava con sé un carico di rena. Il fondale del porto cominciò ad alzarsi e, mese dopo mese, anno dopo anno, le navi ebbero sempre più difficoltà ad attraccare, fino a che neanche le più piccole poterono trovarvi riparo.
Ovviamente ci volle un po' di tempo, ma alla fine del secolo il porto e la vita di Leptis erano minacciati. Così pian piano i ricchi armatori dovettero correre ai ripari. Probabilmente molti di loro erano proprietari di latifondi e, sulla costa, troviamo i resti di molte di queste proprietà. Chi non ne aveva fece presto a comprarsene una. Così all’inizio del secondo secolo ai due lati di Leptis cominciò a sorgere una collana di ricchissime residenze marittime: ville che ostentavano splendidi pavimenti musivi, lussuose terme e tutto quanto serviva per una vita piacevole, ma soprattutto ville dotate di porti. La zona preferita per impiantarle fu quella ad occidente di Leptis: una costa frastagliata con alti promontori rocciosi tra cui si allungavano bianchissime marse (spiagge). Era l’ideale: ci sarebbe stato un approdo per ogni lato dei promontori in modo che per ogni villa ci fosse sempre un ancoraggio sotto vento. Le marse poi erano ideali dato che offrivano la possibilità di alare a riva le navi sia durante i periodi non adatti alla navigazione sia quando si doveva provvedere alla necessaria manutenzione degli scafi. Da quel che si vede par di capire che piano piano tutti i maggiorenti della città abbandonarono Leptis e questa città, già colpita dall’interramento del porto, vide così calare anche gli incassi versati nelle sue casse dai suoi più floridi cittadini
A questo punto ascese al trono Settimio Severo, un leptitano che non aveva mai imparato a parlare un buon latino, e che conservò per tutta la vita il suo forte accento africano. Al suo avvento al potere Leptis stava languendo e il porto insabbiato non funzionava più. Ora, a parte il naturale interesse che l’imperatore nutriva per la sua città natale, egli ben conosceva l’importanza di Leptis per la navigazione nel Mediterraneo; quindi cercò di salvarla.
Bibliografia
Divulgazione scientifica
- E. SALZA PRINA RICOTTI, Dossier Leptis Magna, la città delle ombre bianche in Archeo (Anno X, nº 9 (127)) September 1995, pp. 50-91
Articoli scientifici
E. SALZA PRINA RICOTTI - Le Ville di Silin in RPAA Vol. XLIII, 1970-1971, pp.135-163
E. SALZA PRINA RICOTTI - Ville Marittime e residenziali del Nord Africa in Colloquii del Sodalizio - nº 2 - 1968-1970, pp. 21-32, tavv. I-III.
E. SALZA PRINA RICOTTI - I porti della zona di Leptis Magna in Rend. Pont. Acc. Rom. di Arch., Vol. XLV, 1972-1973, pp.75-103, Plates and figg..