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Il porto di Leptis ed i Romani

di Eugenia Salza Prina Ricotti

I Romani ed i porti - Cerchiamo di immaginare cosa stesse succedendo e, data la fondamentale importanza del porto nella vita economica di Leptis Magna, vediamo di capire se esso si trovasse o no alla base di tale periodo nero. La storia di questo scalo è stata esaminata a fondo dal Bartoccini, l’archeologo che scavò il suo bacino, ed è attraverso i suoi rendiconti che noi possiamo seguire dal principio alla fine quello che accadde. Come abbiamo visto, fino ad una certa epoca, il porto era stato fonte di ricchezza per tutta la regione e aveva molto ben funzionato. Lo prova la stessa presenza di Leptis che, se non fosse stato per esso non avrebbe mai avuto né ragione né possibilità di esistere.
Nel primo approdo, una semplice insenatura creata dall'uadi e difesa da barre di scogli che le facevano da frangiflutti, tutto dal punto di vista pratico ed economico era andato a gonfie vele. Le navi arrivavano a sostare e fare il loro carico sul lato occidentale dell'insenatura, là dove sorgeva la città. Qui, dove tutt'al più esisteva una rudimentale banchina, un lungo tratto di spiaggia, lasciato libero a monte di essa, serviva per alare le imbarcazioni durante l'inverno, quando le navi onerarie non viaggiavano, come pure per metterle a riparo in caso di mareggiate, o per tirarle a secco quando si fosse reso necessario ripararle e calafatarle. Non era il porto di Alessandria con il suo monumentale Faro e le varie sezioni, ma, come abbiamo visto, funzionava.
Questa tranquilla e prospera vita venne ad un tratto bruscamente compromessa da un maldestro tentativo di migliorare lo scalo. Probabilmente qualche proconsole romano di epoca neroniana pensò di proteggere meglio le navi creando un pennello che chiudesse l'estremità occidentale dell'insenatura. Purtroppo egli non si rese conto che questo molo avrebbe sbarrato proprio lo sbocco dell'uadi. Infatti, ogni volta che l’uadi “scendeva” (come si dice da quelle parti) l'impetuoso torrente depositava tonnellate della rossa e fine sabbia del deserto contro il malaugurato sbarramento. A complicare la situazione e, sempre con l'idea di formare un tranquillo specchio d'acqua che avrebbe permesso alle navi di restare ormeggiate anche durante le tempeste, il responsabile della trasformazione del porto pensò poi bene di unire lo scoglio più orientale con la terraferma. Il risultato dei due interventi fu quello di escludere dal bacino le benefiche correnti che, provenendo da oriente, spazzavano continuamente la rada e impedivano alla sabbia di accumularvisi. Dopo i lavori l'unica corrente lasciata in azione fu quella proveniente da nord che trascinava con sé un carico di rena. Il fondale del porto cominciò ad alzarsi e, mese dopo mese, anno dopo anno, le navi ebbero sempre più difficoltà ad attraccare, fino a che neanche le più piccole poterono trovarvi riparo.
Ovviamente ci volle un po' di tempo, ma alla fine del secolo il porto e la vita di Leptis erano minacciati. Così pian piano i ricchi armatori dovettero correre ai ripari. Probabilmente molti di loro erano proprietari di latifondi e, sulla costa, troviamo i resti di molte di queste proprietà. Chi non ne aveva fece presto a comprarsene una. Così all’inizio del secondo secolo ai due lati di Leptis cominciò a sorgere una collana di ricchissime residenze marittime: ville che ostentavano splendidi pavimenti musivi, lussuose terme e tutto quanto serviva per una vita piacevole, ma soprattutto ville dotate di porti. La zona preferita per impiantarle fu quella ad occidente di Leptis: una costa frastagliata con alti promontori rocciosi tra cui si allungavano bianchissime marse (spiagge). Era l’ideale: ci sarebbe stato un approdo per ogni lato dei promontori in modo che per ogni villa ci fosse sempre un ancoraggio sotto vento. Le marse poi erano ideali dato che offrivano la possibilità di alare a riva le navi sia durante i periodi non adatti alla navigazione sia quando si doveva provvedere alla necessaria manutenzione degli scafi. Da quel che si vede par di capire che piano piano tutti i maggiorenti della città abbandonarono Leptis e questa città, già colpita dall’interramento del porto, vide così calare anche gli incassi versati nelle sue casse dai suoi più floridi cittadini
A questo punto ascese al trono Settimio Severo, un leptitano che non aveva mai imparato a parlare un buon latino, e che conservò per tutta la vita il suo forte accento africano. Al suo avvento al potere Leptis stava languendo e il porto insabbiato non funzionava più. Ora, a parte il naturale interesse che l’imperatore nutriva per la sua città natale, egli ben conosceva l’importanza di Leptis per la navigazione nel Mediterraneo; quindi cercò di salvarla.
Settimio Severo - Fu a Settimio Severo che la città dovette il notevolissimo complesso monumentale tutto incentrato sul progetto di un nuovo porto. Asse del suo piano urbanistico fu una via colonnata che, iniziando nella zona delle Terme Adrianee con un gigantesco ninfeo si dirigeva poi al progettato cotton. Sul lato occidentale della strada si ergevano, marmorei e decoratissimi, il Foro e la Basilica severiani. Nel Foro, attorno al grande spazio che culminava col tempio principale, correva il portico sorretto da colonne corinzie. Qui, quasi a sorvegliare l’imponente spianata, dee marine le cui guance e sopracciglia erano sottolineate da frastagliate alghe, mentre pesci e coccodrilli si agitavano tra i loro capelli si sporgevano dai clipei posti tra le arcate del colonnato e ad esse si alternavano grandi teste di Meduse, nelle cui chiome si attorcevano terribili serpenti. Possenti sculture e tutte presentavano molte analogie con quelle ellenistiche di Afrodisia.
Intanto, nella vicina basilica, la decorazione, basata su soggetti ispirati alle leggende di Ercole e Liber Pater, esplodeva con forza incredibile in lussureggianti altorilievi. I due dei protettori della città, incorniciati da un'incredibile profusione di rami intrecciati in spirali contrapposte, che gli immancabili fori di trapano, tipici dell'arte severiana, trasformavano in un ricco ed affollato merletto, spiccavano nelle lesene con i loro forti chiaroscuri esaltati al massimo dal sole e dalla forte luce africana.
A lato, la via colonnata continuava verso Nord, e tutto il complesso monumentale culminava nel porto: un porto pressoché perfetto, che due lunghi moli racchiudevano a specchio di acqua. All'estremità del molo occidentale la torre del faro si ergeva alta sulle onde che ne incorniciavano la base con la loro bianca spuma, mentre tutto intorno alle sue banchine si allineava una lunga fila di capaci magazzini che avrebbero dovuto ospitare la merce in attesa di essere caricata. Un magnifico porto e notevolmente ben conservato. Anzi, anche troppo.
Infatti, il visitatore che vi arrivi da Ovest e si affacci ai limiti di quello che era il suo bacino, ha addirittura l'impressione di trovarsi di fronte ad una costruzione appena finita e questa sensazione viene a farsi più acuta quando, dopo aver attraversato lo spazio, oggi completamente insabbiato, che divide il molo occidentale da quello orientale e, dopo aver evitato di finire nelle sabbie mobili accuratamente segnalate da cartelli di pericolo, egli monta sulla banchina orientale e la vede da vicino. Qui le lastre della pavimentazione sono intatte come al momento in cui furono messe in opera, e su di esse si notano, freschi, i segni degli scalpelli lasciati sulla pietra dagli scalpellini. Sempre segni di scalpelli si vedono chiaramente nel foro dei mensoloni sporgenti dai moli nei quali dovevano venir infissi i pali a cui attraccare le navi, segni che il dolce strofinio del legno prodotto dal rullio delle imbarcazioni avrebbe fatto presto a far scomparire: basta guardare cosa successe ai mensoloni dello stesso tipo usati nel porto di Aquileia, la cui parte interna è lisciata a fondo e gli orli del foro sono ampiamente consumati e svasati dal continuo ondeggiare dei pali. Eppure la pietra dell'impianto veneto era molto, ma molto più resistente all'usura di quella libica.
Ora, tutto questo lascia perplessi. Il calcare, anche quello migliore che si possa trovare nella regione, ossia la pietra di Azizia, è sempre materiale tenero e l'uso lo segna profondamente, mentre la pavimentazione del porto severiano si presenta ancora nuova ed intatta. Ci sono, è vero, segni di occupazione umana dell’area, ma si tratta di tracce che con l’attività di un porto non hanno niente a che fare. Le notiamo in alcuni punti della banchina est su cui si distinguono cerchi di circa un metro di diametro e di una ventina di cm di larghezza. Qui la pietra, che tutt’attorno mostra ancora ben freschi i segni dell’opera degli scalpellini, è stata tanto lisciata da diventare persino lucida.. Eppure non sono state spaventose sollecitazioni quelle che hanno logorato il pavimento: questi cerchi sono stati prodotti dallo strofinio dei piedi nudi di una tribù di beduini, povera gente che, dopo la caduta dell'impero romano, frequentarono l'area del porto e che sulle banchine usavano girare intorno alle loro macine per l'orzo. Insomma le uniche tracce che abbiamo su quella banchina sono i pochi cerchi prodotti da poveri piedi nudi. Nudi, badate! Pensate un po’ alle tracce che avrebbero lasciato le ruote cerchiate di ferro di un quotidiano passaggio di carri con materiale da caricare sulle navi; pensate un po’ a come sarebbero presto scomparsi i segni degli scalpelli sotto lo strofinio delle larghe zampe dei cammelli; cercate di immaginare come si sarebbe presentata quella pavimentazione se fosse stata sottoposta al normale traffico di un porto affollato, soprattutto poi se, come è stato ipotizzato da alcuni studiosi, il porto avesse attivamente lavorata dagli inizi del III sec. d.C. fino all’arrivo dei Bizantini.
Oltre a questi cerchi le uniche altre tracce di occupazione - concentrate, oltre tutto, in un tratto limitato a pochi metri - sono i solchi delle corde di cui sempre i nomadi si servivano per tirar su i pesi dal ripiano sottostante. Solchi che gente poco pratica di mare e di navigazione hanno descritto come quelli lasciati dall'ormeggio dei battelli. E a che mai si sarebbero potuti ormeggiare i battelli quando sulle banchine non vi era niente a cui attaccare un cavo? Nel porto ovviamente si era previsto come far ormeggiare le navi, ma in un modo del tutto diverso. A questo scopo, erano stati previsti i mensoloni in cui sarebbero stati piazzati i pali a cui attraccarsi; quindi ormeggi e cavi che, restando rigorosamente esterni al limite del molo, non potevano assolutamente averne tagliato le banchine.
A parte queste poche tracce il porto si presenta intatto come al momento della sua inaugurazione. Un porto nuovo, perciò; un porto mai usato. E qui torniamo ad una frase che leggiamo nel famoso Stadiasmus Maris Magni, un portolano datato al III sec. d. C., la migliore e più importante guida alla navigazione dell’antichità. Qui, dopo aver descritto la traversata delle Grandi Sirti, il testo arriva a Leptis e la descrive proprio come doveva allora presentarsi ai naviganti
"Appare, tutta bianca, la città di Leptis, ma non ha porto".
Strana affermazione per questa capitale del deserto che presenta ancora oggi un perfetto porto monumentale. Ora lo Stadiasmus Maris Magni non è un'opera di fantasia e non fu compilato da un qualsiasi storico o geografo che in quelle parti del mondo non aveva mai messo piede: lo Stadiasmus è un portolano, uno dei tanti portolani scritti attraverso i secoli, continuamente aggiornati e gelosamente custoditi dai navigatori, documenti indispensabili per seguire le rotte, trovare approdi adatti e luoghi di rifornimento. Se sullo Stadiasmus si leggeva qualcosa si poteva credergli ciecamente e quindi dobbiamo accettare il fatto che nonostante il magnifico porto severiano di Leptis in quel bacino, non c’era mai entrato nessuno.
Il porto era stata la grande opera di Settimio Severo, ed egli aveva sperato di vederlo funzionare a pieno ritmo. Era un uomo capace e non quell’inguaribile spendaccione con manie di grandezza quale alcuni vollero dipingerlo. Se fosse stato tale non avrebbe potuto ideare e mettere in atto quella ammirevole riforma amministrativa che restò in vigore fino alla fine dell'impero romano. È chiaro che Leptis lo interessava anche perché era la sua città, ma questo non era il solo movente. Infatti, egli si rendeva perfettamente conto che un porto serio e capace posto al limite delle Grandi Sirti, a mezza strada tra Cartagine ed Alessandria, non era utile soltanto ai Leptitani: esso era indispensabile alla navigazione nel Mediterraneo. Inoltre se la perdita dei commerci aveva stremato la sua patria, la perdita di tasse e tributi, che essa era usa versare, danneggiava l'erario imperiale. Quindi quando Severo si mosse egli aveva ben chiaro in mente cosa fare ed approvò il magnifico progetto che, iniziato con i grandi lavori edilizi finanziati da Roma per ridare fiato alla città, culminava nella costruzione di un mirabile porto, un cotton ancor più bello di quello di Cartagine, e tale da far ritornare a Leptis tutte le navi, tutti gli armatori e tutti i mercanti che l'avevano abbandonata.
Punto fondamentale del suo piano era quindi quello di sostituire con una struttura efficiente l'approdo che si era insabbiato. Voleva rifare il porto e rifarlo molto più grande e ben protetto in modo che l'interramento non si verificasse mai più. Per questo desiderava eliminare le cause che, secondo lui, stavano alla base del fenomeno e, colpito come tutti gli altri da quello più immediatamente visibile che si era verificato nell'approdo quando erano cominciato i suoi guai, e precisamente dalla sabbia rossa che continuava ad ammassarsi contro il pennello neroniano, si convinse che colpevole di tutto fosse l'uadi e che fosse stato lui a distruggere l'economia della città. Quindi una delle prime cose che fece fu quella di creare una grande diga a monte della città e dirottare il corso del Lebda portandolo a sboccare lontano sulla costa occidentale. Poi costruì un porto in cui il silt desertico non si sarebbe più visto e quindi, secondo l'opinione di tutti, ogni cosa si sarebbe aggiustata.
Il porto, il bellissimo porto venne infatti costruito, un bel bacino racchiuso da lunghi moli e protetto da tutti i venti, ma la sua imboccatura era diretta proprio verso il punto dell'orizzonte da cui, portando con sé tonnellate di rena, proveniva un’esiziale e pressoché continua corrente. La costruzione avvenne con le modalità solite: l'area del porto venne racchiusa da una camicia impermeabile e la costruzione dei moli avvenne all'asciutto. Una volta finito, si sarebbe tolta l'ostruzione, aperta l'imboccatura, e, secondo le previsione dell'imperatore e dei suoi compatrioti, l'acqua sarebbe entrata riempiendo il bacino e le navi avrebbero cominciato ad affluire. Così fu fatto, ma non si era tenuto conto della corrente proveniente dall'alto mare e della sabbia che con sé trasportava. Ancora durante la costruzione del porto la sabbia aveva continuato ad ammassarsi all'imboccatura del porto formando una duna costiera che impedì l'accesso al bacino e pose la parola fine alle speranze dei Leptitani. Lo stato dei moli ci dice che questo dovette verificarsi quasi subito.
E pensare che per rimettere in funzione l'approdo di Leptis non occorreva tutto quel lavoro; sarebbe bastato distruggere il pennello neroniano ed il molo che ad oriente congiungeva lo scoglio con la costa, riportando l'approdo al suo stato originale; ma nessuno lo capì. La storia di Leptis, come città portuale e ricco emporio, si chiuse per sempre.
La città continuò a vivacchiare - era pur sempre il capoluogo della zona - ma la sua vita come attivo centro di commerci era finita. Oggi infatti nella Piazza delle Corporazioni di Ostia attorno alla quale tutti i porti dell'impero allineavano i loro "scagni" - così in gergo marinaro si chiamano gli uffici degli armatori - non troviamo quello di Leptis. C'è solo quello di Sabratha. Si tratta di uno "scagno" grande il doppio degli altri, e a due fornici. Sul mosaico che si trova sulla soglia di uno di essi c'è rappresentato l'elefante di Sabratha contrassegnato dal nome del suo porto; sull'altra soglia c'è una nave oneraria con le vele spiegate e la scritta NAVICULARII ET NEGOTIANTES DE SUO che si può tradurre come "armatori e mercanti indipendenti". Data la connessione di questo ufficio con quello di Sabratha e quindi con la costa libica unita all'affermazione che si trattava dell'associazione dei liberi armatori e mercanti, non è azzardato supporre che ci troviamo davanti allo "scagno" che i navicularii et negotiantes indipendenti della costa leptitana, i profughi della fine del I sec. d.C., i padroni delle grandi ville costiere e dei loro approdi, mantenevano ad Ostia per badare ai propri affari
Del porto di Leptis restò la tragedia racchiusa nella frase dello Stadiasmus Maris Magni,
"Appare, tutta bianca, la città di Leptis, ma non ha porto”
Leptis era nata dal mare e di questo anche morì, ma non fu il mare a distruggerla.. Gente che di navigazione sapeva poco o niente riuscì a rendere completamente inutilizzabile il suo approdo. Così, privata della fonte della sua ricchezza, la città decadde: lentamente, è vero, ma inarrestabilmente. Restò però la sua bellezza, la ricchezza dei suoi monumenti, dei suoi marmi,