di Eugenia Salza Prina Ricotti
Dadi, astragali e giochi da tavolo - Passata una certa età, e diventati adulti si cominciava ad interessarsi ad un altro genere di giochi, molto meno animati, ma nei quali si poteva vincere o perdere denaro e, a volte, si parlava di somme realmente importanti. Si scommetteva forte su incontri come le lotte dei galli, uno sport molto praticato nell’antichità, e apprezzato non soltanto dai grandi che incentivavano l’eccitazione per lo spettacolo con l’interesse offerto dalla scommessa, ma anche dai piccoli che tenevano alla vittoria del loro volatile preferito. anche se erano gli adulti quelli che ci rimettevano i loro soldi. Così le scene di galli in combattimento si vedono riprodotti sempre sulle stele e sui sarcofaghi dei più giovani, e nelle statuette dei coroplasti ellenistici, quegli artigiani che, oltre a fare bambole, si producevano in quadretti di vita quotidiana, raggiungendo, a volte, risultati di alto valore artistico. In uno di questi gruppetti, conservato al Louvre, due bambini osservano i loro galli che, con tutte le penne arruffate, si scagliano l’uno sull’altro. In un altro, che invece si trova a Baltimora, il combattimento sta chiudendosi con la sconfitta di uno dei due volatili mentre il suo padroncino, appoggiato ad un muretto, piange sconsolato (fig.1). Galli in combattimento vediamo pure su due bei sarcofagi di Ostia, mentre, giacente sul coperchio di uno conservato all’interno di questo museo, si vede un giovane nel fiore degli anni che stringe nelle braccia il suo battagliero volatile.
Non si era proprio ai giochi di azzardo, ma erano sempre giochi che importavano scommesse e furono praticati anche dall’imperatore Augusto il quale, fin da giovanissimo, fu un giocatore accanito e, anche se indubbiamente preferiva altre e più emozionanti partite, in mancanza di meglio si divertiva pure a scommettere sui galli. Del resto, a quanto dice Plutarco, in questo, come nel resto, egli finiva sempre coll’avere molta fortuna. Ma i giochi d’azzardo principali restavano da tempo immemorabile, i dadi e gli astragali.
Non è che i giochi d’azzardo fossero ben visti a Roma, anzi essi erano proibiti per legge ed erano consentiti soltanto durante il periodo dei Saturnali.
Abbandona per un po' l'austerità - scriveva Marziale-
Ecco che Dicembre, liberato dalle leggi,
fa risuonare qua e la (i dadi) nei frivoli bossoli
e si giuoca alla "tropa" (fig.4) con l'astragalo briccone
La proibizione, come capita sempre da tempo immemorabile a Roma, veniva completamente e beatamente ignorata. Le autorità però cercavano di far rispettare la legge e quando finivano le vacanze invernali e quando, come ci dice Marziale, si riaprivano le scuole,e
........ il fanciullo, triste, ha dovuto abbandonare le sue noci
richiamato dalle grida del maestro.
anche un certo numero di trasgressori venivano sorpresi e condotti in giudizio.
Tradito dal suono dell'avvincente bossolo
ed appena strappato alla taverna clandestina
il giocatore di dadi implora il perdono dell'edile.
Ormai tutti i Saturnali sono finiti.
Ma se il giocatore di dadi di Marziale, trascinato davanti all’edile doveva implorarne il perdono, questo non riguardava certamente Augusto, il quale adorando questo genere di passatempi, non dava certo il buon esempio e si guardava bene dall’osservare tale prescrizione. Nella sua casa il forum aleatorium (Foro dei dadi) era sempre infiammato. Ma chi aveva il coraggio di dire niente? Dopo quello che i tre triumviri erano riusciti a fare nelle ultime proscrizioni avrei proprio voluto vedere la faccia dell’edile che si fosse avventurato a citarlo e magari condannarlo per il gioco d’azzardo.
A quel tempo vi erano molti giochi d’azzardo messi al bando e quali essi fossero era elencato nel testo della legge. C’era quello abbastanza innocente del "Capita aut navia", ossia testa o croce, che si giocava lanciando in aria una moneta e che veniva così chiamato perchè quelle più antiche avevano su una faccia la testa di Giano bifronte e sull'altra la prua di una nave. Vi era poi la morra che si giocava come si fa anche oggi con le dita di una mano aperte all’ultimo momento, mentre si pronunciava ad alta voce un numero, e nella quale vinceva chi indovinava la loro somma. Ma i più importanti dei giochi d’azzardo erano i dadi (fig, 2) - uguali a quelli ancora impiegati ed usati allo stesso modo - e gli astragali, oggi a noi sconosciuti (fig.3).
Questi ultimi avevano origini antichissime, tanto che di essi si parla persino nell'Iliade di Omero, ed il loro uso era molto diffuso in Grecia. I Romani lo adottarono con entusiasmo. Con gli astragali poi si poteva anche giocare a pari e dispari e con questo gioco apparentemente innocente si potevano perdere intere fortune: tutto ovviamente dipendeva dalla posta. Il gioco consisteva nel pescare in un contenitore di astragali un certo numero di essi e sfidare l'avversario ad indovinare se quelli che si tenevano nel proprio pugno chiuso erano in numero pari o dispari. Era un gioco che non veniva disdegnato neanche dalla famiglia imperiale dato che in una lettera che Augusto indirizzava alla figlia Giulia leggiamo
"Ti ho mandato duecento cinquanta denarii, quanti ne ho dato a ciascun commensale in modo che, se ne avessero avuto voglia voglia, potessero giocare agli astragali o a pari e dispari durante la cena."
Gli astragali però erano più usati per un gioco simile a quello dei dadi che, all'epoca, godeva molta fortuna. Sappiamo che queste infuocate partite si disputavano con quattro astragali, ognuno dei quali aveva soltanto 4 facce utili, essendo le altre due arrotondate, e quindi inadatte a farli restare in equilibrio. Mancavano quindi la faccia numero 2 e quella numero 5. Su una delle facce maggiori e piatte c'era l'immagine di Anubis, il dio sciacallo delle necropoli egizie, che dai Greci veniva definito kion ossia cane e cane venne chiamato anche dai Romani: era ovviamente il peggiore lancio e valeva soltanto 1 punto. La faccia opposta, consacrata a Venere valeva 6 punti. Delle altre due faccie la concava ne valeva 3 e la convessa 4. Esse davano luogo a ben 35 combinazioni diverse, ognuna delle quali veniva chiamata in modo speciale; ma di questi 35 termini ne conosciamo solo pochissimi: sappiamo così che il colpo peggiore, ossia quello nel quale tutti e quattro gli astragali segnavano 1, veniva detto il colpo del "cane", seguiva poi il 6 e via dicendo, mentre quello migliore, ottenuto con un getto nel quale si avevano 4 facce tutte diverse l'una dall'altra, era chiamato il colpo di "Venere", e chi lo faceva vinceva tutto. Così, commentando il dono di 4 astragali d'avorio, Marziale scriveva ad un amico:
"Quando nessuno degli astragali ti presenterà un volto uguale
Dirai che ti ho fatto un grandissimo regalo."
Tra gli uomini illustri vi furono molti giocatori di astragali e, ovviamente, Augusto ne fu uno dei più appassionati. Vi giocava spesso e, in una delle sue lettere a Tiberio, descriveva così una sua serata.
"Ho pranzato, caro Tiberio, con i soliti. A noi si aggiunsero anche Vinicio e Silio padre. Sia ieri che oggi, come si usava fare ai tempi antichi, abbiamo giocato durante la cena: gettati gli astragali, chi aveva fatto o "cane" o "sei" doveva mettere sul tavolo tanti denarii quanto erano gli astragali, e li vinceva tutti chi riusciva a fare "Venere"."
Alla lunga poteva però essere un gioco molto costoso e ne sapeva qualcosa lo stesso imperatore. Così, in un'altra delle sue lettere a Tiberio scriveva :
"Noi, caro Tiberio, abbiamo passato piacevolmente le festività delle Quinquatrie. Abbiamo giocato tutti i giorni e il forum aleatorium (Foro dei dadi) si è proprio infiammato. Tuo fratello (Druso Maior) giocava con grandi schiamazzi. Ma quando tutto è stato detto e fatto si è visto che non aveva poi perso molto, perché a poco a poco era riuscito a rifarsi. Io invece ci ho rimesso ventimila sesterzi, ma soltanto perché sono stato generoso come al solito. Se infatti avessi richiesto indietro tute le poste che avevo condonato e mi fossi tenuto tutto quello che avevo regalato agli altri avrei finito col vincere cinquantamila sesterzi. Ma preferisco così. La mia generosità mi farà finire diritto in paradiso!"
Ventimila sesterzi! Una somma considerevole, ma per Augusto, ricchissimo, era men che niente. Del resto non gli andava sempre così male. Anzi, secondo Plutarco, egli era molto fortunato al gioco e certamente lo era molto più che in guerra, tanto che dopo la sua sfortunata campagna di Sicilia nella quale, tra l'altro, molte delle sue navi erano colate a picco, i Romani, inviperiti, avevano diffuso su lui questo epigramma
"Poiché, vinto, per ben due volte perse le sue navi
Adesso, per vincere almeno una volta, gioca sempre ai dadi."
Che i dadi e gli astragali fossero giochi d’azzardo non è da mettere in discussione, ma tra i giochi d’azzardo gli antichi classificavano anche quelli su scacchiera che oggi non consideriamo più tali. Quando mai oggigiorno potremmo guardare con disapprovazione una partita a dama o una di scacchi? E quando mai potremmo indignarci sul tric-trac ed il filetto? Ma i popoli del mondo classico non la pensavano così. Probabilmente disapprovavano i giochi in genere e li misero tutti fuori legge.
Origine delle scacchiere - Le scacchiere hanno un origine che si perde nalla notte dei tempi. Per il momento la prima che conosciamo è addirittura preistorica e è stato scavata in un villaggio calcolitico del quinto millenio a.C. (fig.4). Poi ci sono i giochi a scacchiera mesopotamici ed egizi, e tra questi possiamo citare le scatole da giochi rinvenute nella tomba del faraone Tut'ankhamun (fig. 5). Si trattava di scatole rettangolari intarsiate di legni preziosi e avorio, con sulle facce opposte due scacchiere diverse, ognuna delle quali serviva per praticare un diverso tipo di giochi. La scacchiera posta su una delle facce, che per comodità chiameremo anteriore, aveva 30 caselle, mentre quella sulla faccia, diciamo così, posteriore, presentava18 caselle regolari e quadrate e due grandissime laterali, che occupavano ognuna lo spazio di 6 normali.
Sopra le caselle vi erano disegni quasi si trattasse di un gioco dell'oca. Si trattava di solo tre tipi di disegni: in certune vi erano tre cucchiai, in altre tre ibis, e nelle restanti due egizi in ginocchio nella classica posa con la testa di profilo e il petto di faccia, e il consueto gesto delle braccia e delle mani,. Le cassette erano sistemate su un apposito sostegno con eleganti piedi simili a zampe di leone appoggiati su traverse messe a slitta. Poggiate lì sopra esse raggiungevano l’altezza di un tavolino normale e si poteva giocare comodamente seduti attorno ad esse.
Le pedine, che furono trovate sparse attorno, dovevano esser state contenute nei cassetti di queste scacchiere e ve ne erano di vari tipi. Le più semplici, erano di legno tornito. Un’altra serie a forma di astragalo, era fatta con resina dalla tinta rossa. Nelle scatole c'era poi anche una serie di 4 bastoncini, 2 di ebano e 2 di avorio (fig6). Essi erano lunghi 17,5 cm, larghi da 0,85 a 0,90 e spessi 0,60. I bastoncini di ebano avevano la forma di lunghe dita con la relativa unghia. Quelli di avorio, identici come sagoma, non avevano invece alcuna particolare decorazione. Non sembra che questi bastoncini avessero forma diversa per i diversi giocatori, e non se ne conosce l’uso, anche se è probabile che avessero le stesse funzioni di quelli usati in alcuni giochi ancora diffusi in Estremo Oriente e precisamente in Corea.
In Grecia le scacchiere vennero usate più tardi, ma comunque su di esse si giocò fin dagli albori di quella civiltà ed è su un vaso greco che vediamo due degli eroi di Omero seduti attorno ad una scacchiera mentre si confrontano pensierosi, studiando attentamente le mosse da fare. Deve esser stato attraverso i Greci che i Romani fecero la conoscenza con questo genere i passatempo e di giochi da tavolino ne ebbero molti. Per questo non ci giocavano soltanto a tavolino, ma un po’ dappertutto e così, ogni tanto passeggiando nei fori delle varie città dell’impero o anche nelle strade ne scopriamo alcune incise sulle lastre della pavimentazione. Incisioni che devono esser costate tempo e fatica a coloro che se le sono scolpite nella dura pietra, ed attorno alle quali si giocava seduti o sdraiati per terra. Ve ne sono nel Foro Romano sugli scalini della Basilica Giulia, ve ne sono in Africa e dovunque arrivò l’impero romano (fig.7)
Vicino a Siviglia, nella sola città di Italica, sede della famiglia dell’imperatore Adriano, ne sono state trovate ben 57 e di varie forme. Si trovano sui marciapiedi di due strade che costeggiano la casa del mosaico di Venere, dove evidentemente dovevano riunirsi folti gruppi di sfaccendati e dove, probabilmente, non c’era tanta sorveglianza e nessuno si sognava di controllare che le scacchiere venissero usate soltanto nel periodo dei Saturnali. Quarantacinque di queste scacchiere, le più comuni e numerose, hanno una forma circolare con tre, quattro o più raggi. Alcune hanno un circolo tracciato all'interno ed una, divisa in quattro parti, ha 4 circoletti in ognuna di esse. Altre tre consistono in picoli rettangoli con due segmenti interni perpendicolari che li dividono in 4 sezioni uguali. Anche se alcune sono evidentemente le antenate del nostro gioco del filetto come si giocasse con le altre è qualcosa che viene lasciata alla fantasia del visitatore degli scavi.
Altre poi sono formate da file di concavità praticate nella pietra e sovrastate alcune volte da un lungo rettangolo, altre volte da linee che delimitano lo spazio destinato al gioco. Come si giocasse in queste file di buchetti è un mistero: si suppone però che si facesse passare in esse alcune palline seguendo un percorso fisso fino a riunirle tutte ad una meta prefissata.
Nelle case dei ricchi si giocava a giochi simili, ma non si scolpivano sui pavimenti. Si usavano generalmente scacchiere che potevano anche essere ricchissime e fatte di materiali preziosi. Non so se Pompeo Magno giocasse con la preziosa scacchiera di 3 piedi per 4 (90 x 120 cm) le cui caselle erano costituite dagli intarsi di due tipi di pietre preziose, un trofeo di guerra che egli fece sfilare con il resto del bottino nel corteo del suo trionfo sui pirati , l'Asia ed il Ponto. Quel che è certo, è che il solito Trimalcione ne aveva anche lui una da non disprezzare, come ci racconta Petronio, quando ce lo fa vedere arrivare in ritardo al suo stesso banchetto, facendosi portare appresso la scacchiera sulla quale aveva iniziato una partita che non voleva sospendere: una scacchiera di terebinto, con dadi di cristallo di rocca e con monete d'oro e monete d'argento, invece delle normali pedine bianche e nere. Non c’era proprio male.
Sappiamo qualcosa su questi giochi. Uno si chiamava “il gioco delle 12 linee” e per giocarlo ci voleva una scacchiera, più un numero di pedine oscillante tra 12 e a 15 pedine, metà bianche e metà nere, due o tre dadi ed un bossolo in cui poterli agitare. Si cominciava col gettare questi dadi per decidere chi avrebbe fatto la prima mossa e chi aveva fatto il punteggio più alto gettava di nuovo i dadi e poi poteva scegliere di muovere una pedina e metterla nella casella corrispondente alla somma dei numeri dei dadi, o di muovere 2 o tre pedine e mettere ognuna di loro nella casella corrispondente al numero segnato da ogni dado. Le pedine poi si muovevano soltanto nelle caselle libere, ossia in quelle che non fossero già occupate da due o tre pedine dell' avversario. Se lanciando i dadi si otteneva il numero di una casella nella quale ci fosse tutta sola una pedina avversaria, la si poteva mandare indietro alla casella d'origine. Quando però uno dei giocatori era riuscito a mettere in una casella due o tre delle sue pedine, questa veniva considerata chiusa per l'avversario. Se poi, lanciando i dadi, il giocatore otteneva numeri uguali su tutti, egli aveva diritto ad un altro tiro e conseguentemente ad un'altra mossa. La partita veniva vinta da quel giocatore che riusciva a far muovere tutte le sue pedine passando di casella in casella fino a farle riunire nella prima casa. Ossia un gioco molto simile al nostro tric-trac, sbaraglino o tavola reale.
Sempre con una scacchiera si giocava al gioco dei latrunculi, termine con il quale fino all’epoca di Cicerone si indicavano i mercenari, o anche i guardacoste, e non significava, come fece poi, “ladroni”. Dopo che questa parola prese il significato odierno le pedine vennero chiamate milites e bellatores . Il gioco dei latrunculi, che divenne molto di moda a partire della fine della repubblica, era considerato un gioco di strategia in cui la scacchiera era il campo di battaglia e per farlo si doveva averne una con 64 caselle e 16 pedine per ogni giocatore ognuno dei quali riceveva 8 pedine grandi e 8 piccole. Dopo di che si giocava come una partita che era una via di mezzo tra la dama e gli scacchi. I giocatori tendevano a portare le proprie pedine nel campo avversario e ad invaderlo completamente. La pedina che arrivava in fondo alla scacchiera diventava dama (mandra).
Vi era poi un gioco che si giocava con pedine di vari materiali, ma tutte dipinte o incise. Alcune da una parte avevano l'immagine di una Musa e, sul rovescio, a volte il nome della medesima. Ma non ci si limitava ad istoriarle con le figure delle Muse. su altre troviamo personaggi della commedia, shiavi e caricature, maschere teatrali, uccelli, animali, conchiglie segni dello zodiaco e oggetti come vasi, canestri di frutta e, ancor più interessante, una serie di edifici celebri che caratterizzavano i vari distretti della città di Alessandria.
Purtroppo non sappiamo abbastanza degli antichi giochi a scacchiera per poterci spiegare il perché di queste figure e come e con quale criterio le si sceglieva. Nel 1904 il Rosrovzeff pubblicò un set di 15 pedine di questo genere trovate nemlla tomba di un ragazzino a Kerch in Crimea. questo ritrovamento ha messo almeno in chiaro che i set di pedine erano formate da 15 pezzi. Le immagini di questo qui citato rappresentavano 9 deità, un monarca, un distretto alessandrino, due rappresentazioni di gare atletiche e due ritratti maschili. Rostovzeff li datò al I sec. a.C. e questo porta ad ipotizzare che il gioco sia stato inventato ad Alessandria ai tempi di Giulio Cesare e Augusto e, dato che l'ultima figura di imperatore che venne trovata su una pedina è quella dell'imperatore Nerone, si dedusse che la voga di questo gioco possa venir fissata tra quella di giulio Cesare e quella della fine dei Giulio Claudi.
E con i giochi d’azzardo si chiude questo panorama sul gioco e sulla sua importanza nella vita dell’antichità, ma il gioco continua e continuerà sempre. Continuerà quello del bambino anche se oggi invece degli animaletti e dei sonagli di terracotta, egli avrà quelli di plastica vivacemente colorata, continueranno le altalene, gli aquiloni, i giochi con la palla e quelli d’azzardo tutti per le differenti età. Qualche gioco non si farà più e sarà ormai dimenticato e qualche gioco nuovo sarà spuntato fuori. Ma queste sono soltanto espressioni di questa attività ludica, cose che possono scomparire e mutare; ma la sostanza del gioco ed il suo spirito, quelli, non cambieranno mai.
Bibliografia
Divulgazione scientifica
Preso da un mio dossier su Archeo
- E. SALZA PRINA RICOTTI, Dossier Giocare nel mondo antico in Archeo (Anno IX, nº 6 (112)) June 1994, pp. 40-85
Lavori scientifici
- E. SALZA PRINA RICOTTI, Giochi e giocattoli, Casa editrice Quasar, Roma 1995
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